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Grazie a “Uomini e Trasporti”!!!

 

Grazie!

Grazie a Elisa Bianchi e a “Uomini e Trasporti” per la bellissima recensione del nostro libro nel loro blog!!!

Questo è il link:

https://www.uominietrasporti.it/uet-blog/anche-io-volevo-il-camion/soprattutto-camioniste-storie-di-autiste-contro-gli-stereotipi/

E questo è l’inizio dell’articolo:

Soprattutto camioniste: storie di autiste contro gli stereotipi

Si chiama “Soprattutto camioniste” ed è il libro edito dal gruppo “Buona strada” Lady Truck Driver Team che riunisce oltre un centinaio di donne tra autotrasportatrici e appassionate del mestiere. Cinquantadue racconti in tutto, storie di vita accomunate sempre dalla passione per i camion, per raccontare com’è essere una donna camionista in Italia e cosa ancora c’è da fare per abbattere gli stereotipi e i pregiudizi che gravitano intorno a questa professione.

«A volte è bello pensare che fai qualcosa che poche donne hanno il coraggio di fare».

Si apre così Soprattutto camioniste, il libro edito dal gruppo Buona strada. Lady Truck Driver Team nato nel 2007 per unire amiche e colleghe camioniste e che oggi conta più di un centinaio di donne tra autiste e appassionate che si riuniscono su un blog, un “Truck stop” virtuale, come lo definisco loro, per raccontare le loro storie di vita, le loro esperienze alla guida, ma anche pensieri, passioni e scambiarsi informazioni utili.

«A volte è bello guardare gli sguardi stupiti della gente che ti nota passare e tu sei lì, seduta a un metro e mezzo da terra che li guardi dall’alto in basso, non con cattiveria ma con un pizzico d’orgoglio per quello che stai facendo». Sì, perché le donne alla guida di un mezzo pesante oggi sono ancora poche. Solo il 2% del totale per la precisione, pari a circa 13 mila unità. Un mondo ancora prevalentemente “maschile e maschilista” come scrive qualcuna di loro, eppure «nel corso degli anni ci sono state donne che hanno sognato di fare questo mestiere e donne che ci sono riuscite, sono salite in cabina e ci sono rimaste». Soprattutto camioniste ne racconta cinquantadue di loro: cinquantadue testimonianze raccolte tra le componenti del gruppo Buona strada. Lady Truck Driver Team per spiegare e raccontare com’è la vita delle donne camioniste in Italia, ma soprattutto per lanciare un messaggio: le donne ci sono e non sono disposte a farsi dire che si tratta “di un mestiere per uomini”.

L’introduzione del volume si chiude con un invito a riflettere, eppure suona quasi come una premonizione: «Adesso questo settore maschilista si sta accorgendo che le donne possono sopperire alla carenza di autisti, al ricambio generazionale. Cercano di motivarle a intraprendere questa professione con varie iniziative. Forse una cosa non è stata compresa, per le donne che scelgono di fare questo mestiere, fare la camionista è la realizzazione di un sogno e se il sogno non corrisponderà alla realtà cambieranno strada».

Come fare in modo quindi che questo sogno non si infranga?

Leggendo i racconti presenti in Soprattutto camioniste sembra evidente: serve agire subito per garantire che le esigenze delle donne autiste siano ascoltate e accolte. I racconti di vita, tutti così diversi tra loro, da chi è “figlia d’arte” a chi il camion l’ha sempre desiderato fin da bambina, fino a chi mai avrebbe pensato di ritrovarsi alla guida di un “bisonte della strada”, convergono quasi tutti però su un unico punto: mancano servizi – soprattutto quelli igienici – dedicati alle donne, manca attenzione alle esigenze di madri, figlie, lavoratrici che da sempre nel nostro Paese ricoprono anche un ruolo fondamentale nelle famiglie.

I commenti sarcastici, gli sguardi attoniti, i pareri contrari, quelli si possono superare. Non è sempre facile, certo. A ognuna di loro è capitato un episodio di questo tipo, ma l’hanno sempre saputo superare con passione, tenacia e intelligenza. La cultura si può e deve cambiare, ma non possono mancare azioni concrete a sostegno dell’occupazione femminile in questo settore che oggi più che mai ha bisogno di forza lavoro.

(….)

Il resto dell’articolo  lo trovate sulla pagina ufficiale di “Uominui e trasporti”

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Una storia di Natale

 

Questo è un diario di bordo della collega Francesca…un lungo viaggio verso il nord Europa,  peccato non averlo trovato prima visto che è dedicato al Natale…

Lo leggeremo aspettando i Re Magi!

Buona strada Francesca!

 

Questo è il link da “camionefurgonimag.com” :

http://www.camionefurgonimag.com/una-storia-di-natale/

 

E questo è l’inizio:

Una storia di Natale

24 dicembre 2021

Il lungo viaggio di Francesca a bordo del suo IVECO Daily, da Treviso a Søvik, in Norvegia, e ritorno, in compagnia di un alberello di Natale

La nostra amica Francesca Marchesin di recente è partita da Treviso con il suo Daily alla volta della Norvegia, per portare parti di ricambio e attrezzature navali ad una nave da crociera ormeggiata al porto di Søvik.

