La storia di Irma

Un’altra storia di una donna al volante di un camion, siamo ancora poche ma sempre di più!

Questo è il link dell’articolo che racconta la storia di Irma:

https://www.ilcentro.it/abruzzo/irma-io-donna-al-volante-di-un-bisonte-della-strada-1.2481434

E questo è l’articolo:

Irma: io, donna al volante di un bisonte della strada

TORREVECCHIA TEATINA. Si abbinano le parole “donna” e “camion” e subito viene in mente il film di Dino Risi “Teresa”, con Serena Grandi nel ruolo della procace conduttrice di tir che scorrazza per le autostrade d’Italia. Dal 1987, anno di uscita della pellicola, ad oggi l’immaginario non è cambiato molto: di donne in cabina ce ne sono ancora pochine. Battutine e ammiccamenti, invece, non mancano affatto.
Orari complicati, chilometri da macinare, merci da consegnare in tempo, spesso in posti sconosciuti perfino al gps: la vita del camionista è dura, ma Irma Stumbriene, bionda lituana dagli occhi azzurri che ridono, non la cambierebbe. Dietro al volante è arrivata dopo aver fatto i soliti lavoretti, la cameriera, la barista: l’idea di guidare il tir la deve al marito, autista anche lui. «Ho cominciato nel 2013», racconta. «Lui faceva questo mestiere e, visto che guido bene, mi ha incoraggiata a prendere la patente C per i camion».
Un lavoro ancora prettamente maschile, quella del camionista, come tutti quelli che hanno a che fare con i motori. «Vedo qualche donna al Nord, poche a dire il vero, ma qui da noi forse sono l’unica», osserva Irma. Che comunque pensa che l’impegno e la serietà necessarie per affrontare questa vita siano qualità anche (e soprattutto) femminili. Donne e motori? Un binomio perfetto. «Non per vantarmi» si schermisce la bella lituana (che vive a Torrevecchia Teatina), «ma dicono tutti che guido meglio di un uomo. Guido l’autotreno con il rimorchio, il più difficile da “domare”. E secondo me le donne sono comunque più prudenti e attente nella guida, soprattutto se conducono un camion».
Altro che “roba da uomini”, insomma. Irma porta il suo “bisonte” sulle strade d’Italia, per chilometri, caricando e scaricando da sola la merce, dormendo in cabina se necessario. «Prima mi capitava più spesso di viaggiare di notte, ma è una vita che non si concilia tanto con la famiglia, con i figli», spiega. «Mi succede ancora di dormire fuori, ma mai per più notti: cerco di limitare questo tipo di viaggio, per poter stare più tempo con la mia famiglia».
E la diffidenza dei colleghi? I primi tempi qualche pregiudizio c’era, conferma Irma, ridendo. «Quando ho cominciato, era raro vedere donne alla guida dei tir e gli altri camionisti rimanevano stupiti. Poi ci hanno fatto l’abitudine». Anzi, a volte essere la “quota rosa” in un mondo di uomini può anche essere un vantaggio. «Capita», confessa con un tono tra il divertito e il complice, «che qualche collega più galante mi assista o mi avvantaggi nel carico della merce». Certo, qualche battuta fuori luogo arriva. «C’è sempre quello che lampeggia se vede al volante una donna, o che sorpassa strombazzando. Ma non ci faccio caso, faccio finta di niente e vado avanti per la mia strada».
Sembra non avere paura di niente, la bionda e determinata camionista. Pesanti operazioni di carico e scarico, lunghi viaggi in solitaria, la responsabilità di un mezzo mastodontico. «Solo una volta ho avuto apprensione», racconta, «durante una nevicata, con la strada bloccata da un tir che si era messo di traverso in un incrocio. Ma me la sono cavata, ho sganciato il rimorchio, ho fatto manovra e sono ripartita, con i complimenti dei vigili che mi osservavano tra lo scettico e lo stupito».
Per ora, insomma, Irma vede ancora tanti chilometri davanti a sé. E se non l’ha fermata neanche il lockdown per l’emergenza Covid, possiamo essere certi che li farà tutti. (s.d.n.)

