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lady truck driver team

Condoglianze Pinky

 

“Condoglianze” è una parola che non vorremmo mai pronunciare. Perché implica la perdita di una persona cara a chi la rivolgiamo.

Nel mondo moderno le notizie viaggiano velocemente, ieri mi hanno detto ”Sai è morto il marito della Pinky in un incidente sul lavoro”. Io non la conosco di persona, ma è una ragazza del gruppo e la notizia mi ha lasciato sgomenta. Perché non si dovrebbe mai morire lavorando, ma soprattutto perché posso solo vagamente immaginare il suo immenso dolore. Non ci sono parole che possono consolare.

Solo volevo mandarle un abbraccio virtuale da parte di tutte le Lady truck, dirle che le  siamo vicine… Condoglianze Pinky.

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L’intervista ad una collega!

 

Un’intervista alla nostra collega Laura che ci parla di alcuni dei tanti problemi che un camionista deve affrontare in una giornata di lavoro. Ancora dal canale You Tube “K 44 RISPONDE“.

Buon ascolto e buona strada a Laura e a tutti voi!

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Un altro racconto di Laura –

 

Un altro dei divertenti racconti di Laura, camionista scrittrice, dalle pagine di TimoCom.

Questa volta ci parla del camion, anzi di una cosa che nessun camionista vorrebbe mai accadesse: che gli tocchino il camion!

Per sorridere un pò, buona lettura e buona strada sempre, a Laura e a tutti/e voi blog-lettori!

Questo è il link:

https://www.timocom.it/blog/tre-cose-da-non-toccare-nella-cabina-del-camion?siamocarichi

E questo è l’inizio, il racconto completo sulla pagina ufficiale di TimoCom:

 

Siamo Carichi : Gli Intoccabili

Per ogni camionista, la cabina è come una casa. E, al suo interno, ci sono alcune cose che non vanno MAI toccate.

Tre cose che un camionista non vuole gli vengano toccate

„Sono donna, mamma e camionista. Rigorosamente in quest’ordine”. Lei è Laura e si descrive così, se le chiedi di farlo.

Da perfetto sagittario, le piace godersi i piaceri della vita: il buon cibo, la compagnia delle persone che ama e il suo cane Ray. Adora viaggiare ed avere dei momenti tutti per lei: ecco allora che la cabina del suo camion diventa il suo rifugio perfetto, là dove ogni cosa è a sua dimensione.
E a proposito di cabina e camion aggiunge: “compenso la mia piccola statura con i due metri di altezza del mio Volvo FM, perché nell’Fh non vedo fuori”.

Con il suo stile ironico e mai banale, nella serie “Siamo Carichi”, Laura ci racconta spaccati e momenti della sua vita di autista professionista.
E voi? Siete carichi? Allora allacciate le cinture e godetevi questo viaggio a ritmo di rock lungo le strade d’Italia.
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Non toccatemi il camion

Il motore subbuglia sotto il morbido e avvolgente sedile, il leggero tremolio della cabina è quel tipico rumore a cui ci si abitua, ma che fa notare la sua mancanza quando non c’è.
Tutto sembra calmo, normale, quasi asfissiante da quanto è uguale a ieri.
Ti aspetti questo quando prepari le tue cose per la partenza, esattamente come fai tutti i giorni, ma oggi non riesci a inserire la scheda comodamente sdraiato sullo schienale.

Oggi devi alzarti un po’.
Quello è un segno inequivocabile.

Le mani si accartocciano, le tempie si rigano di lucido sudore, gli occhi diventano prima vitrei, poi furibondi: qualcuno ha usato il tuo camion!

Quella verità, temuta come la multa e certa come le bollette, in un normale martedì, è deleteria per qualunque sistema nervoso di un qualunque autista. Come tutte le cose però, finché capita agli altri sembra un soggetto di fantasia come la serenità di Timon e Pumba mentre cantano Hakuna Matata. Oggi invece, è capitato a te.

Aguzzi la vista in cerca di tracce, dettagli che ti facciano capire chi possa aver commesso tale delitto. Ti aiuti con l’olfatto in cerca di quel profumo che ti riconduca senza dubbi al colpevole. Passi da preda a predatore affamato.

Perché se c’è una cosa, anzi tre, che noi camionisti non possiamo tollerare è:

che ci tocchino il camion,
che ci tocchino il camion,
che ci tocchino il nostro camion.

