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Archive for Febbraio, 2021

Una pioniera, un vaccino e tanta voglia di vivere!

Girando e rigirando ho trovato questo articolo su una delle prime camioniste italiane, anzi, sulla prima camionista del biellese, lei si chiama Antonietta, classe 1932 e ha appena  fatto il vaccino antiCovid!

Buona strada sempre Antonietta!

Questo è il link dell’articolo:

https://notiziaoggi.it/attualita/vaccinata-la-prima-camionista-del-biellese-antonietta-ha-89-anni/

E questo è il testo:

La sua storia presa ad esempio dall’Asl Biella.

Vaccinata la prima camionista

Classe 1932, prima camionista del Biellese, Antonietta è una delle giovani donne dell’Italia del secondo dopo guerra che hanno scritto una pagina importante della nostra storia. Con lo stesso spirito fiero e fiducioso verso la vita, domenica era lì in ambulatorio, in compagnia di altre coetanee, per fare il vaccino anti Covid. Prendiamo la sua storia come simbolo di una generazione di tante donne, ora nonne, che hanno affermato per la prima volta se stesse, per il bene delle loro famiglie e contribuendo così alla rinascita del Paese.
… Quasi come una storia che si ripete e nella quale ora siamo chiamati a fare lo stesso, prendendo in mano lo stesso testimone.
Subito dopo il matrimonio, a 22 anni, è arrivata con il marito dal Veneto nel Biellese per costruirsi una famiglia e un futuro, che ha saputo realizzare con tenacia e sacrificio.
Ha infatti sempre lavorato sodo mentre seguiva la famiglia che cresceva: negli anni ’50, appena poco più che ventenne, gestiva un banco di tessuti al mercato: guidava l’apecar, che le serviva per trasportare gli scampoli, che scaricava e caricava da sola ogni giorno.
All’età di 40 anni si è iscritta all’autoscuola per conseguire la patente di guida per camion, non badando molto al fatto che negli anni ’70 era ancora un ambiente prettamente maschile. Voleva sostenere il marito, con cui ha condiviso 63 anni della sua vita, nell’ambito dell’impresa familiare di autotrasporti conto terzi.
Riuscì nell’impresa e ottenne con molta forza di volontà – ci racconta – la patente, diventando così la prima donna camionista del biellese!
Oggi, pensionata, conserva intatti i suoi valori e lo stesso spirito “guida”. Donna, mamma, nonna sempre con il motore acceso dell’allegria, del buon umore. Nonostante l’età, le avversità della vita ed in barba alla pandemia affronta la vita “con cuor contento” sempre e comunque.
Il suo motto – conclude il suo racconto – “aiutati che il ciel ti aiuta; avanti tutta!”
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Correva l’anno 1997…


Un vecchio articolo che parla della sicurezza delle donne nelle aree di servizio tedesche e che le paragona a quelle italiane, c’è anche l’opinione di una collega, Liliana, che giustamente faceva notare che il problema sicurezza riguardava anche gli uomini… cosa è cambiato da allora?

 

Ecco il testo dell’articolo:

Venerdì 24 ottobre 1997  – l’Unità – L’UNA e L’ALTRO

 

Parcheggi per le automobiliste sulle autostrade tedesche. Cosa succede in Italia

 

La camionista: «La sicurezza riguarda anche gli uomini»

 

Nessun censimento sul numero di donne al volante nel settore trasporti, ma il fenomeno è in crescita.

I camionisti «importunati». «Certo, nel nostro Paese con il camion non si è mai sicuri».

 

Viaggiando di notte lungo le autostrade tedesche vi potrebbe capitare di scorgere,nelle piazzole degli Autogrill e dei distributori di carburante, un’insegna luminosa che dice: «Frauenparkplatz bitte 3 Platze  freihalten», alla lettera: «Parcheggi per donne, prego lasciare tre posti liberi». È un’iniziativa, promossa da una legge federale, varata lo scorso agosto dal ministero dei Trasporti tedesco, per garantire più sicurezza alle donne sulle autostrade. In passato, sono stati registrati casi di aggressione di donne in aree di servizio autostradali, situazione che spesso ha demotivato  le guidatrici a fermarsi, costringendole a lunghi viaggi notturni senza sosta, minando così la loro e l’altrui sicurezza.