“Non è la prima volta che affronto un viaggio del genere con il mio Daily – dice Francesca – Ma, ogni volta, prima di partire, mi prende un po’ di ansia pensando alle condizioni della strada in questo periodo. Neve e ghiaccio sono sempre da mettere in conto sulle strade del nord Europa. La partenza era fissata per venerdì 10 dicembre. Durata del viaggio: una settimana.”

“Prima di partire, come al solito ho preparato tutto ciò che serviva per la trasferta: vestiti, piumone, cibo, fornello da campeggio, pentole; cibo secco, cibo fresco, nel limite del possibile, perché utilizzo solo una borsa termica e quindi sono un po’ penalizzata – racconta Francesca – Di solito mangio solo cose che mi porto da casa per via di una serie di intolleranze alimentari che ho. Per me il cibo dei ristoranti, purtroppo, la maggior parte delle volte è tossico.”

“Come di routine ho dato un’occhiata anche al “Tamagotchi*”, come lo chiamano i miei colleghi, ovvero il mio amato IVECO Daily 72-170, per via del fatto che sto sempre a curarlo e controllarlo – spiega Francesca – Il fatto è che, dovendoci viaggiare di continuo e per tratte molto lunghe, preferisco stare tranquilla. Quindi i controlli non sono mai troppi. In effetti la settimana prima lo avevo già rivoltato come un calzino in occasione di un altro viaggio verso Cadiz, in Portogallo. Col tipo di lavoro che faccio, io e il mio camioncino siamo spesso e volentieri all’estero. Diciamo che l’Italia ci sta stretta.”

“Venerdì 10, come da programma, sono partita per andare a caricare presso il magazzino del cliente. Di roba ce n’era veramente tanta questa volta. Assieme al mulettista abbiamo studiato come stivare al meglio i colli, tutti di dimensioni diverse e anche fragili. Una volta caricata la merce, ho tirato le cinghie e mi sono assicurata che tutto fosse stabile. Finalmente, alle 17:00 sono partita – racconta Francesca – Il primo giorno di viaggio si è concluso verso le 01:30 di notte in un’area di servizio tedesca. Dal Brennero in poi è stata tutta una nevicata, per fortuna la strada era abbastanza pulita e comunque le mie gomme invernali hanno fatto il loro dovere anche in presenza di ghiaccio. La notte mi sono infilata sotto lo spoiler da tetto, un Lamar che all’interno ha una cuccetta e il Webasto per l’inverno, e sono riuscita a dormire calda sotto il piumone. La cuccetta posizionata sopra lo spoiler permette di guadagnare centimetri preziosi nell’allestimento del cassone – precisa Francesca – un centinato copri-scopri, lungo 6,10 metri e largo 2,47.”

Dopo aver fatto le sue 9 ore di pausa Francesca è ripartita con il suo Daily alla volta di Rostok, uno dei più importanti porti commerciali della Germania, da dove partono i traghetti per la Svezia.

“Ho percorso l’autostrada tedesca A24 senza problemi fino allo svincolo Wittstock-Dosse – spiega Francesca – Da lì, ho proseguito sulla A19 fino all’uscita di Rostock Überseehafen, quindi ho seguito la Ost-West-Straße (strada est-ovest) per il terminal traghetti. Per fortuna l’11 dicembre era sabato e per strada non c’era molto traffico pesante, così sono riuscita ad arrivare puntuale all’imbarco. Una volta a bordo del traghetto ho preso possesso della cabina e, finalmente, mi sono fatta una doccia calda, dopodiché mi sono letteralmente tuffata sul letto.”

(….) il viaggio continua sulla pagina di “camionefurgonimag.com”

Buona strada a tutti!

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La storia di Aneta, un’autista in rosa

 

Anche questa intervista non è nuova, è di marzo 2020 e l’ho trovata come sempre nelle mie ricerche gironzolando nel Web.

Aneta è una collega che fa distribuzione a Roma per la Fercam, questo è il link dell’articolo:

https://www.fercam.com/it/news-stampa/news/aneta-kolanek-unautista-in-rosa–1-606.html

E questa è la sua storia:

 

08.03.2020

Aneta Kolanek: un’autista in rosa

Da ottobre dello scorso anno, Aneta Kolanek collabora con FERCAM come autista, un ruolo che spesso nell’immaginario viene considerato maschile. Intervistandola, abbiamo potuto scoprire il suo carattere intraprendente, il suo approccio limpido e genuino, l’invidiabile grinta con cui fronteggia le sue giornate.

 

Com’è essere una delle pochissime donne che svolgono questa professione?

È vero che questo mestiere di solito è riservato agli uomini, però per me non è una cosa così strana e non mi trovo in difficoltà. Nella vita ho sempre fatto lavori pesanti, quindi lo trovo normalissimo. Per esigenze familiari ho guidato trattori, ho lavorato in una fabbrica di treni,… non mi è nuovo fare cose che di solito si pensa le donne non facciano. Io mi sento di poter fare tutto e non mi manca niente!

Ti capita di sentirti discriminata perché donna?