La storia di Elia

Un’altra storia di una donna camionista, la storia di Elia, camionista per 25 anni, una sfida dopo l’altra. Una bella storia!

Questo è il link dell’articolo dal sito storiecomuni.it:

https://www.storiecomuni.it/la-donna-camionista-storia-della-coraggiosa-elia/

E questa la sua bella storia:

Elia per 25 anni svolge un lavoro inusuale per una donna. Per caso e per passione, la sua è la storia di una donna camionista che con coraggio supera brillantemente una grande sfida.

I sogni di Elia

Alta 150 cm con un peso di 46 kg, il suo sogno fin da piccola è sempre stato guidare un camion, essere una donna camionista, almeno una volta nella vita. Nonostante i tanti amici proprietari di un camion, nessuno le dà fiducia e le permette di realizzare il suo desiderio. Tutti deridono alla sua richiesta perchè è donna, inoltre è troppo leggera e troppo fragile per poter gestire l’immenso e pesante, per lei, volante del camion.

Elia, con le sue origini contadine, finisce le scuole dell’obbligo e intanto lavora a domicilio incollando suole di scarpe per mettere da parte i soldi per gli studi. Ma il suo papà non vuole, pensa che non può farcela alle superiori, le “scuole alte”, coontinuando anche a lavorare. Poco prima di compiere 18 anni si iscrive alla scuola guida in un paese vicino ad Arcevia, posto in cui abita da ragazza. Al compimento dei 18 anni supera l’esame di teoria e la guida pratica e ottiene  la desiderata patente B per guidare l’auto ed essere indipendente: quello che le fa battere il cuore è guidare, guidare, qualsiasi cosa.

Elia incontra l’amore

Con la maturità inizia un periodo molto bello per Elia: ha la patente ed è innamorata di un ragazzo speciale che, come dice lei “le parla direttamente al cuore”. Lui ha il diploma di liceo classico e conosce il latino, il greco e soprattutto la filosofia. Elia si sente un po’ più istruita ad ascoltarlo parlare di Aristotele, Platone e Socrate. Questo ragazzo diventa il marito di Elia, il padre dei suoi figli ma anche quello che le suggerisce la soluzione per realizzare il suo sogno: prendere la patente C!

Riuscirà Elia a realizzazione il suo sogno?

Sì, Elia è una donna che non molla e si iscrive nuovamente a scuola guida. Pensa che per prendere la patente devono necessariamente farle guidare un camion. Supera un difficile esame teorico e finalmente, eccola, con le gambe tremanti, gli occhi lucidi, le spalle strette per un po’ di paura, sale su un camion e questa volta, per la prima volta, non sul sedile del passeggero ma in cabina di regia: inizia così la sua prima lezione di guida da camionista.

Giorno dopo giorno, lezione dopo lezione, la sua patente di arricchisce della lettera C. Ha superato l’esame con i complimenti dell’esaminatore per aver guidato in modo eccellente un vecchio camion con il doppio cambio non sincronizzato e diventa così una donna camionista.

La passione di Elia diventa un’opportunità di lavoro

Intanto Elia sente il bisogno di cambiare lavoro di operaia calzaturificia. Avrebbe voluto lavorare in campagna con il padre, perchè la natura è un’altra delle sue passione, ma il padre non glielo permette. È una donna e in quel contesto decidono gli uomini. Vive momenti difficili, ansie, paure, incertezza. Cerca altri lavori, colloqui, presentazioni, strette di mano, ma i tempi sono difficili e nulla si concretizza in opportunità di lavorare.