La nuova legge prevede da 2 a 4 posti, riservati alle donne, nelle 423 aree di servizio esistenti; inoltre, impone la verifica di sicurezza con test da effettuare nei percorsi dal parcheggio ai servizi della piazzola per controllare che non ci siano zone dove è possibile nascondersi; infine la verifica di un’illuminazione sufficiente e quella della buona visibilità del cartello segnaletico, sia dalla strada sia dall’autogrill o benzinaio. L’iniziativa, promossa in seguito a una mozione della frazione femminile dell’Spd, si immette nella scia della pianificazione urbana avviata già da tempo nel paese, atta a garantire più sicurezza alle donne anche di notte: posteggi riservati in prossimità delle uscite negli autosilo, sottopassaggi e ingressi della metropolitana illuminati a giorno proprio nelle ore notturne.

Le donne, in Germania, si sono divise: per una parte si tratterebbe della solita discriminazione maschile che vuole le donne deboli e indifese.

E in Italia qual è la situazione? La prima risposta l’abbiamo avuta da una delle poche camioniste che solcano le nostre strade nel cuore della notte con carichi e responsabilità di merci e orari da rispettare. E abbiamo scoperto un fenomeno davvero particolare. Ma occorre una piccola premessa.

Al Ministero dei Trasporti così come a quello dei Lavori Pubblici-Ispettorato di circolazione e traffico «non ci sono dati in proposito in quanto non ne sono mai stati raccolti». E ancora:  «Le camioniste in Italia non le ha contate mai nessuno. Sono, sicuramente un fenomeno in crescita, ma dai dati oscuri», racconta Alfonso Trapani, responsabile dei trasporti internazionali della Fita (la federazione sindacale di categoria). «Non si conoscono le cifre della percorribilità notturna o diurna femminile e quindi non si prevede alcuna differenziazione». Camionista è Liliana Pavanelli di Como, della ditta Trasporti Ridi, nonché presidente provinciale della Fita: «Difficile quantificare il fenomeno. Certo, da parte degli uomini, colleghi e non, c’è ancora stupore nel vedere una donna alla guida di un camion, soprattutto andando verso il Sud. Capita, quando mi incrociano che, in successione, prima guardino in cabina, poi la targa e poi di nuovo in cabina: non credono che al volante ci sia un’italiana».

Ma lei, la camionista, si sente sicura sulle autostrade italiane? «La sicurezza, esordisce, la vogliono pure gli uomini. Se dovessero fare un progetto simile a quello tedesco in Italia, sarebbe giusto farlo anche per gli uomini. Bisogna rendere sicure per tutti le piazzole di sosta. Ormai è frequente che siano i camionisti a essere importunati. Sulla Serenissima e sull’Autostrada del Sole il fenomeno è in aumento: una macchina, con uomini a bordo, si affianca e fa proposte e gesti molto eloquenti. Alle volte scendono e bussano alla cabina interrompendo e disturbando il sonno del camionista di turno. Molto spesso, il malcapitato, accende il motore e riparte prima ancora di aver esaurito la sosta prevista e concluso le ore di riposo, rischiando anche la multa. Si vive sempre sul chi va là e una macchina che ti affianca ti fa pensare immediatamente ad un furto, magari a quello del camion. La reazione del camionista, una volta che chi importuna manifesta le sue intenzioni, finisce per essere di sollievo». Poi Liliana prosegue con uno stanco, ma rassegnato elenco di problemi, perché si lavora nel disagio. «In Italia, con un camion, non si è mai sicuri. E questo vale sia per gli uomini che per donne.

Non si dorme mai tranquilli, soprattutto dall’Emilia in giù. A differenza di quanto offrono le strade all’estero, soprattutto in Germania, le piazzole di sosta sono sempre piene, mancano i servizi igienici, non ci sono le docce sufficienti e non sono installate dappertutto. Cinque, sei anni fa, fu messo a punto un progetto in collaborazione con l’Agip che prevedeva l’ampliamento delle piazzole di sosta e disponeva di attrezzare con docce le aree di servizio. Inoltre,per tirare via i camionisti dalle cabine, il progetto prevedeva anche la “sala distensiva”, dove era possibile guardare la tv, rilassarsi e il camion intanto lo si controllava con un circuito televigilato, a pagamento. Sarebbe stato utile soprattutto per la sicurezza. Ma, recuperare la stanchezza e viaggiare puliti, è un’altra cosa. Comunque, un progetto per la sicurezza della guida e di chi guida, è giusto se garantisce anche gli uomini, visto che attualmente, loro, sulla strada sono la maggioranza».

Porzia Bergamasco

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Quote rosa nel mondo del lavoro…

 

Altre storie di donne grintose che non temono i lavori “maschili”.