Lo sappiamo tutti, infatti, quali sono i tre intoccabili di ogni camionista che si rispetti:

Il sedile

Ore, giorni, anni alla ricerca della posizione perfetta. Uno studio meticoloso, fatto di esperimenti e raccolta dati. Insomma, le ricerche scientifiche ci fanno un baffo.
Tentativi e fallimenti, arrabbiature e piccole infinitesimali soddisfazioni nel trovare anche solo l’inclinazione della parte lombare, consapevoli che nei sedili odierni le posizioni sono: nei migliori dei casi almeno 666 (come il diavolo), nel peggiore il numero diventa periodico. Il che vuol dire che, periodicamente, il sostegno laterale-inferiore-sinistro-interno ci darà inspiegabilmente fastidio. È chiaro quindi, che una qualsiasi mutazione, che non sia genetica, non verrà perdonata. Il perdono non arriverà nemmeno dall’ernia cervicale che grazie alla posizione perfetta veniva coccolata dalla fascia di avvolgimento del trapezio. E siccome “oltre al danno la beffa”, questa potrebbe pure arrabbiarsi per la mancanza di affetto e tornare a far male.

Il sedile, quindi, non si deve toccare, mai. Per nessun motivo. Fidatevi, io lo so. Eccome. Non per le complicazioni nel trovare l’assetto perfetto, no; in questo sono una dei rari casi in cui ci si mette tanto quanto un pit stop.

Dovete sapere che io sono alta quanto un mozzo di una gomma /70 (barra settanta), quindi sarei anche facilitata per l’ardua impresa: sedile tutto basso e senza sospensioni, seduta completamente abbassatae soprattutto tutto avanti fino a fine corsa. Posizione mitologica, come l’isola che non c’è per Peter Pan.

So che il sedile è il primo degli intoccabili, perché sono la compagna di un camionista alto un metro e ottanta, che guida come se fosse in un’auto della Formula Uno e pretende che io gli sposti il camion senza toccare nulla: una pretesa allucinante come ordinare a noi italiani di rispettare la fila.

Praticamente guido in piedi per riuscire ad arrivare ai pedali, MA per non dissacrare il “sacro vincolo del Sedile dall’assetto perfetto”, che sappiamo benissimo essere più importante di un matrimonio, si fa anche questo.

 

(….) continua….

 

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Fare o non fare la camionista?

 

Fare o non fare la camionista? Questo è il dilemma! Chissà se sono tante o poche le ragazze in cerca di lavoro che si pongono questa domanda oggi, anno 2021. La pongo io per curiosità, c’è un gran parlare di carenza di nuovi autisti, di ricambio generazionale, di provare a rivolgersi alle donne per colmare questo gap.

Le stesse donne che comunque, ancora oggi, in alcune zone si scontrano con pregiudizi e maschilismo. Oggi come dieci, venti, trenta, cinquanta e più anni fa.

Una volta la maggior parte delle donne che intraprendeva questa “carriera” lo faceva perché veniva da una famiglia di autotrasportatori, chi aveva il marito camionista, chi il fratello, chi il papà. Quella era la loro porta di ingresso in questo mondo da sempre appannaggio degli uomini. Molto più difficile era riuscire a diventare autiste dipendenti partendo solo da una passione innata, dalla voglia di una vita diversa.

Quelle che ci riuscivano spesso era perché chi le assumeva voleva solo metterle alla prova, convinto già in partenza che non ne erano in grado, “Vediamo quanto duri su un camion!”, pronti a scommettere che alla prima difficoltà avrebbero rinunciato. E invece… invece gli uomini non hanno mai capito, o hanno fatto finta di non capire, che per una donna fare la camionista non era un capriccio temporaneo ma una vocazione profonda.

E purtroppo, per chi spera di risolvere il problema della mancanza di nuovi autisti ingaggiando le donne, era e credo sia ancora, un desiderio di una minoranza (anche se negli anni ’90 ci fu un’inchiesta che rilevò che il sogno delle italiane era di fare la camionista…ma sono passati tanti anni da allora!).

E se è  anche vero che ci sono donne che hanno aspettato anni per realizzare il proprio sogno di guidare un camion è altrettanto vero che non ci sono poi cosi tante ragazze disposte a farlo.

Guardatevi in giro, anzi guardate nelle cabine dei camion che incrociate, se siete fortunati in una giornata magari ne vedrete anche un paio di donne al volante, ma in rapporto a quanti uomini? Le statistiche dicono che le camioniste sono il 2% del totale degli autisti, a volte penso che sia una stima fin troppo alta…

Eppure sarebbe bello se questo mestiere si tingesse un po’ più di rosa, ma resto dell’idea che sarà molto difficile.