Chiede ad amici, a parenti, a conoscenti, al panettiere e all’edicolante sotto casa. Cerca cerca. Un giorno il marito di Elia viene a sapere che nella sua azienda hanno bisogno di un camionista, sì al maschile, perché nell’immaginario collettivo la figura della donna camionista non esiste, né per passione né per caso.

Elia si divide tra la famiglia e il lavoro di camionista

Ma Elia le ha entrambe e decide di provarci. In una calda e afosa mattina di luglio si presenta al suo nuovo lavoro, il suo primo viaggio per un carico di grano, con in tasca un pezzo di carta rosa, con su la lettera C. Il suo nuovo datore di lavoro alla vista di Elia strabuzza gli occhi, non ci crede. Pensava che fosse un uomo, Elìa. L’accento l’ha tratto in inganno. Ma Elia lo convince, guida il camion al meglio che una persona può fare, è sveglia, simpatica e ha passione per questo lavoro. Diventa “Elia la donna camionista”.  Così si licenzia dall’azienda e inizia la carriera di camionista.

Dopo poco nasce il suo primo figlio e 13 mesi dopo la sua seconda bambina. Concilia così il lavoro di camionista con l’essere mamma. Difficile ma ci riesce.

Un regalo insolito di san Valentino

Solitamente per il giorno di San Valentino il marito le regala un mazzo di fiori accompagnato da una poesia. Quell’anno arriva alla sua porta un regalo insolito: un autotreno, cioè un camion con rimorchio. Lei ha 23 anni e il camion è più vecchio di lei di 3 anni, la guida a destra e un enorme volante color avorio. Per guidarlo occorre però la patente E, e quindi la nostra Elia si riscrive per la terza volta a una scuola guida e la prende. Ricorda le parole dell’esaminatore: “che cosa mi tocca fare oggi, dare la patente per il rimorchio a una donna”. Da qui comincia la storia di Elia la camionista “padroncina” del suo camion.

Il lavoro di donna camionista come via di fuga

Per Elia quel lavoro da camionista è anche una via di fuga. Vive con il marito e i figli, vicino a genitori e suoceri. La vita privata della giovane coppia è minacciata dall’invadenza dei genitori intorno. Elia capisce che rischia di litigare col marito e rovinare quella che è una bellissima storia d’amore. Capisce anche che negli anni ‘80 avere un marito che si fida a mandarla in giro in mezzo a camionisti è una gran fortuna ma anche una possibilità di mantenere saldo il loro rapporto di fiducia. Svolge questo lavoro per diversi anni. In un ambiente non proprio facile. Deve imparare a difendersi ma soprattutto a farsi accettare e riconoscere. E questo impara a farlo. In fondo è una donna camionista per caso ma anche per passione, non ha alcuna intenzione di mollare.

La parola camionista declinata al femminile

Adotta una strategia: rimanere concentrata su se stessa, non perdere fiducia in quello che è e che fa e, soprattutto, ricordarsi di essere una donna, oltre che camionista. Elia racconta: “nei primi mesi da autotrenista incontro una camionista che va addirittura all’estero, nella ex Jugoslavia. Io l’ho incontrata a Ravenna e mi ha dato subito dei consigli che per me sono diventati un Vangelo, tra cui uno: ricordati sempre che sei una donna! Vero. Ho rischiato di dimenticarlo. Una volta vedo un’altra camionista piccola come me nel piazzale di carico e d’istinto dico ai miei colleghi:  “guardate c’è una donna su quel camion!” Ricordo ancora la gran risata e la risposta: “noi la vediamo tutti i giorni!!”

La “farfalla di Ancona”

Il camion di Elia è indicato come “il camion senza autista”, perchè è così piccina che quando lo guida non la si vede. Nel gergo dei camionisti lei è chiamata la “farfalla di Ancona” perchè è l’animale più leggero dell’aria in contrapposizione al camion che è un mezzo pesante.