Non mi trattano diversamente perché sono donna, ed è giusto così, secondo me. Non c’è discriminazione, anzi. Un esempio? Una volta ho scaricato una lastra di ferro da 170kg. Dal magazzino c’erano ben 3 uomini a guardare l’operazione, e nessuno di loro si è mosso per dare una mano. Quella volta in verità ci sono rimasta male, dopo aver scaricato li ho guardati e non ho potuto non commentare il loro comportamento

E i clienti come reagiscono?

Mi fanno tanti complimenti! Molti clienti sono sorpresi, li vedi che pensano “Oddio! È una donna! È la prima volta che vedo una donna arrivare per fare consegne per FERCAM”. A volte commentano ad alta voce e allora io chiedo “Ma le fa piacere?” e mi rispondono “Sì! Magari ce ne fossero di più! Più donne ci vorrebbero, voi capite di più!”. Il fatto di dimostrare gentilezza, ascoltando le esigenze di chi ho di fronte, viene molto apprezzato. Con la gente bisogna saper parlare e mi fa piacere poter fare felici i clienti, è quello che mi dà più soddisfazione. Altrimenti il lavoro diventa stressante, i rapporti non sono buoni e la giornata si fa pesante. Una volta ho avuto a che fare con un cliente insoddisfatto, che voleva cambiare fornitore. Gli ho parlato con tranquillità, convincendolo che se ci fossero stati problemi li avremmo risolti insieme. Ogni volta che ci vado ora è sempre sorridente e non ha mai più parlato di lasciare FERCAM.

Ci racconti un po’ di te?

Sono polacca, sono in Italia da 20 anni, mi sono sposata qui e ho 4 figli. Vivo in campagna, ad Aprilia, con 12 cani e 7 gatti. Da quasi sei mesi collaboro con FERCAM. In Italia sono venuta quando avevo 18 anni, in cerca di lavoro. Non parlavo la lingua e non conoscevo la cultura, è stato come ricominciare da zero. Piano piano sono andata avanti, cominciando dal lavoro che potevo fare in cui non era necessario comunicare con gli altri (le pulizie). Ma non mi sono fatta spaventare, mi sono adattata: dopo 6 mesi parlavo italiano e ho trovato un lavoro stabile presso una famiglia con 3 figli. Ma non era un lavoro per me, preferisco di gran lunga guidare un camion che fare le pulizie!

Sono sicuramente cresciuta in una cultura diversa: io vedo i miei figli andare a scuola come se fosse il parco giochi, ma in Polonia è come un addestramento, per me è stato un ambiente molto rigido e severo. Mia madre ha sempre lavorato in fabbrica, era uno dei responsabili perché sapeva manovrare tutti i macchinari. Anche mio padre ha sempre fatto lavori pesanti, da operaio.

Come si svolge la tua giornata lavorativa tipo?

Mi alzo alle 3 di notte, alle 4 sono fuori casa, alle 5 comincio a caricare il furgone. Intorno alle 7, al massimo, esco e vado a fare il giro nella mia zona. Una volta terminate le consegne torno al magazzino, restituisco ciò che non ho potuto consegnare, vado in ufficio per chiudere il giro e lasciare i documenti. Se finisco presto comincio a caricare per il giorno successivo. Ma questo non significa che il giorno dopo mi sveglio più tardi! Alle 5 il giorno dopo sono comunque in magazzino, a prendere in consegna altre bolle.

Come concili impegno lavorativo e vita familiare?

I miei figli ormai sono indipendenti, il primo ha 20 anni, l’ultima 11. Stanno con mio marito e io li vedo nel fine settimana, perché non posso andare avanti e indietro da Roma tutti i giorni, quindi sto in settimana in città da un’amica. Ho in progetto di comprare una macchina per poter tornare a casa la sera, spero di poterlo fare presto.

E nel fine settimana che cosa ti piace fare?

Ballare! Ho un grande stereo, in campagna non disturbo nessuno e posso fare festa con i miei figli. Se c’è bel tempo facciamo un bel barbecue. Gioco coi miei cani e cerco di divertirmi il più possibile, recuperando tutto quello che non ho potuto fare gli altri giorni. La giornata e mezza che ho con la mia famiglia cerco di godermela il più possibile.

Quali sono i lati migliori e quelli peggiori di questo lavoro?

È un lavoro in cui non ci si annoia, si incontrano persone diverse, ci sono sempre occasioni per fare una battuta. La parte che preferisco è poter rientrare a sera con il furgone vuoto, avendo consegnato tutto, quella è una soddisfazione.

Lati negativi? Mah… sai l’unica cosa che mi viene in mente? Il traffico!

Se potessi cambiare qualcosa?

Ho sempre affrontato di petto tutto quello che mi si è presentato davanti e sono molto orgogliosa di quello che ho imparato e che ho saputo fare. Rifarei tutto da capo allo stesso modo. Nella vita non ti devi mai pentire di tutto quello che passi, chi incontri, che cosa ti capita sulla strada. Perché quello è, non si può cambiare, è da accettare.

Grazie mille Aneta per il tempo che ci hai dedicato e per aver condiviso la tua storia!