Da Varese news di qualche anno fa, questo è il link:

https://www.varesenews.it/2017/03/da-lady-truck-alla-tata-dei-fiori-le-donne-vincono-la-sfida-del-lavoro/601130/

E questo è l’articolo:

Da “Lady truck” alla “tata dei fiori”, le donne vincono la sfida del lavoro

Quote rosa, record lombardo a Sondrio con 6 aziende su 10

Fiori d\'autunno

Ogni notte, verso le 3, da dieci anni Franca Meroni esce di casa nella sua azienda di Inzago (ai confini orientali della provincia di Milano), carica il camion di verdure, si mette al volante e guida un tre assi di quasi 11 metri fino all’Ortomercato di Milano.

“All’inizio mi hanno guardata un po’ così, poi si sono abituati, anche perché non sono una che si fa mettere i piedi in testa” racconta la “Lady truck” delle insalate. Lei – spiega la Coldiretti regionale in occasione della Festa della Donna – è una delle oltre 10 mila imprenditrici titolari di aziende agricole in Lombardia. Insieme al fratello, dopo aver raccolto il testimone dai genitori, conduce un’azienda di 24 ettari con più di 200 serre. “La prima volta che ho guidato il camion dieci anni fa è stata un po’ una sfida come me stessa – spiega – era un due assi di circa 7 metri. Mio fratello mi ha chiesto: te la senti di andare fino all’Ortomercato? Ho risposto che ci provavo. All’inizio ero un po’ impacciata, adesso vado e torno e faccio tutte le manovre senza problemi. All’Ortomercato si sono abituati a vedermi”.

Anche se ogni tanto qualcuno rimane sorpreso, come i poliziotti che una volta in tangenziale a Milano alle 3 del mattino hanno fermato il camion pieno di verdura e dopo aver scoperto la donna al volante, hanno chiesto: “Ma signora, dove sta andando?”. Al lavoro, come tutti giorni . “Poi torno in azienda e seguo anche la contabilità e il resto delle cose insieme a mio fratello. Certo a certi orari non ti abitui mai, ma il lavoro mi piace. Credo che una donna, se vuole, possa arrivare dappertutto”. Anche al volante di un bestione da 24 tonnellate.

In Lombardia – spiega la Coldiretti regionale su dati Camera di Commercio di Milano – la provincia che ha la maggior incidenza femminile in agricoltura è Sondrio, dove quasi 4 aziende su 10 sono guidate da donne, contro una media regionale del 22%. Per quanto riguarda gli altri territori, sopra il 20% di quote rosa in agricoltura troviamo: Bergamo, Brescia, Como, Lecco, Milano, Pavia e Varese. La provincia che invece ha il numero assoluto più alto di imprese agricole in mano femminile è Brescia con 2.201 realtà, a seguire Pavia con 1.564, Mantova con 1.526 e Bergamo con 1.205. “Uomo o donna non fa differenza – spiega Beatrice Lampugnani, 30 anni, di Orsenigo (Como), che è laureata in architettura del paesaggio e lavora tra piante e fiori con il padre e il fratello – io mi pongo sempre come una che in questo settore ci è cresciuta e con gli altri giardinieri non ho mai avuto problemi. L’importante è che si veda che sei una persona professionale. Forse in passato c’era qualche differenza fra uomini e donne sui lavori da svolgere, ma adesso non più. Le donne possono fare tutto. Anzi, forse sono gli uomini che non fanno tutto quello che fanno le donne”.

Le donne sono cresciute – afferma Wilma Pirola, che ha un’azienda di mucche da latte, è leader delle imprenditrici della Coldiretti regionale e Presidente della Federazione Coldiretti di Pavia – prima si occupavano di tenere in ordine i conti e le fatture, adesso entrano sempre di più nell’attività operativa quotidiana di gestione dell’azienda e nelle scelte di pianificazione e investimento. E non stiamo parlando solo di settori legati ai servizi di turismo e ristorazione, ma anche in quelli più tradizionali come gli allevamenti da latte o la viticoltura”.

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Un’altra triste notizia…

 

Su You Tube ci sono tante caminhoneiras brasiliane che fanno video raccontando la loro vita in viaggio… purtroppo però capita di trovare anche video che riportano tristi notizie di incidenti in cui una collega ha perso la vita… articoli che non vorremmo mai leggere e video che non vorremmo mai vedere.

Questo è di pochi giorni fa,  lei si chiamava Lilian Aline e aveva solo 31 anni, riposa in pace, ovunque tu sia:

 

 

Domingo, 21 de Fevereiro de 2021

RS: caminhoneira morre em grave acidente na BR-290

A rodovia chegou a ficar bloqueada, com desvio sendo feito pela via lateral. A pista foi totalmente liberada por volta das 9h.