La nostra Elia, ricca di passione, riesce così a capovolgere la semantica della parola camionista: può essere declinata al femminile perchè può essere un lavoro svolto da una donna, una donna leggera e comune, ma anche tanto straordinaria.

di Emiliana Renella

 

Colleghe dal mondo…

Ho trovato anche questo articolo che racconta la storia di una collega russa e del suo sogno – realizzato – di diventare camionista!

Questo è il link:

https://it.sputniknews.com/mondo/202006209218788-ho-sempre-voluto-guidare-il-camion-una-russa-al-volante-di-un-mezzo-pesante/

E questo l’articolo:

Questa bella ragazza bionda gira per diverse città della Regione di Kaliningrad ma non lavora come guida. Viene fotografata ai semafori, ma non è una modella. Spesso si offrono di aiutarla, ma lei risponde sempre che ce la fa da sola.

Questo è il motto dell’unica camionista donna della regione, nonché madre di due figli, la trentacinquenne Svetlana Masterskikh di Gur’evsk (cittadina a 15 km da Kaliningrad).

Chiese al marito: “Comprami un camion!”

Svetlana e il marito avevano una società di logistica con 20 mezzi pesanti. All’epoca però Svetlana non voleva mettersi al volante di uno di questi.

“Ho sempre amato i mezzi pesanti, vedevo come li guidavano i nostri camionisti e volevo tanto che mio marito me ne comprasse uno. In realtà, allora i bambini erano ancora piccoli e capivo bene che non mi potevo permettere di partire”, afferma Svetlana Masterskikh a Sputnik.

Per via dell’ennesima crisi i coniugi dovettero rinunciare alla società. Ad avverare il vecchio sogno di Svetlana contribuì il divorzio fra i due che avvenne dopo un po’ di tempo. Svetlana decise di lavorare come tassista, era un’esperta guidatrice, aveva diverse patenti (B, C, E).

Un giorno sul taxi arrivò un lavoratore di una società di trasporti alla quale qualche mese prima Svetlana aveva inviato senza successo il proprio CV. Il passeggero era un camionista il quale, sentendo la storia di Svetlana, promise di aiutarla ad avere un colloquio.

“Alla fine mi iscrissero ad alcuni corsi di guida tenuti dall’Associazione dei trasporti internazionali su strada”, racconta Svetlana. “Una volta conclusi i corsi, andai da loro e capii che erano davvero interessati a me”.

Il rispetto degli uomini

Secondo Svetlana, i colleghi l’hanno tenuta sotto controllo per molto tempo. Erano in pochi a credere che ce l’avrebbe fatta.

“Quando i camionisti mi videro per la prima volta, dissero “resisterà uno o due mesi, poi scapperà, è troppo pesante”. C’erano alcuni che provavano sempre ad aiutarmi, ma io dicevo che ero venuta qui per lavorare e che non c’era bisogno di aiutarmi. Se volete farmi vedere come si fa, prego!”, diceva Svetlana Masterskikh, l’unica donna nella Regione di Kaliningrad ad essere ufficialmente certificata alla guida di camion per il trasporto a terra.

Svetlana lavora come camionista in servizio già da 8 mesi: le affidano la conduzione di 4 diversi mezzi quali Man, Mercedes, Scania e Volvo e durante una giornata le capita di cambiarli più volte.

“A livello di difficoltà di conduzione sono di fatto uguali. Ci sono mezzi più vecchi, altri più nuovi”, spiega Svetlana.

I colleghi maschi di Svetlana la rispettano, si rivolgono a lei come a un collega camionista, cosa però difficile visto l’aspetto avvenente della ragazza. “Chiaramente all’inizio ci sono stati momenti di ambiguità, ma li ho tagliati sul nascere”, spiega e aggiunge che gli altri camionisti cercano di non dire parolacce di fronte a lei e che, se ne scappa una, si scusano.

Niente sentimentalismo nel camionismo

Svetlana si occupa prevalentemente di trasporto merci nella Regione di Kaliningrad: trasporta materie prime per gli stabilimenti locali del settore dei mobili. Ad esempio, da Kaliningrad, dove ha sede l’azienda per cui lavora, trasporta merci fino al confine della Regione.