Perché? Perché il nuovo modo di fare autotrasporto sta togliendo “poesia” al mestiere, si guarda solo ed esclusivamente al profitto fine a se stesso, l’autista è solo un ingranaggio di un meccanismo sempre più sofisticato dove conta solo la consegna del carico nel più breve tempo possibile e al minor costo possibile. Il camionista, uomo o donna che sia, non ha più nessun valore dal punto di vista umano.

 

Cosi, quando scomparirà l’ultima generazione di camionisti che hanno vissuto gli anni belli dell’autotrasporto e che ancora cercano di svolgere il mestiere con passione ed umanità, perché sono nati e cresciuti in mezzo ai camion, quando non ci saranno più loro sarà la “catastrofe” totale. Sui camion ci saliranno (forse) solo persone che hanno bisogno di uno stipendio, persone  per cui un lavoro vale l’altro, e la figura del camionista, uomo libero, con la strada nel cuore, con la voglia di partire per rincorrere sempre nuovi orizzonti ma anche con un grande amore per il proprio mezzo, considerato come un compagno di vita, scomparirà del tutto, diventerà mitologia.

Io credo che se le cose continueranno cosi, se la disumanizzazione del settore non si fermerà, le donne sui camion non ci saliranno, le donne inseguono i loro sogni, e se la realtà non corrisponde alle aspettative, cambieranno prospettiva.

L’unica speranza è che siano le donne a ridare dignità, cuore, sensibilità e passione a questo mestiere. Ma non so se ci riusciranno, sono sempre state troppo poche e le leggi di mercato stanno stritolando tutto.

In ogni caso, buona strada sempre!

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Una minoranza troppo visibile

 

Torno sull’argomento della  “minoranza che attira l’attenzione”.

Il problema di essere “troppo visibili” non è solo nostro, ricordo di aver letto un post di una collega canadese, Sandra Doyon, che faceva viaggi negli Stati Uniti, che diceva appunto che doveva rendersi “invisibile” come donna. Abbigliamento aziendale (lavorava per una grande Compagnia) che camuffava le forme, atteggiamento professionale, doveva cercare di essere vista come autista e non come donna. Non c’era spazio per espressioni di femminilità, per  il maquillage, per qualche frivolezza. Anche semplicemente rispondere a un sorriso veniva visto come un via libera a successive avances. Addirittura non guardava mai gli autisti di altri camion che la sorpassavano proprio per non creare malintesi. E soprattutto quando li sentiva parlare al CB di altre donne, il suo unico desiderio era di non essere notata.

La parte più divertente del racconto era quando parlava dei Truck Stop americani dove una donna camionista veniva vista come una preda dagli altri camionisti, e chi riusciva ad attaccare bottone con la collega si sentiva vincitore… e soprattutto dover attraversare un piazzale e sentirsi addosso gli sguardi di tutti i camionisti parcheggiati non era per niente divertente.

Diceva anche che quando si è donne, il Quebec è il miglior posto al mondo dove vivere e sentirsi uguali agli uomini, grazie all’impegno di tante femministe che avevano permesso alle donne di ottenere la giusta libertà.

Naturalmente non tutti i camionisti erano cosi, ce n’erano anche di molto gentili, persone con le quali si poteva essere se stesse e non bisognava camuffarsi  per non apparire come una preda da conquistare. Sarà migliorata la situazione col passare degli anni?

E da noi? Parlando con alcune colleghe sembra che le cose non siano poi tanto differenti, quel pizzico di stupore quando le vedono per la prima volta su un camion c’è ancora, come in alcuni casi, purtroppo, c’è anche chi cerca di ostacolarle nel lavoro con stupidi dispetti. Competitività maschile forse? Cosi  come ancora c’è chi si sente rivolgere le solite battute trite e ritrite.

Ovviamente e per fortuna, anche da noi ci sono tanti colleghi corretti con cui condividere la nostra passione per questo mestiere come è giusto che sia.

E voi cosa ne pensate? Vi è capitato di trovarvi in situazioni simili?

Ciao a tutte e Buona strada sempre!