11/02/2021 12h35Atualizada há 1 semana
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Por: Redação Acontece no RS Fonte: RS Agora

Uma mulher morreu em um acidente envolvendo dois caminhões na BR-290, em Minas do Leão, na manhã desta quinta-feira (11). Os veículos colidiram de frente, por volta das 6h, no km 180 da rodovia.

A vítima, identificada como Lilian Aline Tedy Franco, 31 anos, era natural de Uruguaiana. Ela conduzia um caminhão que seguia para Porto Alegre e que acabou batendo em outro, com placas de Santa Rosa do Sul (SC), que vinha no sentido contrário.

A motorista chegou a ser encaminhado pelo Serviço de Atendimento Móvel de Urgência (Samu) ao hospital de Butiá, mas acabou morrendo quando seria transferida para o HPS de Porto Alegre.

O condutor do outro veículo envolvido na batida não se feriu. Ele relatouaos bombeiros voluntários de Butiá e de Minas do Leão que um carro vinha na frente do caminhão da vítima e freou. Ao tentar desviar, a motorista invadiu a pista contrária, causando o acidente. A rodovia chegou a ficar bloqueada, com desvio sendo feito pela via lateral. A pista foi totalmente liberada por volta das 9h.

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Tinka – 40 Tonnen Liebe (Official Music Video)

 

 Il nuovo “singolo” di Tinka, la camionista/cantante delle “Trucker babes”!

 

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Le donne che amano i lavori da uomini

 

 Anche questa inchiesta riguarda le donne che fanno lavori da uomini, ma ci spostiamo in Toscana e facciamo un salto indietro negli anni, era il 2012 e su “Il Tirreno” c’era questo articolo:

Il link

https://iltirreno.gelocal.it/prato/cronaca/2012/03/07/news/le-donne-che-amano-i-lavori-da-uomini-1.3264271

 

Il testo

Le donne che amano i lavori da uomini

Quattro storie, quattro vite particolari: il sesso debole mette i “muscoli” e raggiunge l’obiettivo. La sociologa: «Un fenomeno tutto da studiare»

PRATO. A Prato c’è un’altra metà del cielo che ha i muscoli. Donne che fanno mestieri da dure, in barba a fatica e sudore. Donne che non fanno mai parlare di sé, perché magari non sono celebrità o non reggono il timone di aziende importanti del distretto.

La loro quotidianità è costellata di chiavi inglesi, bulloni, motori, fili elettrici e attrezzi di ogni tipo. Non necessariamente hanno un fisico forte, ma non per questo si sentono “meno” rispetto ai colleghi uomini. Alcune single, altre mamme e mogli. Trentenni e quarantenni.

Nell’era della crisi che sovverte modelli sociali, la declinazione al femminile dei mestieri tradizionali va a farsi benedire. Queste signore e signorine non sognavano certo di fare da grande la principessa o la modella: nel sangue di alcune di loro scorre la passione per la strada. «Perché lavorando assapori il gusto di scoprire posti nuovi», racconta Mara Ciasullo, l’unica autotrasportatrice associata a Confartigianato che manda avanti un gigante da 35 quintali. «Su 180 aziende di autotrasporto iscritte abbiamo una decina di aziende intestate a donne. Solo una guida però il mezzo», precisa Giovanni Corradi, responsabile della federazione autotrasporti di Confartigianato Prato. Mosche bianche, dunque, che la crisi del tessile ha contribuito a far emergere.

Come nel caso di Antonella Biagi di Vernio, boscaiola e allevatrice di mucche di razza Calvana, che nel 2008 diede l’addio al lavoro nello sciarpificio per tornare nell’azienda agricola di famiglia.

Figura insolita è quella della necrofora con un passato di orditrice: dopo la maternità, Lucia Petrullo ha dovuto reinventarsi ed è finita a indossare un camice e scarponi anti-infortunio per stare nei cimiteri. Alle prese con loculi da murare e, quando capita, salme da esumare.

Per necessità o per scelta, le donne iniziano a rubare così la scena agli uomini che, da che mondo e mondo, hanno sempre monopolizzato i mestieri di fatica. “On the road”, da mattina a sera, c’è anche Danila Siani, residente a Prato da sei anni e da otto autista della fiorentina Ataf. Gli autosnodati, i bus da 18 metri, sono la sua passione. «Perché quando sei lì sopra comandi solo tu», sottolinea Danila.