“Nelle 2 ore necessarie ad arrivare a destinazione posso godermi l’insolita natura circostante: infatti, dalla cabina del camion ho un’ampia panoramica. Guidi e la tua anima è felice mentre guardi la bellezza intorno a te”, sostiene. Ma il sentimentalismo non ha modo di esistere nel camionismo. Infatti, Svetlana si prepara accuratamente ad ogni viaggio.

“Prima del viaggio mi studio sempre l’itinerario, devo sapere in anticipo quali sono le piazzole sicure dove potrò fermarmi perché ho io la responsabilità della merce e del camion. Sulla strada può succedere qualsiasi cosa. I banditi della strada ancora oggi squarciano le tende dei camion, rubano la merce e le ruote. Questo perché i camionisti inconsapevoli si fermano in piazzole sospette che non sono in alcun modo controllate”, spiega Svetlana.

In tutti i suoi viaggi Svetlana fa riferimento al cronotachigrafo installato sul camion. Si tratta di uno strumento che controlla l’alternarsi del regime operativo e del riposo. Ad esempio, dopo una tratta di 4 ore e mezza lo strumento ricorda al conducente che deve riposarsi per 45 minuti.

“La cosa migliore da fare è osservare l’alternarsi di lavoro-riposo. Anche se manca solo mezz’ora e il conducente sente che ne ha bisogno, è meglio che dorma per un po’”, spiega.

I camionisti non sono assicurati per qualsivoglia guasto occorra sulla strada, ma Svetlana è convinta che si possa trovare sempre una soluzione.

“Sai come aprire il cofano, puoi chiamare il meccanico, descrivere la situazione e chiedere cosa fare. Anche se buchi una ruota, le altre continuano ad andare. Bucarle tutte è un evento molto raro. Ad ogni modo, c’è sempre un modo per arrivare all’officina più vicina. Se proprio la situazione è nera, puoi accostare e chiedere aiuto via radio”, spiega Svetlana.

“Rispondo che ce la faccio, è il mio lavoro”

Il camionista non solo trasporta merce, ma si assicura anche che il carico e lo scarico della stessa sia a norma. Per la fragile Svetlana non c’è alcuna eccezione. “Quando caricano una merce, devo fissarla con delle cinghie in modo che non si sposti in curva. È un lavoro che mi dà soddisfazione. Capita che mi offrano aiuto. Ma io rispondo che ce la faccio da sola, che è il mio lavoro. Chiaramente ci sono anche attività di difficile esecuzione per le quali non ce la faccio. In questi casi chiedo aiuto e gli altri mi aiutano volentieri, nessuno mi dice “è il tuo lavoro, arrangiati””, aggiunge.

La Polonia in shock

Svetlana racconta che in Polonia tutti si sono meravigliati nel vederla al volante di un camion. Ad ogni modo le reazioni sono state positive.

“Quando guido il camion, tutti si stupiscono. Ma le reazioni sono molto positive. Da quanto guido in Polonia non ho mai ricevuto commenti negativi”, spiega. La comparsa di Svetlana sulle strade (russe o polacche che siano) è un evento: infatti, la gente la fotografa ai semafori.

“Capita che si sporgano dal finestrino e comincino a scattarmi fotografie, alcuni mi fanno un cenno di approvazione. Spesso passo per la dogana dove carico e scarico la merce. Gli altri camionisti si avvicinano e mi dicono “Dev’essere difficile per te guidare un mezzo del genere” e io rispondo che non ho ancora trovato niente di difficile. Se ci riesco, perché non continuare?”.

Non solo Russia, ma anche Europa

In futuro Svetlana sta valutando la possibilità di lavorare in Europa. Ma l’ostacolo rimane la sua scarsa conoscenza della lingua inglese.