 

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Arriva l’inverno e…

 

Arriva l’inverno e…forse porterà la neve sulle nostre strade e autostrade…

Vi metto i link di due articoli dal sito CamioneFurgoniMag  a cura di Gabriele Bolognini, con alcune interviste a colleghi e colleghe che raccontano le loro esperienze invernali:

http://www.camionefurgonimag.com/neve-catene-e-freddo-parte-uno/

http://www.camionefurgonimag.com/neve-catene-e-freddo-parte-due/

Tra le altre potrete leggere le avventure di:

Iniziamo con la testimonianza di Saura Sacchetti : “Ad essere sincera non ho mai avuto grandi difficoltà o meglio, non mi è mai successo di restare bloccata per neve, ma ho avuto più di qualche volta disagi sulle strade – racconta Saura – Una sola volta ho avuto paura, viaggiavo con il bilico completamente vuoto e mi trovavo in un tratto di strada statale un po’ in collina, nevicava talmente tanto che la strada si imbiancava sempre di più.

(…) continua

 

Il racconto di Dayana Baruzzo: “Esperienze con la neve ne ho avute solo quando lavoravo con mio padre. All’epoca guidavo un bilico DAF cisterna. Un giorno dovevo prendere la tangenziale di Bergamo e avevo la cisterna mezza piena – ricorda Dayana – Aveva iniziato a nevicare di brutto.

(…) continua

 

Francesca Marchesin con la sua piccola motrice, un IVECO Daily da 7,2 ton, viaggia tutta Europa. Di esperienze con la neve na ha avute, questa che ci racconta è una delle più antipatiche: “La prima volta che ho beccato la neve in viaggio ero in Romania. In un’ora è caduta tanta di quella neve che non si sa. Però sono riuscita a passare.

(…) continua

 

Chi parla ora è Paola Gobbetti: “La prima volta che ho guidato un autotreno sotto la neve è stato con un carico di polli. Eravamo in tre camion, dovevamo arrivare a Fossano, in provincia di Cuneo – ricorda Paola – Pioveva di brutto e dopo tre ore ha iniziato a nevicare.

(…) continua

 

 

Le interviste complete sono sulla pagina ufficiale, a tutti/e buona strada sempre!!!

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In memoria di Rita

 

Un riconoscimento in memoria di Rita, una delle prime camioniste italiane e, come riporta l’articolo, la prima donna ad ottenere l’autorizzazione di autotrasportatrice! Una vera pioniera! Nel suo Comune non si dimenticano di lei, nonostante siano passati diversi anni dalla sua scomparsa, anzi per tenere viva la memoria di una grande donna hanno dedico di dedicarle una targa posta all’ingresso del paese!

Questo è il link dell’articolo:

https://lanuovaprovincia.it/attualita/dusino-san-michele-ricorda-rita-mecca-prima-camionista-italiana

E questo è l’inizio dell’articolo:

Dusino San Michele ricorda Rita Mecca, prima camionista italiana

Sabato scorso l’amministrazione comunale ha voluto riconoscere all’imprenditrice un posto nella storia di Dusino San Michele, collocando una targa sull’iscrizione del semaforo d’ingresso al paese

Donne forti e dallo spirito pionieristico quelle del Pianalto Astigiano. La prima donna capostazione d’Italia, Luigina Baj, era di San Paolo Solbrito. La prima camionista italiana di Dusino San Michele. In realtà Rita Mecca, era nata a Villafranca, originaria di Cantarana, dove ancora oggi il suo cognome significa autotrasporti. Dopo il matrimonio con Virginio Caranzano, Rita si era trasferita a Dusino dove, nel 1950, insieme hanno fondato la loro azienda, attiva ancora oggi, passata alle nuove generazioni della famiglia. La giovanissima Rita trasportava materiali per l’edilizia, prodotti chimici e ogni tipo di merce. In paese la ricordano con piglio deciso da imprenditrice, ma anche femminile e materna.

Sabato scorso l’amministrazione comunale ha voluto riconoscere a Rita Mecca un posto nella storia di Dusino San Michele, collocando una targa sull’iscrizione del semaforo d’ingresso al paese, a 10 anni dalla scomparsa, nel 2011. Con il sindaco Valter Malino, erano presenti anche la sindaca di Cantarana, Roberta Franco, il sindaco di Valfenera e presidente della Provincia, Paolo Lanfranco e una trentina di autotrasportatori locali, venuti ad omaggiare una collega che ha precorso i tempi.

La targa ricorda che già nelle celebrazioni del 150esimo dell’Unità d’Italia, a Rita Mecca era stata dedicata una giornata per il primato di prima donna camionista. In quell’occasione il sindaco Malino aveva fatto condurre una ricerca presso la Prefettura e il Ministero dei Trasporti, scoprendo che Rita non è stata la prima italiana ad ottenere la patente di guida, ma è stata la prima ad ottenere l’autorizzazione di autotrasportatrice.

(…) continua sulla pagina ufficiale.

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Truck cartoon

 

Dalla penna di Laura, la nostra collega trucker & blogger, un nuovo post dedicato ai camionisti in stile cartoon!

Sempre dal sito Timo com, dove potrete leggere il testo completo.