Evviva la parità dei sessi, insomma. Secondo Alessandra Pescarolo, ricercatrice Irpet (l’istituto di programmazione economica della Toscana) e studiosa di sociologia sul lavoro femminile (ha approfondito anche le dinamiche dell’impresa familiare pratese), dietro la figura del camionista in gonnella o della boscaiola che ripulisce i fossi e maneggia motoseghe potrebbe nascondersi un fenomeno sociale interessante.

«La materia è tutta da approfondire. Contrariamente a quanto si possa credere, la crisi colpisce anche l’occupazione maschile: le donne si fanno spazio e trovano la molla per accettare lavori che non tutti gli uomini accettano oppure appannaggio degli immigrati. Se poi si tratta di donne con basso livello di scolarizzazione, a cadere sarebbe il cliché secondo cui solo quelle con maggiori tassi d’istruzione hanno più facilità a reinserirsi nel mondo del lavoro. La loro capacità di insediarsi in segmenti del lavoro tipicamente maschili potrebbe essere anche riflesso di un contesto, quello pratese, caratterizzato storicamente da una forte motivazione al lavoro».

Alcune donne con una marcia in più hanno anche stoffa di imprenditrici.

Perché tra la camionista in proprio e la camionista da dipendente c’è una bella differenza. Intanto le donne in sella a imprese “rosa” sono in crescita a Prato. Dati statistici alla mano pubblicati sul sito della Camera di commercio, le imprenditrici nel 2011 toccavano quota 13.186, ovvero il 30% sull’universo delle aziende iscritte, contro i 30.909 imprenditori. Solo in cinque anni (2006-2011) la percentuale delle capitane d’impresa è cresciuta dal 28% al 30%.

E’ “rosa” il 10% delle imprese iscritte nel 2011 nel settore delle costruzioni e il 15% figura nel comparto delle costruzioni anche se molto spesso si tratta di realtà solo intestate a donne.

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Lavori “maschili”…

 

E’ di qualche hanno fa questa inchiesta del “Corriere della sera” sulle donne che fanno lavori ancora troppo spesso considerati per lo più maschili…tra di loro c’è anche una collega!

Questo è il link:

https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/16_marzo_10/questo-non-lavoro-donne-maschili-storie-423535c4-e639-11e5-91a4-48cd9cc4cb64.shtml

E questo è l’articolo:

Dal volante del camion alle cime
degli alberi: la forza delle donne

In Lombardia sono sempre più le ragazze che fanno mestieri una volta considerati «maschili» e ne sono orgogliose. Tre storie esemplari: Monica, Rossella, Giovanna

Nella foto, da sinistra: Rossella Nigro, fabbro; Giovanna Ciraci, giardiniere; Monica Fontana, furgonista (Fotogramma)
Nella foto, da sinistra: Rossella Nigro, fabbro; Giovanna Ciraci, giardiniere; Monica Fontana, furgonista (Fotogramma)

Guidare camion, riparare guasti meccanici, risuolare scarpe non è più solo roba da maschi. In Italia sono sempre di più le «lei» che fanno il lavoro di «lui»: 3 mila camioniste, 480 elettriciste, 2700 «fabbre», 1230 meccaniche, 480 idrauliche e 370 calzolaie, secondo uno studio di Camera di Commercio di Monza e Brianza. La Lombardia è la regione con le percentuali più alte di donne impegnate in mestieri tradizionalmente maschili, e in Brianza lavorano tante «fabbre» (9,8%) e tappezziere (10,7%). Mestieri della tradizione che la crisi ha fatto riscoprire.

Chi l’ha detto che è un lavoro da uomini?
Tagliare l’acciaio

La versione femminile del fabbro si chiama Rossella Nigro, 46 anni, unica donna a capo della Carpenteria Metallica Cini di Limbiate, fondata dal padre Domenico nel 1987. Tuta da lavoro e guanti di protezione maneggia con disinvoltura i seghetti a nastro per il taglio dell’acciaio al carbonio, così come i termini tecnici delle parti delle piattaforme petrolifere che da Limbiate partono per la Russia e la Malesia. «Il mio destino era quello di segretaria — racconta — ho iniziato a 14 anni a battere a macchina preventivi e fatture per mio padre». Ma dopo gli studi di ragioneria e l’ingresso in azienda si è occupata di tutto: dalla progettazione tecnica insieme ai clienti, dalla produzione fino alla messa in opera. Quando incontra i clienti la prima impressione è di sorpresa: «All’inizio c’erano pregiudizi. Quando ingegneri e progettisti capiscono che sai bene di che cosa stai parlando e riesci anche a dare il consiglio giusto, sento una grande stima». Presidente di Donne Impresa di Confartigianato, Rossella crede che anche in un lavoro «maschile» come il suo le donne possano avere una marcia in più. «Siamo precise e organizzate — dice — e questo snellisce tutte le procedure. Sappiamo come gestire la produzione, facciamo pratica ogni giorno gestendo famiglia e lavoro». Lei ha due figli adolescenti e poco tempo libero. Il vero lusso? «Una camminata all’aria aperta e una seduta dal parrucchiere mi rimettono in forma».