“Sinceramente vorrei andare in Europa”, dice Svetlana. A Mosca e in altre città russe per adesso non si spinge visti i possibili ingorghi al confine (infatti, la Regione di Kaliningrad è una exclave russa divisa dalla “Grande Russia” da Lituana e Bielorussia).

“Naturalmente, posso scusarmi con gli altri camionisti via radio e dire loro che non sono pronta a stare in strada per più di un giorno. Dopotutto a casa mi aspettano mia figlia di 12 anni e mio figlio che presto ne compirà 9”, spiega.

“Se nella Regione di Kaliningrad ci fossero le corse sui Kamaz, le vincerei”

I figli di Svetlana la sostengono in tutto. “Il mio obiettivo è risparmiare per comprarmi un appartamento. Lo spero per me stessa. Sì, forse non vedo i miei cari così spesso come vorrei, ma nella vita bisogna porsi delle priorità. Mi rendo conto che, se non mi impegno ora, non avrò nulla in futuro. E non voglio nemmeno sgobbare tutta la vita”, spiega Svetlana. Anche se nei forum di camionisti scrivono che questa professione non è particolarmente redditizia, lei è convinta che non sia così.

“Chi vuole guadagna, mi pare. Nella Regione di Kaliningrad i soldi che guadagno guidando il camion non li guadagnerei da nessun’altra parte”, spiega. Da quando è arrivata nel 2000, ha lavorato come infermiera, commessa, cameriera, contabile, agente immobiliare e persino portaborse di un deputato.

Riguardo all’impatto dei continui spostamenti sulla sua forma fisica, Svetlana risponde che cerca sempre di prendersi cura di sé e che per i viaggi programma sempre i pasti.

“I problemi di sovrappeso dei camionisti sono legati al fatto che amano mangiare. Quando si fermano nelle piazzole, per passare il tempo, si riuniscono in gruppo, si riposano, si fanno preparare tanto cibo. Oppure anche quando sono in fila alla dogana di frontiera, stuzzicano sempre qualcosa”, spiega Svetlana.

Inoltre, la donna ama molto lo sport: gioca a pallavolo, pallacanestro, tiro con arma da fuoco. “Se nella Regione di Kaliningrad ci fossero le corse sui Kamaz, probabilmente le vincerei”, conclude.

La storia di Carla

Un altro bell’articolo dalle pagine di “Uomini e Trasporti“, sempre a firma di Gabriele Bolognini, questa volta ci racconta la storia della collega Carla.

Questo è il link:

https://www.uominietrasporti.it/carla-arzenton-autista-di-veicoli-pesanti-se-la-forza-e-donna/

E questo parte dell’articolo:

Carla Arzenton, autista di veicoli pesanti. Se la forza è donna

È un rischio che si corre: descrivere le donne che varcano la soglia del trasporto come esseri delicati, da tutelare e proteggere. Carla è tutt’altro: in più di vent’anni di carriera in questo mondo ha guidato di tutto, dalle motrici ai bilici, dai trasporti eccezionali ai frigo, per l’Italia e per l’Europa. E oggi è atterrata in cava, dove il machismo incontra il nonnismo e lo sfruttamento. Un cocktail che troncherebbe le gambe a tanti. Ma non a lei