Questo è il link:

https://www.timocom.it/blog/siamo-carichi-truck-cartoon

Inizia cosi:

Truck cartoon

E se i camionisti fossero dei personaggi dei cartoni animati?

 

Truck Cartoon

 

Con il suo stile ironico e mai banale, nella serie “Siamo Carichi”, Laura ci racconta spaccati e momenti della sua vita di autista professionista.
In questo articolo, Laura ci parla di di come sarebbero i camionisti, se fossero dei cartoni animati…

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Tra il grigio dell’asfalto e il traffico, noi camionisti viviamo quasi tutta la nostra vita. Immersi in correnti tortuose e rumorose sfiliamo vicino alle città, ci addentriamo in zone rurali.
Avremmo potuto scrivere noi un libro dal titolo “50 sfumature di grigio”, ma sicuramente sarebbe stato meno… appassionato. Decisamente meno.

Infatti noi viviamo generalmente in una scenografia più illusoria, surreale e fantasiosa, simile alla realtà, ma non identica. Noi camionisti al massimo possiamo aver scritto qualche episodio di scenette comiche e irriverenti.

Così, a forza di vivere nella fantasia, diventiamo come i personaggi dei cartoni che ci facevano ridere da piccoli. Animiamo le nostre ambientazioni con espressioni buffe, nomignoli strani e sembianze originali. Dalla canotta alla Homer Simpson (diventata un must have della stagione camionista), all’outfit primitivo con tanto di clava al seguito come i Flinstones. Qualcuno azzarda una giacca come Lupin, altri sembrano più Mister Bean.

In realtà, tre sono i cartoni animati nei quali noi camionisti ci rispecchiamo tutti. Tre sono quelli che ci definiscono come categoria, marcando un segno distintivo che ci accomuna tutti.

Wacky Races, Le Corse Pazze.

La lotta alla supremazia in versione camionista. Le più disparate tipologie di camion, più o meno allestite a festa si sfidano con trucchetti e sotterfugi per arrivare alla meta. “I più famosi e spericolati piloti che partecipano a una gara senza regole”:

I frigoristi come Peter Perfect tutti impettiti e tirati a lucido, quelli del bestiame alla guida degli “Spaccatutto” accompagnati dai loro amici a quattro zampe, quelli del ribaltabile con “La Multiuso” nome perfetto per chi può caricare di tutto, le donne come Penelope Pitstop che si truccano usando gli specchietti, quelli da cava con le macignomobile (un nome una garanzia)

Tutti partecipano a una corsa senza esclusione di colpi, mostrando altezzosi e orgogliosi i propri veicoli. Ognuno di noi in questa gara avvincente, qualche volta si è trasformato nel collega scorretto che tende agguati fallimentari al limite del regolamento. Perchè proviamo a essere diabolici com Mr. Dastardly, ma alla fine siamo buoni come Muttley.

Bags Bunny e i Looney Tunes

Una sorta di comicità con cui siamo costretti a gestire le nostre giornate, quella noncuranza che ci salva dal baratro della disperazione. L’atteggiamento un po’ menefreghista ci aiuta quando dobbiamo risolvere guai che non ci appartengono, ma se la prendono comunque con noi.

Come Bugs Bunny con Taddeo, ci puntano il dito contro pensando di poterci intimidire, ma noi davanti alla rabbia e alla presunzione altrui risolviamo tutto facendo spallucce come a indicare di non aver capito. Quella strafottenza di essere certi di sapere, ma di far finta di cadere dalle nuvole.

Insomma, la carota in mano e “Ehm, che succede amico?” Di Bugs è come il nostro: “Ehm, chiama l’ufficio traffico!”

Quando invece il problema lo causano gli altri  passiamo da essere esili coniglietti a diavoli del trasporto, i Taz della situazione. Qualcuno grande come un orso, qualcun altro al massimo arriva ad assomigliare a un orsetto lavatore. Qualunque sia la nostra stazza, in quei momenti siamo pronti a fare una rivoluzione. Iniziamo sceneggiate da mettere a soqquadro qualsiasi cosa ci sia intorno a noi, minuti da dramma per poi ansimare sfiniti davanti a gente incredula.
Sbollita la rabbia, come cuccioli in cerca di affetto che sanno di aver sbagliato, rispettiamo diligentemente ciò che ci aspetta.

Tra tutti i Looney Tunes ne esiste uno che merita un capitolo a parte, quello che a mio avviso ci assomiglia più di tutti.

Willy il coyote

L’ irrefrenabile passione, mista a fame, che ci spinge tutti i giorni a voler provare a farcela in questo settore così complicato e agguerrito. Nonostante tutte le batoste che riusciamo a prendere, non demordiamo mai. Ad ogni occhiata beffarda del “beep beep” della situazione, noi rispondiamo con sguardi sfidanti e convinti che la prossima idea geniale sarà quella decisiva.

 

(…) continua….

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Una collega olandese

 

Direttamente dal sito della DAF, la storia di Bianca, una collega olandese al volante di un EcoCombi da 25,25 metri!