Acrobazie sui rami

Non rinuncia alla femminilità nemmeno Giovanna Ciraci, «giardiniere acrobata» nei parchi più belli della Brianza. La sua specialità è il tree-climbing, ovvero l’arrampicata tra i rami in sicurezza che consente di effettuare la potatura dall’interno della pianta, verificare da vicino la stabilità e la salute di ogni esemplare. Una laurea in biologia, 41 anni, ha lasciato la Puglia per approdare alla scuola d’agraria del parco di Monza. È qui che ha imparato la progettazione del verde e come utilizzare la motosega «volando» con corda e moschettoni da un ramo all’altro. Ai nuovi clienti di solito si presenta in coppia con il compagno con cui ha fondato l’azienda Naturainmente a Renate: «Tutti pensano sempre che io lo stia accompagnando. Quando mi vedono prendere in mano la sega elettrica prima mi guardano storto, poi ammirati». Se dovesse identificarsi con una pianta sceglierebbe la Davidia Involucrata: «È più nota come l’albero dei fazzoletti e non è molto diffusa. Io trovo che sia bellissima, delicata, avvolgente, un po’ come sono io». Del suo lavoro ama la parte creativa, quella forse in cui può esprimere al meglio la sua femminilità: «Mi piace scegliere le essenze e i materiali e vedere nascere un nuovo progetto verde e poi arrampicarmi tra i rami mi permette di scoprire bellissimi nidi».

Chilometri d’asfalto

Sono chilometri di asfalto quelli che segnano le giornate di Monica Fontana, 31 anni, «furgonista» nell’azienda di trasporti di famiglia a Concorezzo. La sua giornata inizia presto: alle sei è già al volante del «Master» bianco, più di cento chilometri al giorno, spesso bloccata nel traffico, in compagnia della radio. La cabina di guida è ordinata, nessuna «personalizzazione» con foto e amuleti come fanno i colleghi uomini. «Noi donne siamo più serie — dice ridendo —anche più pignole e attente agli imballaggi. Ci prendiamo davvero cura della merce che trasportiamo». L’arrivo in un magazzino è sempre il momento di maggiori imbarazzi: «Ci sono uomini che si sbracciano per aiutarmi a fare manovra — racconta — altri che vogliono intervenire per sganciare il telone o agganciare il carico al muletto». A volte il tono è gentile, ma spesso le è capitato di sentirsi dire: «Ci penso io» con l’invito a farsi da parte. «In quei momenti provo fastidio», dice. Monica è una donna che ama cavarsela da sola. L’ha capito bene il suo compagno Andrea, che ripete: «Ogni tanto mi fai fare l’uomo?».

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La storia di Sara dalla Sardegna

Un altro articolo che racconta la storia di una collega tratto dalla pagina di “Uomini e Trasporti” a firma di Elisa Bianchi.

E’ la storia di Sara, una delle poche camioniste che viaggiano in Sardegna ma che con orgoglio percorre le strade della sua bella isola!

Buona strada Sara!

Questo è il link dell’articolo:

https://www.uominietrasporti.it/uet-blog/anche-io-volevo-il-camion/sara-cenedese-una-delle-pochissime-autotrasportatrici-sarde-ragazze-non-abbiate-paura-di-guidare-un-camion/

E questo è il testo:

” Sara Cenedese, una delle pochissime autotrasportatrici sarde: «Ragazze, non abbiate paura di guidare un camion»

Prima la passione per l’insegnamento, poi il sogno di entrare nell’esercito, infine la decisione di portare avanti l’azienda di famiglia. Lei è Sara Cenedese, ad oggi tra le pochissime donne autotrasportatrici presenti in Sardegna che dal 2008 affianca il papà alla guida (oltre che del suo camion) anche della Cenedese Sergio Pietro Autotrasporti

Sara nasce nel 1979 a Terralba, in provincia di Oristano, ma prima di intraprendere la strada dell’autotrasporto nell’azienda di famiglia, fondata a metà degli anni 50 dal nonno paterno, e trovarsi alla guida del suo camion frigo giallo paglierino – un Mercedes-Benz Actros di cui va molto fiera e con cui trasporta latte e latticini – di strade ne ha provate altre: «Avevo le idee un po’ confuse da piccola, prima volevo fare la maestra d’asilo, poi ho provato ad entrare nell’esercito e nella polizia».