Carla Arzenton è nata 60 anni fa nella casa di famiglia, in aperta campagna, a Ospedaletto Euganeo, un paesino in provincia di Padova circondato dalla nebbia d’inverno e dall’afa d’estate. E ancora oggi vive lì, dove, mentre parla, i ricordi riemergono dietro ogni cosa.
Il papà di Carla era agricoltore e trattorista. Quando lei nacque trovò impiego presso una ditta che installava pali della luce. La mamma era casalinga. Quando aveva appena 4 anni il papà la fece salire su un vecchio trattore Landini. E lei, malgrado piccolissima, aggrappata al volante riusciva a condurlo diritto senza sbandare. «Mi piaceva tantissimo – ricorda – In fondo quelli erano i miei giochi. Non ero abituata a stare con i bambini, non ne conoscevo. Intorno a casa mia c’erano solo parenti e vicini, tutta gente grande. Quando mi iscrissero all’asilo scappai: mi facevano paura quelle piccole creaturine. Non ero abituata a vederne!». Esperienze che modellano un carattere, rendendolo schivo e solitario.
Finita la scuola media Carla decide di iscriversi all’Istituto d’Arte, ma due anni dopo lo molla: «Io e l’arte – scherza – abbiamo sempre fatto a pugni!».
Il primo impiego la porta a lambire il mondo del trasporto e della movimentazione. Arriva a 24 anni, presso una fabbrica di vestiti, come magazziniera mulettista, lavoro che accompagnò Carla fin quasi alla soglia dei 40 anni.

Amore che viene, amore che va
A quel punto, a scombinare la sua vita, arriva l’amore. «Lui faceva il camionista, mi piaceva tantissimo, però era sempre fuori per lavoro…». Una distanza accettata male e che avrebbe fatto di tutto per rimuovere. E forse proprio questa pretesa creò una crepa irreparabile nel rapporto: «Mi lasciò perché diceva che non riuscivo a capire il suo lavoro! Forse aveva ragione. E siccome mio papà mi diceva sempre che per capire una cosa bisogna conoscerla, allora mi misi d’impegno a prendere le patenti per il camion: dovevo capire».E Carla capì in fretta come si faceva a guidare un camion. Anzi, capì così bene che, il mese dopo aver ottenuto la patente DE, trova posto in un’azienda che trasporta generi alimentari: «Mi assegnarono una motrice con cui giravo il Nord Italia. I primi tempi non sono stati semplici, anche perché non ho mai avuto nessuno ad affiancarmi: ho sempre fatto e imparato tutto da sola. Per fortuna ho grande memoria visiva: quello che vedo immagazzino e imparo. Però, purtroppo, tutto questo non è servito per riconquistare il mio ex. Siamo rimasti ottimi amici, ma non siamo mai tornati insieme, anche se per anni sono stata innamorata di lui».

Il machismo dilagante
Il rapporto con i colleghi uomini non sempre è “rose e fiori” per via dei soliti pregiudizi. Carla sopporta, abbozza, minimizza. Poi, un giorno, che ha ben stampato nella memoria, qualcosa le apre gli occhi: «Mi ricordo che ero presso una piattaforma logistica di Bassano del Grappa, quando si avvicina un collega, un ragazzo marocchino, e mi dice: ‘Vedi, io e te in questo lavoro siamo uguali: due extracomunitari. Perché è così che considerano anche voi donne. Se un domani avrai bisogno di aiuto per far valere i tuoi diritti chiamami: sarò felice di darti una mano’. E lì mi resi conto che aveva ragione: il mondo del trasporto è governato dal machismo! Noi donne veniamo pagate meno rispetto agli uomini, tocca sorbirci sempre commenti stupidi dai colleghi maschi e, purtroppo, molte volte veniamo trattate con sufficienza».

Trasporto ergo sum
Passano gli anni e Carla accumula tante esperienze diverse: «Ho guidato di tutto, dalle motrici ai bilici, dai trasporti eccezionali ai frigo. Nei momenti di crisi più duri ho fatto anche tre lavori pur di andare avanti. Con il frigo, per esempio, ho viaggiato tutta Europa per distribuire fiori. Ho rispolverato quel po’ di francese che avevo studiato a scuola e, grazie anche alla lingua dei gesti, me la sono sempre cavata. Anzi, direi che all’estero mi sono trovata sempre bene, specie in Francia i colleghi sono gentili e disponibili. Quando c’è stato il momento degli attacchi terroristici preceduti da furti di camion, per esempio, mi hanno sempre protetto. Magari venendo a parcheggiare il loro camion vicino al mio in sosta quando vedevano che ero una donna sola».