Questo è il link dell’articolo

https://www.daftrucks.it/it-IT/Cosa-dicono-di-DAF/Drivers/Bianca-Weijers-Tuss

E questo il testo:

Bianca Weijers Tüss

“Cosa vuol dire ‘lavoro da uomo’? Sono costantemente circondata da donne”

Testo: Bert Roozendaal

Fotografia: Roozworks e Mitch Weijers

EcoCombi da 25,25 metri con una donna al volante: una vista abbastanza comune in Scandinavia. Ora ce n’è almeno una anche nei Paesi Bassi, che non accetta l’etichetta di “insolita” applicata alle donne conducenti. “Cosa vuol dire ‘lavoro da uomo’? Sono costantemente circondata da donne.” In parte, ciò si deve al fatto che Bianca Weijers guida un veicolo per la catena di negozi generici Kruidvat per conto del suo datore di lavoro, Cornelissen.

“Dicono che una conducente donna venga sempre servita per prima. Ma il rossetto e i ricci biondi non mi servono a molto quando arrivo con il mio transpallet”, ride. “Alla fine, anche la direttrice del negozio che firma le mie distinte ha ricci e rossetto!”

Bianca Weijers Tüss (34) è sposata con Paul, anch’egli camionista. La coppia ha due figli. “Una famiglia con due conducenti può essere piuttosto stressante”, afferma Bianca. “Ma sono appassionata di autovetture e della scena automobilistica da quando ero giovane. Volevo vivere nel mondo di ‘Fast and Furious’. Avevo una Honda CRX, che mi era costata una fortuna all’epoca. Ma è grazie a quell’auto che ho incontrato Paul.”

Anche se suo padre era conducente di veicoli industriali, sulle prime Banca non aveva intenzione di seguire le sue orme. “Ho iniziato con un furgone per le consegne e poi ho pensato di diventare corriere. Ma non c’erano molte opportunità nel settore, in quel momento era come se tutti avessero deciso di diventare corrieri. A quel punto ho fatto l’esame per la patente di guida per autoveicoli pesanti e ho iniziato a lavorare per l’industria edile e quella adibita al trasporto merci. Sono entrata a far parte di Cornelissen otto anni fa e da allora ho lavorato sempre per loro.”

“Una partenza alle 5:30 è un inizio rilassante per me”

Oggi, Mitch (6 anni), il figlio di Bianca, l’accompagna nel viaggio seduto sul suo seggiolino per bambini nel grande DAF, che traina due rimorchi urbani B-Double. “La pedana posteriore si è bloccata e ho dovuto premere un pulsante in modo che la mamma potesse tornare a usarla”, afferma con orgoglio. “Mitch ama venire con me nei miei giri. Mia figlia Sterre è ancora troppo piccola”, spiega Bianca. “Io lavoro tre giorni a settimana, e Paul cinque. Lavoriamo entrambi per la stessa azienda. Paul è libero il lunedì, quindi posso guidare il suo veicolo. Ma siamo tutti e due occupati il venerdì e il sabato, perciò lasciamo i bambini a mia madre. Non siamo esattamente come la famiglia media. Spesso devo alzarmi alle 2:30 del mattino perché il mio turno di solito inizia alle 3:30. Ma a volte inizio alle 5:30 ed è un inizio rilassante per me.”

Il lavoro non è mai troppo impegnativo per Bianca. “Una donna può fare questo lavoro senza problemi. Prendiamo ad esempio questo DAF: non ha il cambio marcia manuale, sterza facilmente e il sedile è perfetto anche per chi non è molto grande. Ci si abitua rapidamente a guidare un EcoCombi. Naturalmente, raggiungere l’indirizzo di consegna in città può essere una vera sfida. E a volte devo scaricare le merci su strada. Se c’è un’auto parcheggiata nell’area di carico, scatto sempre una foto, nel caso in cui sia sparita quando arriva l’ausiliario del traffico. E la prudenza non è mai troppa con i ciclisti. Alcuni fanno manovre intorno al veicolo che fanno venire il cuore in bocca.”

“Se pensi di sapere tutto, perché non lo fai tu?”

Bianca si diverte tantissimo a guidare l’EcoCombi. “È una sensazione straordinaria avere il controllo completo di un veicolo così gigantesco. Sicuramente bisogna prestare attenzione quando si percorre una rotatoria o si svolta un angolo a causa dei quattro diversi punti di articolazione. E all’inizio facevo fatica a eseguire l’inversione verso la banchina di carico. Ho guidato un cassonato con un rimorchio quando seguivo le lezioni per l’EcoCombi. È molto più facile rispetto alla guida con due rimorchi urbani. La prima settimana, quindi, è stata davvero difficile. Ho persino preso seriamente in considerazione di lasciar perdere. ‘Non riuscirò mai a farcela’, pensavo. Soprattutto perché un veicolo così grande causa sempre ingorghi seri e non mancano mai le persone che cercano di spiegarti come guidarlo. E non parliamo degli sguardi dei colleghi. In questo, essere una donna non aiuta affatto. Ma dico sempre: ‘Se pensi di sapere tutto, perché non lo fai tu?’. Dopo una settimana ho iniziato a capire meglio. Ora so come procedere, e loro no.