Cosa ti ha fatto cambiare idea?

In realtà quella di prendere le redini dell’azienda di famiglia è un’idea che mi ha sempre stuzzicato, anche se papà non ha mai fatto pressione su me o i miei fratelli. Terminati gli studi superiori sono andata due volte a chiedere informazioni a scuola guida prima di prendere la decisione di iscrivermi. Ci ho voluto riflettere con calma, anche se la passione per la guida non mi è mai mancata. Una volta presa la decisione, però, non mi sono più fermata: nel giro di un anno ho conseguito tutte le patenti necessarie, grazie anche all’incoraggiamento di mio nonno materno che mi ha sempre spronata.

E così hai iniziato a lavorare con tuo papà…

Sì, inizialmente gli davo una mano part-time, lo accompagnavo nei viaggi più lunghi e guidavo al ritorno. Per i primi due anni ho lavorato anche a chiamata con una compagnia privata di pullman: accompagnavo i ragazzi a scuola e per un certo periodo ho guidato un pulmino per un ragazzo disabile. Nel 2015 ho deciso di dedicarmi totalmente all’azienda di famiglia, di cui oggi gestisco anche la parte amministrativa, coadiuvando papà che non poteva più continuare a fare tutto da solo. Ci siamo dati il cambio, oggi è lui ad accompagnare me quando può, ma anche mia mamma spesso mi segue nei viaggi più brevi. Ci ha sempre dato una mano in azienda e le sarebbe piaciuto poter guidare anche lei un camion.

Come è stato passare dal pulmino della scuola a un camion frigo? Un bel cambiamento…

All’inizio non è stato facile. In Sardegna ci sono parecchie strade strette e io mi irrigidivo. Ho dovuto fare molta pratica, ma grazie all’aiuto e agli insegnamenti di mio padre oggi so come affrontarle. Ricordo una mattina di qualche anno fa, il camion mi dava problemi, il rallentatore si surriscaldava e me la sono cavata da sola, scalando le marce a mano. Sono soddisfazioni quando riesci ad affrontare un problema. Ormai non mi ferma più niente o nessuno e quando serve guido anche l’ambulanza. Sono una volontaria della Croce Rossa, per cui a volte mi capita di dover guidare anche quella. Eppure, per un certo periodo, ho avuto paura delle auto.

Hai guidato praticamente ogni mezzo, perché proprio l’auto?

Nel 2013 ho avuto un brutto incidente, qualche giorno prima di Natale. Ero uscita dal corso della Croce Rossa e mi stavo dirigendo verso quello per il CQC quando mi hanno tagliato la strada. Ho distrutto la macchina. Sono stata fortunata, però, perché proprio quella mattina avevo deciso di prendere in prestito l’auto di mio padre, più grande e robusta, invece che la mia. Non posso fare a meno di pensare che se non avessi fatto quella scelta inconsapevole sarebbe andata diversamente. È stato un incidente importante e che mi ha scossa parecchio. Quando sono tornata a guidare mi tremavano le gambe, avevo paura.

Come l’hai superata?

Sono molto testarda, mi sono detta «Sara, tu lavori guidando, non puoi permetterti di avere paura, devi vincere tu». Così ho fatto. Oggi la paura è scomparsa. In realtà, per fortuna, alla guida del mio camion mi sono sempre sentita sicura e a mio agio, non mi sono mai tremate le gambe. Se ho difficoltà cerco di battere la paura sul tempo, non bisogna lasciarsi intimorire, ma reagire. Diciamo che è la mia personale ricetta contro la paura, la stessa che mi sento di suggerire quando mi chiedono se non ho timore a guidare un camion.

È una domanda frequente? 

In Sardegna siamo pochissime donne a fare questo mestiere. Quando ho iniziato eravamo un paio, non di più, e la gente ancora si sorprende quando mi vede alla guida del mio camion giallo, che peraltro non passa per nulla inosservato. Capita spesso quindi che qualcuno mi guardi con stupore o mi dica che non ha mai visto una donna alla guida di un mezzo del genere, io sorrido e rispondo che c’è sempre una prima volta. Molte donne si congratulano con me, mi dicono che se potessero tornare indietro lo farebbero anche loro. Mi fa piacere sentirmelo dire, vuol dire che stiamo abbattendo dei muri. Da queste parti guidare è una necessità: se non hai la macchina diventa difficile spostarsi o essere indipendente, per cui dico: «Ragazze, non abbiate paura: se potete guidare una macchina, potete guidare anche un camion!».

