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Archive for Febbraio 21st, 2021

Lavori “maschili”…

 

E’ di qualche hanno fa questa inchiesta del “Corriere della sera” sulle donne che fanno lavori ancora troppo spesso considerati per lo più maschili…tra di loro c’è anche una collega!

Questo è il link:

https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/16_marzo_10/questo-non-lavoro-donne-maschili-storie-423535c4-e639-11e5-91a4-48cd9cc4cb64.shtml

E questo è l’articolo:

Dal volante del camion alle cime
degli alberi: la forza delle donne

In Lombardia sono sempre più le ragazze che fanno mestieri una volta considerati «maschili» e ne sono orgogliose. Tre storie esemplari: Monica, Rossella, Giovanna

Nella foto, da sinistra: Rossella Nigro, fabbro; Giovanna Ciraci, giardiniere; Monica Fontana, furgonista (Fotogramma)
Nella foto, da sinistra: Rossella Nigro, fabbro; Giovanna Ciraci, giardiniere; Monica Fontana, furgonista (Fotogramma)

Guidare camion, riparare guasti meccanici, risuolare scarpe non è più solo roba da maschi. In Italia sono sempre di più le «lei» che fanno il lavoro di «lui»: 3 mila camioniste, 480 elettriciste, 2700 «fabbre», 1230 meccaniche, 480 idrauliche e 370 calzolaie, secondo uno studio di Camera di Commercio di Monza e Brianza. La Lombardia è la regione con le percentuali più alte di donne impegnate in mestieri tradizionalmente maschili, e in Brianza lavorano tante «fabbre» (9,8%) e tappezziere (10,7%). Mestieri della tradizione che la crisi ha fatto riscoprire.

Chi l’ha detto che è un lavoro da uomini?
Tagliare l’acciaio

La versione femminile del fabbro si chiama Rossella Nigro, 46 anni, unica donna a capo della Carpenteria Metallica Cini di Limbiate, fondata dal padre Domenico nel 1987. Tuta da lavoro e guanti di protezione maneggia con disinvoltura i seghetti a nastro per il taglio dell’acciaio al carbonio, così come i termini tecnici delle parti delle piattaforme petrolifere che da Limbiate partono per la Russia e la Malesia. «Il mio destino era quello di segretaria — racconta — ho iniziato a 14 anni a battere a macchina preventivi e fatture per mio padre». Ma dopo gli studi di ragioneria e l’ingresso in azienda si è occupata di tutto: dalla progettazione tecnica insieme ai clienti, dalla produzione fino alla messa in opera. Quando incontra i clienti la prima impressione è di sorpresa: «All’inizio c’erano pregiudizi. Quando ingegneri e progettisti capiscono che sai bene di che cosa stai parlando e riesci anche a dare il consiglio giusto, sento una grande stima». Presidente di Donne Impresa di Confartigianato, Rossella crede che anche in un lavoro «maschile» come il suo le donne possano avere una marcia in più. «Siamo precise e organizzate — dice — e questo snellisce tutte le procedure. Sappiamo come gestire la produzione, facciamo pratica ogni giorno gestendo famiglia e lavoro». Lei ha due figli adolescenti e poco tempo libero. Il vero lusso? «Una camminata all’aria aperta e una seduta dal parrucchiere mi rimettono in forma».

Acrobazie sui rami

Non rinuncia alla femminilità nemmeno Giovanna Ciraci, «giardiniere acrobata» nei parchi più belli della Brianza. La sua specialità è il tree-climbing, ovvero l’arrampicata tra i rami in sicurezza che consente di effettuare la potatura dall’interno della pianta, verificare da vicino la stabilità e la salute di ogni esemplare. Una laurea in biologia, 41 anni, ha lasciato la Puglia per approdare alla scuola d’agraria del parco di Monza. È qui che ha imparato la progettazione del verde e come utilizzare la motosega «volando» con corda e moschettoni da un ramo all’altro. Ai nuovi clienti di solito si presenta in coppia con il compagno con cui ha fondato l’azienda Naturainmente a Renate: «Tutti pensano sempre che io lo stia accompagnando. Quando mi vedono prendere in mano la sega elettrica prima mi guardano storto, poi ammirati». Se dovesse identificarsi con una pianta sceglierebbe la Davidia Involucrata: «È più nota come l’albero dei fazzoletti e non è molto diffusa. Io trovo che sia bellissima, delicata, avvolgente, un po’ come sono io». Del suo lavoro ama la parte creativa, quella forse in cui può esprimere al meglio la sua femminilità: «Mi piace scegliere le essenze e i materiali e vedere nascere un nuovo progetto verde e poi arrampicarmi tra i rami mi permette di scoprire bellissimi nidi».