E per quanto riguarda carico e scarico? “A Kruidvat si utilizzano i pallet anziché i roll container, quindi è molto più facile perché ho un transpallet elettrico. Così non ci si logora. Lo consiglierei come carriera a qualsiasi donna. Chi cerca un lavoro fantastico in cui distinguersi deve prendere in considerazione quello di conducente di veicoli industriali. Mi dispiace solo che non posso davvero distinguermi perché a Kruidvat ci sono così pochi uomini!”

 

(…) il testo con le foto lo trovate sul sito ufficiale

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La storia di Mara, un altro vecchio articolo…

 

Questo articolo de “Il Tirreno” è del 2012 e racconta la storia della collega Mara di Prato.

Questo è il link:

https://iltirreno.gelocal.it/prato/cronaca/2012/03/07/news/al-volante-di-un-camion-da-tredici-anni-1.3264204

Questo è il testo:

Al volante di un camion da tredici anni

Mara Ciasullo è capace di sopportare fatiche da uomo: viaggia per giorni e scarica pancali

PRATO. Prima regola: non ditele mai che le donne al volante sono un pericolo costante, perché potrebbe prenderla male. Lei, al volante, c’è tutti i giorni e per lavoro. Fregandosene di stereotipi e pregiudizi. E dell’immaginario comune che vuole come certi mestieri si possano declinare solo al maschile. Quando è alba, Mara Ciasullo sale sul suo autocarro da 35 quintali con cassone, mette in moto e saluta Prato. Marito e figli li rivede, se tutto va bene, per l’ora di cena. «Perché in questo lavoro sai a che ora inizi ma non sai a che ora finisci», ammette. Destinazione tutte le località del Nord Italia.

Ben si capisce come l’8 marzo non faccia né caldo né freddo a Mara, 46 anni e con la voglia di scoprire altre città che 13 anni fa le ha fatto venire il desiderio di salire su un camion. Fisico minuto, capace di sopportare fatiche da maschio. Come quando c’è da scaricare pancali e pancali di merce. Quella di Mara non è una storia qualunque, una di quelle che danno una nota di colore al dibattito sulla questione “femminile” che ogni anno si ripropone con l’8 marzo. Mara è una voce in difesa del mondo degli autotrasportatori, facendo parte del consiglio di categoria di Confartigianato Prato.

«Subiamo molto la crisi: ultimamente si deve lavorare tanto giusto per vivere». Mara è una “padroncina”, ovvero titolare di un’impresa individuale (la Gvm Autotrasporti di Casale) in espansione: «Sto mettendo in piedi una società insieme al marito. Ho aumentato il parco mezzi e adesso ho nove camion». A proposito di uomini: una volta camion e gentil sesso erano due pianeti lontani. «Ho iniziato a 33 anni. Dopo la licenza media mi sono subito messa a lavorare: le prime esperienze sono state nel tessile. Capii dopo un po’ che quello non era il mestiere adatto a me. Volevo vedere posti nuovi, conoscere persone. Il lavoro in viaggio mi affascinava. E così decisi di aprire un’attività di autotrasporti, dopo aver preso patente e licenza».

Certo, all’inizio non sono state rose e fiori. Il muro dei pregiudizi maschili non si infrange dall’oggi al domani. «C’è voluto un po’ di tempo per guadagnarsi la fiducia e il rispetto dei colleghi uomini. Non mi agevolava il fisico minuto. Ai miei committenti dicevo: “Mettevi alla prova e poi giudicate”». (m.l.)

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La storia di Franca

 

In questo  articolo de “Il gazzettino” di Padova del 2018, la storia di Franca che qualche anno fa ha deciso di cambiare vita e salire sul camion!

Questo è il link:

https://www.ilgazzettino.it/pay/padova_pay/franca_dai_piatti_al_volante_vi_spiego_una_scelta_di_vita-3628105.html

E questo è l’inizio dell’articolo:

 

Franca, dai piatti al volante: «Vi spiego una scelta di vita»

Domenica 25 Marzo 2018

Franca, dai piatti al volante: «Vi spiego una scelta di vita»

 

L’INTERVISTA / 1
ARZERGRANDE Serviva raffinati piatti in tavola lavorando in alcuni eleganti ristoranti del Padovano e del Veneziano, ora guida un bestione pesante 180 quintali quando è a carico pieno. «Non chiamatemi camionista. Mi piace la definizione di autotrasportatrice» mette subito le mani avanti Franca Perosa, 44enne chioggiotta che vive ad Arzergrande. Da questo piccolo comune padovano fa base per poi viaggiare in tutto il nord Italia, lavorando in un settore composto quasi esclusivamente da colleghi uomini. Franca Perosa è infatti la titolare dell’azienda di autostraporti che porta il suo nome. La sede legale è ad Arzegrande, quella commerciale a Padova. L’inizio dell’avventura è stato frutto di una scelta di vita ben precisa.
Franca, come ha iniziato?
«Ho lavorato per anni nel settore della ristorazione, nell’area della Saccisica e non solo. Facevo la responsabile di sala, ho svolto pure il corso da sommelier e quello per la degustazione di formaggi. Mio marito faceva già il camionista, ma non riuscivamo mai a incrociarci con gli orari. Quando lui era a casa io lavoravo, e viceversa. È a quel punto che ho deciso di farla finita con la ristorazione.
Dalla cucina al volante?
«Esattamente. Prima sono salita in camion con mio marito, giusto per farli compagnia, poi ho deciso di cimentarmi anche io alla guida. Sono partita con un furgone, lavorando per una cooperativa, ma è durato poco. Ero giovane, avevo voglia di crescere. Per questo mi sono formata, ho preso la licenza di autotrasportatrice e ho iniziato a lavorare in proprio. A luglio 2007 ho aperto un’azienda assieme al mio marito».