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Un incontro inaspettato…

 

Spesso al venerdi mi mandano in Veneto. Anche ieri mi aggiravo in quelle zone quando è arrivato il momento di fare la pausa. Avevo appena ripreso la Transpolesana, avevo già quattro ore di guida, mi sono fermata alla prima area di servizio. Entrando ho visto un bilico che mi sembrava di conoscere… non perchè l’avessi già visto prima, ma perchè me ne aveva parlato lei, la Rò! E difatti era lei, ho fatto il giro del piazzale e mi sono fermata di fianco. Siccome non la vedevo in cabina le ho telefonato, ed eccola comparire da dietro le tende! Cosi abbiamo passato i 45 minuti di pausa chiacchierando, un pò da cabina a cabina, un pò al bar dove abbiamo bevuto il caffè e un pò davanti ai camion dove ci siamo fatte un pò di foto ricordo.

Ma quanto è bello incontrarsi per strada quando meno te lo aspetti e passare un pò di tempo in tranquillità a chiacchierare di tutto e di pù? Ciao Rò, è stato un piacere, speriamo di ritrovarci presto, buona strada sempre!

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Buon 8 marzo a tutte le colleghe!

 

 

Buon 8 marzo a tutte le colleghe!

Oggi ho ricevuto messaggi di auguri e ne ho mandati, ma siccome non sono riuscita a inviarli a tutte rimedio dalle pagine del nostro blog: auguri ragazze!!!!

Qualcuno mi ha detto: ma perchè non c’è anche la festa dell’uomo? Io ho risposto: proprio per il motivo per cui me lo chiedi!

Ci sarà bisogno ancora e ancora di questa giornata finchè non ci sarà una parità vera e non solo a parole… E anche se tanti passi avanti sono stati fatti, e in molti casi esiste, purtroppo ci sono ancora tante situazioni di discriminazione, e non mi riferisco solo al nostro settore in particolare. Ne abbiamo scritto tante volte…

Ma…. ma c’è anche chi ci stima e ce lo dimostra, cosi voglio condividere qui un messaggio che ho ricevuto da un caro amico e che mi ha riempito di gioia, un messaggio per me ma che penso possa essere indirizzato a ognuna di noi che ha deciso di fare questo mestiere e che lo fa con passione senza perdere nulla del suo essere soprattutto donna:

Qualcuno ha detto che essere donna è un compito terribilmente difficile, visto che consiste principalmente nell’avere a che fare con uomini. E allora posso solo immaginarmi le difficoltà che può avere incontrato nella sua vita una donna impegnata da sempre in un lavoro considerato “maschile”, con tutti i problemi piccoli e grandi che ne derivano. Un lavoro anche pesante, un modo di vivere frugale e un po’ nomade, dove non ci sono orari, dove è consuetudine doversi cimentare in levatacce mattutine (per non dire notturne) e soffrire il caldo d’estate così come il freddo d’inverno. Essere una donna che riesce a fare tutto questo con il sorriso, senza perdere nulla del suo fascino, della sua luminosa bellezza interiore ed esteriore, della sua femminilità; ecco, questa donna è due volte affascinante, due volte bella. Due volte donna.

Grazie Ivan del bellissimo pensiero e grazie a tutti gli uomini che ci vedono come persone!

Buona strada a tutti sempre!

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E’ sempre una festa quando…

                                              HAPPY BIRTHDAY ! ! !

Ad un certo punto della vita cominci a perdere il conto dei giorni, ti accorgi che viene sera sempre più in fretta, le ore volano, i giorni volano, le settimane volano, volano i mesi e gli anni…

Anche i ricordi si fanno più vaghi… cosi non mi ricordo il giorno preciso in cui ho incontrato per la prima volta la Rò… mi ricordo però che prima ci eravamo scritte delle mail e parlate al telefono… erano i primi tempi del gruppo e lei è arrivata carica di entusiasmo, e se ora sto scrivendo in questo blog è proprio grazie a lei che lo ha creato.

Sono passati tanti anni da allora, abbiamo percorso tanti chilometri sulle strade della nostra bella Italia, ogni tanto ci è capitato di incontrarci, una breve sosta per un caffè e una foto ricordo, ma diventa sempre più difficile, anche ritrovarsi ai raduni… che chissà quando e se potranno ricominciare, per fortuna c’è il telefono e ci si può sentire, scambiare quattro chiacchiere, aggiornarsi sulle iniziative del gruppo, parlare delle nostre passioni, dei nostri viaggi…dei nostri  gatti!

A volte penso che le amicizie vere sono quelle che durano nonostante la distanza, nonostante il tempo che scorre sempre più veloce… e anche se ci si vede poco quando capita è una festa.