Chilometri d’asfalto

Sono chilometri di asfalto quelli che segnano le giornate di Monica Fontana, 31 anni, «furgonista» nell’azienda di trasporti di famiglia a Concorezzo. La sua giornata inizia presto: alle sei è già al volante del «Master» bianco, più di cento chilometri al giorno, spesso bloccata nel traffico, in compagnia della radio. La cabina di guida è ordinata, nessuna «personalizzazione» con foto e amuleti come fanno i colleghi uomini. «Noi donne siamo più serie — dice ridendo —anche più pignole e attente agli imballaggi. Ci prendiamo davvero cura della merce che trasportiamo». L’arrivo in un magazzino è sempre il momento di maggiori imbarazzi: «Ci sono uomini che si sbracciano per aiutarmi a fare manovra — racconta — altri che vogliono intervenire per sganciare il telone o agganciare il carico al muletto». A volte il tono è gentile, ma spesso le è capitato di sentirsi dire: «Ci penso io» con l’invito a farsi da parte. «In quei momenti provo fastidio», dice. Monica è una donna che ama cavarsela da sola. L’ha capito bene il suo compagno Andrea, che ripete: «Ogni tanto mi fai fare l’uomo?».

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La storia di Sara dalla Sardegna

Un altro articolo che racconta la storia di una collega tratto dalla pagina di “Uomini e Trasporti” a firma di Elisa Bianchi.

E’ la storia di Sara, una delle poche camioniste che viaggiano in Sardegna ma che con orgoglio percorre le strade della sua bella isola!

Buona strada Sara!

Questo è il link dell’articolo:

https://www.uominietrasporti.it/uet-blog/anche-io-volevo-il-camion/sara-cenedese-una-delle-pochissime-autotrasportatrici-sarde-ragazze-non-abbiate-paura-di-guidare-un-camion/

E questo è il testo:

” Sara Cenedese, una delle pochissime autotrasportatrici sarde: «Ragazze, non abbiate paura di guidare un camion»

Prima la passione per l’insegnamento, poi il sogno di entrare nell’esercito, infine la decisione di portare avanti l’azienda di famiglia. Lei è Sara Cenedese, ad oggi tra le pochissime donne autotrasportatrici presenti in Sardegna che dal 2008 affianca il papà alla guida (oltre che del suo camion) anche della Cenedese Sergio Pietro Autotrasporti

Sara nasce nel 1979 a Terralba, in provincia di Oristano, ma prima di intraprendere la strada dell’autotrasporto nell’azienda di famiglia, fondata a metà degli anni 50 dal nonno paterno, e trovarsi alla guida del suo camion frigo giallo paglierino – un Mercedes-Benz Actros di cui va molto fiera e con cui trasporta latte e latticini – di strade ne ha provate altre: «Avevo le idee un po’ confuse da piccola, prima volevo fare la maestra d’asilo, poi ho provato ad entrare nell’esercito e nella polizia».

Cosa ti ha fatto cambiare idea?

In realtà quella di prendere le redini dell’azienda di famiglia è un’idea che mi ha sempre stuzzicato, anche se papà non ha mai fatto pressione su me o i miei fratelli. Terminati gli studi superiori sono andata due volte a chiedere informazioni a scuola guida prima di prendere la decisione di iscrivermi. Ci ho voluto riflettere con calma, anche se la passione per la guida non mi è mai mancata. Una volta presa la decisione, però, non mi sono più fermata: nel giro di un anno ho conseguito tutte le patenti necessarie, grazie anche all’incoraggiamento di mio nonno materno che mi ha sempre spronata.

E così hai iniziato a lavorare con tuo papà…

Sì, inizialmente gli davo una mano part-time, lo accompagnavo nei viaggi più lunghi e guidavo al ritorno. Per i primi due anni ho lavorato anche a chiamata con una compagnia privata di pullman: accompagnavo i ragazzi a scuola e per un certo periodo ho guidato un pulmino per un ragazzo disabile. Nel 2015 ho deciso di dedicarmi totalmente all’azienda di famiglia, di cui oggi gestisco anche la parte amministrativa, coadiuvando papà che non poteva più continuare a fare tutto da solo. Ci siamo dati il cambio, oggi è lui ad accompagnare me quando può, ma anche mia mamma spesso mi segue nei viaggi più brevi. Ci ha sempre dato una mano in azienda e le sarebbe piaciuto poter guidare anche lei un camion.