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(…) continua sul sito del Gazzettino.

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Una pioniera svizzera!

 

Questa volta vi linko la storia di Mathilde, una collega svizzera ora in pensione, che si racconta alla rivista “Swiss camion” nell’edizione numero 5 del 2018.

Questo è il link dell’articolo (in francese, e anche in tedesco)

https://www.swisscamion.ch/fr/article/conduire-un-camion-etait-un-droit-et-non-une-obligation/

https://www.swisscamion.ch/article/ein-duerfen-kein-muessen/

E questo è l’inizio dell’articolo:

Mathilde Laager: elle a toujours été très active comme en témoignent ces médailles obtenues lors des gymkhanas des Routiers Suisses, mais aussi lors de marches populaires et de concours de tir.

«Conduire un camion était un droit et non une obli­ga­tion!»

C’est à 66 ans qu’elle a décidé de dépo­ser son per­mis poids lourds et, fina­le­ment, elle ne le regrette pas. La Gla­ro­naise Mathilde Laa­ger (67 ans) a exercé le métier de conduc­trice de poids lourds avec pas­sion, sans pour autant renon­cer à ses acti­vi­tés de mère, de res­tau­ra­trice et d’agri­cul­trice. Elle a eu une vie bien rem­plie.

Ména­gère, tel est le métier qui figure sous la rubrique «pro­fes­sion» du per­mis de la caté­go­rie D qu’elle a obtenu le 21 octobre 1976. Avec quelques dif­fi­cul­tés car, lors­qu’elle a réussi son per­mis, le Ser­vice des auto­mo­biles ne retrou­vait plus les docu­ments cer­ti­fiant qu’elle avait déjà obtenu le per­mis de conduire des voi­tures en 1968. De plus, sa mère n’ap­pré­ciait pas du tout le fait que Mathilde sou­haite se consa­crer à un «métier d’hommes». «Heu­reu­se­ment que mon père m’a tou­jours sou­te­nue!» Les moteurs l’ont tou­jours fas­ci­née: elle avait même com­mencé un appren­tis­sage dans la méca­nique, qu’elle a fina­le­ment aban­donné suite aux pres­sions de sa mère qui l’a inci­tée à faire un appren­tis­sage de ven­deuse en den­rées ali­men­taires, «mieux adapté à sa condi­tion», for­ma­tion qu’elle a du reste ter­mi­née avec une excel­lente note (5,75). Elle s’est ensuite mariée «afin de se consa­crer à d’autres choses».

«Depuis que j’al­lais à l’école, j’ai tou­jours admiré les camions et les hommes qui les condui­saient. J’avais l’ha­bi­tude de don­ner un coup de main lorsque des chauf­feurs déchar­geaient des mar­chan­dises au col­lège de Koh­len jus­qu’au jour où ils m’ont donné l’oc­ca­sion de mon­ter dans la cabine pour faire le tour de la cour d’école», se sou­vient-elle. «Depuis ce jour-là, plus rien n’a pu me rete­nir. J’étais une rebelle!»

Entre 1968 et 2009, il n’y a pas une marque de camions qu’elle n’a pas conduite: DAF, Fiat, MAN, OM, Sau­rer, ­Scania, Steyr, Volvo… «Le Sca­nia m’a impres­sion­née par sa puis­sance et son couple. Le DAF par ses équi­pe­ments élec­tro­niques, mais le plus confor­table, c’était quand même mon Steyr», pré­cise-t-elle.

Durant sa car­rière, Mathilde a roulé pour quatre entre­prises de trans­ports mais éga­le­ment en tant que conduc­trice à la tâche, auxi­liaire, rem­pla­çante et «chauf­feur indé­pen­dant». Ses col­lègues mas­cu­lins ne lui ont pas tou­jours faci­lité la tâche: «J’avais par­fois l’im­pres­sion qu’en tant que femme, je devais en faire deux fois plus qu’un homme pour être accep­tée. Mais, au bout du compte, ce sont les clients qui me deman­daient.»

 

1997: Mathilde Laager prend la pose sur une grue à containers Belotti.
1982: avec son MAN 12.230 de 17 tonnes.
1974: au volant d’un camion-silo Volvo F88.
De 1973 à aujourd’hui: à gauche, devant son camion Fiat lors d’un transport de meubles; au milieu, devant un Volvo N1227 à benne basculante et, tout à droite, lors d’un transport de paille dans son exploitation agricole Bergheimetli avec son regretté mari Hans Laager qui est décédé l’année passée.
1988: chez Ems-Chemie devant un camion équipé du «Klaus».

(…) il continuo della storia sulla pagina ufficiale di Swiss camion

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