A proposito di feste, oggi è il compleanno della Rò! E siccome sono sicura che non riuscirò a vederla di persona le mando un camion di auguri da qui, dal “nostro” blog, il nostro Truck Stop virtuale che non abbiamo mai smesso di frequentare, dove non ci sono problemi di parcheggio per fermarsi a fare una visita, che è aperto 24 ore su 24, che ci ha permesso di crescere come gruppo e che speriamo rimanga sempre come punto di riferimento, la nostra storia è tutta in queste pagine, ed è bello pensare che l’abbiamo scritta in amicizia!

Auguri di cuore cara Rò, sono contenta di averti come amica e collega! Buona strada sempre!

E adesso qualche foto dei nostri “vecchi” incontri, ti ricordi?

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La storia di Debora

 

Debora è una delle prime ragazze a far parte del nostro gruppo, ha partecipato spesso alle nostre iniziative, è davvero una veterana tra le camioniste italiane e Elisa Bianchi di  “Uomini e Trasporti” le ha dedicato questo bell’articolo in cui ci racconta la sua lunga storia d’amore con i camion, una passione cresciuta con lei, un sogno realizzato!

Buona strada sempre Debora!

Questo è il link dell’articolo:

https://www.uominietrasporti.it/debora-facchetti-una-veterana-del-trasporto-ho-girato-leuropa-inseguendo-una-passione/

E questa è l’intervista:

Debora Facchetti, una veterana del trasporto: «Ho girato l’Europa inseguendo una passione»

Alla guida da oltre trent’anni, Debora ha attraversato le strade di tutta Europa trasportando con il suo camion frigo frutta e verdura. Erano gli anni 90 quando decise di inseguire la sua passione con  dedizione, nonostante le difficoltà e una brutta rapina che nel 2009 l’ha portata a essere sequestrata nella sua cabina per cinque ore

Debora Facchetti, classe 1971, è originaria di Grassobbio, in provincia di Bergamo, dove oggi è tornata a lavorare dopo aver girato l’Europa a bordo del suo bilico. Oggi è una veterana dell’autotrasporto, un’icona per le nuove leve, e ha molto da raccontarci sulla sua vita trascorsa a bordo dei mezzi pesanti.  Fin da piccola ha sempre avuto le idee chiare: il suo sogno “da grande” era guidare un camion. Un sogno nato tra i tavoli della trattoria di famiglia frequentata dai molti camionisti che guardava con ammirazione e invidia. Osservava i loro camion e sapeva che un giorno, anche lei, ne avrebbe avuto uno.

Determinata e spigliata, quando si tratta di aprire l’album dei ricordi Debora si fa più timida: «Per me l’autotrasporto è tutta la mia vita, raccontare del mio lavoro è come raccontare me stessa».

Partiamo dagli esordi, come hai iniziato? 

 

Sono cresciuta in mezzo ai camionisti che frequentavano la trattoria di famiglia, li ho sempre ammirati per il loro lavoro. Quando ho spiegato ai miei genitori che volevo diventare anche io un’autotrasportatrice penso che mamma abbia segretamente esultato. Abbiamo pochi anni di differenza per cui ci capiamo molto bene, in più da giovane anche lei avrebbe voluto guidare un camion, ma la vita l’ha portata a fare altro. In qualche modo con il mio lavoro ho realizzato anche il suo sogno nel cassetto. Appena compiuti i 18 anni ho preso la patente e l’anno successivo, era il 1990, ho iniziato a lavorare con DHL Aviation all’aeroporto di Orio al Serio. Inizialmente era un lavoro part-time: di giorno davo una mano ai miei genitori in trattoria e la sera, per 4 ore, guidavo i furgoni. Anni difficili, ma bellissimi.

Quando hai iniziato a dedicarti totalmente a questo mestiere?

Qualche anno dopo, nel ’98, ho cambiato società e mi sono messa alla guida di un bilico con cui ho iniziato a fare tratte soprattutto all’estero. Ho lavorato anche in Sicilia e a Napoli, ma ho sempre fatto tratte lunghe: Spagna, Portogallo, Svezia, Svizzera, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca. Non ricordo neanche tutti i paesi in cui ho guidato, ma è grazie a questi viaggi che mi si è aperto un mondo: in Italia, agli inizi, erano poche le donne che facevano questo lavoro, circa una ventina (me compresa) e nella mia azienda ero l’unica. In giro per l’Europa, invece, di donne ce ne erano eccome, soprattutto tedesche, olandesi e francesi. All’estero fare la camionista era un lavoro come un altro, in Italia invece sono sempre stata guardata con un misto di ammirazione e diffidenza. Le persone si complimentavano con me per quello che facevo, ma c’era sempre il dubbio che non fossi in grado di farlo bene come lo avrebbe fatto un uomo.