Che altre passioni hai oltre alla guida? 

Nel tempo libero sono una ballerina di balli caraibici, anche se ora sono ferma per via del Covid. Qui la pandemia ci ha dato parecchi problemi anche sul lavoro: non essendoci autostrade non avevamo modo di fermarci in aree di ristoro. I bar lungo le strade erano chiusi e nei punti di scarico non si poteva andare in bagno. Sono stati mesi difficili, penso che questo aspetto sia stato sottovalutato. Mi sono arrangiata cercando di bere il meno possibile così da non dover avere questa esigenza, ma non è giusto. La mia salvezza erano i viaggi ad Olbia, dove potevo usufruire dei servizi della stazione marittima, ma significava comunque fare oltre 200 chilometri senza trovare un bar aperto. Sicuramente è stata una difficoltà per tutti, ma per noi donne, anche se siamo poche, lo è stata molto maggiore.

Cosa ti aspetti dal futuro? 

Ho due obiettivi: tenere in piedi l’azienda di famiglia e continuare a guidare. La passione c’è ed è tanta, alla fine anche se ho tergiversato prima di prendere questa strada sento di aver fatto la scelta giusta. Oggi sono felice, ma non è sempre facile e qualche tutela in più non guasterebbe. Sicuramente così facendo si invoglierebbero anche più donne a intraprendere questa professione. Sarebbe un’altra bella sfida per il futuro.

 

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“The Trucker” Hannah Lee

 

 Non sono un’amante degli ebook, sono all’antica, i libri mi piace averli tra le mani, sentire il fruscio delle pagine, l’odore della carta… ma non sempre si può.

Alcuni romanzi si trovano solo in formato ebook e ci si deve accontentare se si vuole leggerli.

Cosi è stato per questo breve romanzo con protagonista Linda, una ex camionista. 

La scrittrice si chiama Hannah Lee, di più non so.

L’ho preso su ibs.it, ma si trova anche in altre librerie on line.

Questo è il link:

https://www.ibs.it/the-trucker-ebook-hannah-lee/e/9788827859537 

E questa è una breve presentazione:

 Il Natale è prossimo. Due donne stanno attraversando un periodo di
profondo disagio, per motivi differenti. Una vive il fallimento della
vita lavorativa e, dopo alcune vicissitudini, la drammatica discesa
nella condizione di senza tetto, l’altra ha appena perso il marito, dopo
una vita matrimoniale non sempre idilliaca. Entrambe sono determinate a
non soccombere e a tornare ad una vita migliore. La speranza le
sostiene. 

Buona lettura… e buona strada sempre!

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“Bruna” la camionista

 

Un mio amico mi dice sempre che sono un “cane da caccia”, perchè quando cerco qualcosa nel web di solito lo trovo. Il segreto, se cosi si può chiamare, sta tutto nella chiave di ricerca.  A seconda di cosa si digita in Google si trovano più o meno notizie inerenti all’argomento cercato.

Io di solito cerco notizie sulle camioniste, perchè mi piace conoscere le storie delle altre donne che hanno scelto di fare questo mestiere, perchè mi piace inserirle nel nostro blog “Buona strada” per renderlo una sorta di album dei ricordi della nostra professione, perchè mi è sempre piaciuto pensarci come una grande famiglia. Una “sorellanza” che nasce dalla passione che ci unisce per il lavoro più bello che c’è!

Quando mi voglio rilassare passo un pò del mio tempo libero in queste ricerche e come potete vedere pian piano l’album dei ricordi si sta riempiendo di sempre nuove (o vecchie?) storie!

A volte mi capita di imbattermi in articoli che raccontano la storia di pioniere del volante, l’ultimo che ho trovato è questo, racconta la storia di  Antonietta Bertini, detta “la Bruna” che faceva la camionista negli anni ’60/’70 (ma non ci sono date precise). La cosa curiosa è che ho trovato la foto di questo ritaglio di giornale in un articolo sul cinema italiano in cui si parlava di Dino Risi… si ipotizzava tra altre cose che il regista potesse aver preso spunto da questa storia per poi realizzare il film “Teresa”. Ma era solo un’ipotesi e non sapremo mai se corrisponde alla realtà. 

 

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