Come è stato passare dal pulmino della scuola a un camion frigo? Un bel cambiamento…

All’inizio non è stato facile. In Sardegna ci sono parecchie strade strette e io mi irrigidivo. Ho dovuto fare molta pratica, ma grazie all’aiuto e agli insegnamenti di mio padre oggi so come affrontarle. Ricordo una mattina di qualche anno fa, il camion mi dava problemi, il rallentatore si surriscaldava e me la sono cavata da sola, scalando le marce a mano. Sono soddisfazioni quando riesci ad affrontare un problema. Ormai non mi ferma più niente o nessuno e quando serve guido anche l’ambulanza. Sono una volontaria della Croce Rossa, per cui a volte mi capita di dover guidare anche quella. Eppure, per un certo periodo, ho avuto paura delle auto.

Hai guidato praticamente ogni mezzo, perché proprio l’auto?

Nel 2013 ho avuto un brutto incidente, qualche giorno prima di Natale. Ero uscita dal corso della Croce Rossa e mi stavo dirigendo verso quello per il CQC quando mi hanno tagliato la strada. Ho distrutto la macchina. Sono stata fortunata, però, perché proprio quella mattina avevo deciso di prendere in prestito l’auto di mio padre, più grande e robusta, invece che la mia. Non posso fare a meno di pensare che se non avessi fatto quella scelta inconsapevole sarebbe andata diversamente. È stato un incidente importante e che mi ha scossa parecchio. Quando sono tornata a guidare mi tremavano le gambe, avevo paura.

Come l’hai superata?

Sono molto testarda, mi sono detta «Sara, tu lavori guidando, non puoi permetterti di avere paura, devi vincere tu». Così ho fatto. Oggi la paura è scomparsa. In realtà, per fortuna, alla guida del mio camion mi sono sempre sentita sicura e a mio agio, non mi sono mai tremate le gambe. Se ho difficoltà cerco di battere la paura sul tempo, non bisogna lasciarsi intimorire, ma reagire. Diciamo che è la mia personale ricetta contro la paura, la stessa che mi sento di suggerire quando mi chiedono se non ho timore a guidare un camion.

È una domanda frequente? 

In Sardegna siamo pochissime donne a fare questo mestiere. Quando ho iniziato eravamo un paio, non di più, e la gente ancora si sorprende quando mi vede alla guida del mio camion giallo, che peraltro non passa per nulla inosservato. Capita spesso quindi che qualcuno mi guardi con stupore o mi dica che non ha mai visto una donna alla guida di un mezzo del genere, io sorrido e rispondo che c’è sempre una prima volta. Molte donne si congratulano con me, mi dicono che se potessero tornare indietro lo farebbero anche loro. Mi fa piacere sentirmelo dire, vuol dire che stiamo abbattendo dei muri. Da queste parti guidare è una necessità: se non hai la macchina diventa difficile spostarsi o essere indipendente, per cui dico: «Ragazze, non abbiate paura: se potete guidare una macchina, potete guidare anche un camion!».

Che altre passioni hai oltre alla guida? 

Nel tempo libero sono una ballerina di balli caraibici, anche se ora sono ferma per via del Covid. Qui la pandemia ci ha dato parecchi problemi anche sul lavoro: non essendoci autostrade non avevamo modo di fermarci in aree di ristoro. I bar lungo le strade erano chiusi e nei punti di scarico non si poteva andare in bagno. Sono stati mesi difficili, penso che questo aspetto sia stato sottovalutato. Mi sono arrangiata cercando di bere il meno possibile così da non dover avere questa esigenza, ma non è giusto. La mia salvezza erano i viaggi ad Olbia, dove potevo usufruire dei servizi della stazione marittima, ma significava comunque fare oltre 200 chilometri senza trovare un bar aperto. Sicuramente è stata una difficoltà per tutti, ma per noi donne, anche se siamo poche, lo è stata molto maggiore.

Cosa ti aspetti dal futuro? 

Ho due obiettivi: tenere in piedi l’azienda di famiglia e continuare a guidare. La passione c’è ed è tanta, alla fine anche se ho tergiversato prima di prendere questa strada sento di aver fatto la scelta giusta. Oggi sono felice, ma non è sempre facile e qualche tutela in più non guasterebbe. Sicuramente così facendo si invoglierebbero anche più donne a intraprendere questa professione. Sarebbe un’altra bella sfida per il futuro.

 

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