Oggi è ancora così?

Sono cambiate tante cose. Oggi ci sono molte più donne in questo settore e con gli anni, con il lavoro e con l’impegno abbiamo saputo dimostrare che siamo perfettamente qualificate per fare questo mestiere. C’è molto rispetto tra i colleghi, ognuno di noi fa cose diverse e in modo diverso e se lo facciamo bene o male non dipende certo dal nostro genere. Quando si decide di intraprendere questa strada bisogna essere consapevoli che non è facile, ci sono barriere all’ingresso, ma l’essere donna non deve essere una di queste: io e le mie colleghe ne siamo la dimostrazione.

E con i colleghi all’estero i rapporti com’erano?

Ho sempre amato viaggiare all’estero, ho girato l’Europa per 22 anni e ad oggi è la cosa che mi manca di più del mio lavoro. Conoscevo poco le colleghe straniere, ma mi sono sempre trovata benissimo a lavorare con tutti. Spagna e Olanda, in particolare, erano le mie tratte preferite: lì la gente è calorosa e accogliente, mi hanno sempre fatto sentire come a casa, anche perché capitava che non rientrassi per 40/45 giorni consecutivi.

Quando stavi via così a lungo dove dormivi?

All’estero non è mai stato un problema passare tante notti fuori. Ci sono aree di servizio attrezzate con bagni per uomini e donne, docce, spogliatoi, lavatrici e asciugatrici, soprattutto in Germania e in Francia. Devo essere sincera: non posso dire di non avere mai paura. Soprattutto dopo la rapina che ho subìto. È successo nel 2009, ero a Cassino. Stavo dormendo quando due uomini mi hanno assalita in cabina bloccandomi. La loro prima reazione quando si sono accorti che ero una donna è stata di sorpresa, ricordo che addirittura si scusarono, ma mi dissero che dovevano fare il loro lavoro. Mi hanno tenuta sequestrata in cabina per cinque ore, mentre uno rubava il carico e l’altro mi controllava. Sono state ore terribili, anche se io reagii con più calma di quanto anche loro non si aspettassero. Mi misi addirittura a chiacchierare con l’uomo con me in cabina: era una situazione surreale, ma a distanza di diversi anni penso di essere stata fortunata e che in fondo mi sia andata bene. La paura è stata tanta e ancora oggi non nego di averne, sono cose che ti segnano. Nonostante questo episodio ho continuato a fare il mio lavoro con passione e con la consapevolezza che anche le situazioni più difficili si possono superare. Mi è capitato altre volte di subire tentativi di furto, fortunatamente non andati a buon fine, ma ho imparato a gestire certe situazioni: mi tutelo, chiamo subito qualcuno e aspetto in cabina. La paura non deve essere un limite, il mio lavoro è bellissimo e non permetto a niente o nessuno di rovinarmelo.

Oggi dormi ancora fuori con il camion? 

Sì, lavoro principalmente nel Nord Italia. Parto da Bergamo la domenica e rientro il venerdì sera facendo varie tappe tra Tortona, Alessandria, Milano e Brescia. Non è mai stato un problema per me stare fuori casa, l’autotrasporto era ed è ancora la mia unica e più grande passione. Motivo per cui non ho mai pensato a una famiglia: non è mi è capitato di trovare la persona giusta e quindi mi sono dedicata al mio lavoro. Non me ne pento, è una scelta che rifarei altre cento volte: io sono felice.

Cosa ti aspetti dal futuro? 

Non vedo l’ora tornare a viaggiare in Europa, mi piacciono le tratte lunghe, hai molto tempo per stare con te stessa e pensare. Uno dei ricordi più belli che conservo risale al 1999: eravamo sei camion e dovevamo andare in Inghilterra. Siamo rimasti bloccati a bordo della nave per diciotto ore. Un viaggio interminabile ma in cui abbiamo fatto squadra e ci siamo sostenuti a vicenda. Ecco, è questo il bello di questo mestiere, secondo me: un lavoro solitario, dove si impara a fare i conti con sé stessi, ma in cui quando ho avuto bisogno di una mano c’è sempre stato qualcuno disposto ad aiutarmi.

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Antonella & la Sirenetta su TGR Calabria

 

Una video intervista ad Antonella a bordo della sua bellissima Sirenetta su TGR Calabria.

Buona strada sempre Antonella!!!

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