Il nonnismo tra gli inerti
Da una decina d’anni Carla si occupa di trasporto inerti in cava e ha cambiato diverse ditte: «Sono passata ai bilici lavorando con le vasche. Inizialmente mi hanno fatto fare il giro di un distributore e hanno appurato che sapevo guidare. Il lavoro di cava è considerato lo zoccolo duro del trasporto. E qui più che machismo c’è vero e proprio nonnismo. Io per fortuna me la sono sempre cavata, forse il mio carattere schivo e trasparente mi ha in qualche modo protetta». E non facile, perché in cava tra colleghi si fanno scherzi tremendi. «Quello più terribile è lo sgancio della ralla con la vasca piena. Per fortuna in genere si parte lentamente e così il semirimorchio si appoggia sul telaio senza conseguenze, tranne la scocciatura di dover scendere e ripetere tutte le operazioni per il riaggancio. Ma se parti veloce, fai danni veri. Ho assistito a un paio di colleghi a cui è capitato».Ma il nonnismo è l’antipasto. Poi ci sono anche le pietanze gustose, fatte di lavoro impegnativo fino allo strenuo. E in un caso è sorta anche una contesa legale: «Quando si lavora in cava non c’è orario. Nel periodo dell’asfalto, per esempio, non ci si ferma mai, nemmeno il sabato e la domenica. Un anno però l’ispettorato del lavoro inizia a effettuare costanti controlli dei cronotachigrafi presso una ditta per cui lavoravo all’epoca: nessuno di noi era in regola. Il conto finale era salato: una sanzione di 800 mila euro. La mia parte era di 30.000, ma in molti raggiungevano i 60.000. Ma siccome noi autisti non avevamo colpe, perché ci limitavamo a fare ciò che ci chiedevano, mi rivolsi al sindacato. Dopo lunghe trattative, quando tutti avevano perso le speranze e a combattere eravamo rimasti solo io e un collega rumeno, avemmo la meglio. Venne appurato una sorta di abuso d’ufficio dell’ispettorato e la multa, ridotta di parecchio, fu girata al datore di lavoro. Noi autisti fummo sollevati da tutto».

Educazione euganea
Poi, l’onda dei ricordi si interrompe. Carla si guarda intorno e non trova qualcosa. «Mio padre è scomparso nel 2004. Aveva solo 77 anni, ma era stato colpito dall’Alzheimer, una malattia tremenda». La mamma, invece, è ancora lì che vaga portandosi dietro i suoi 86 anni. «È una vecchina dolcissima – sottolinea – ma con me può essere ancora dura come un macigno». Educazione euganea, utile per imboccare la strada della vita – come diceva De Andrè – in direzione ostinata e contraria.C

 

Intervista a Chiara

Da “Uomini e trasporti” una collega si racconta. Il link dell’intervista completa è https://www.uominietrasporti.it/chiara-belleggia-donna-al-volante-pregiudizio-costante/

Chiara Belleggia. «Donna al volante? Pregiudizio costante»

Ha trent’anni e da dodici guida camion. Lo ha deciso perché li adora, perché era una professione che ha visto fare in famiglia. Ma poi, sulla strada, ha trovato una modalità tutto femminile di lavorare. Una modalità che colpisce: colleghi, poliziotti, insegnanti dei figli e chi in generale è convinto che questo sia un lavoro da coniugare soltanto al maschile.

Di Deborah Appolloni

Tanta passione e un pizzico di follia. Mettersi in gioco, salire sul camion a 19 anni, non abbandonare il volante fino all’ottavo mese di gravidanza, tornare in cabina con una figlioletta di tre mesi addormentata nell’ovetto agganciato sul sedile accanto e lasciare la polizia stradale a bocca aperta quando la portiera della motrice si apre e a scendere è una ragazza con il pancione, dall’aspetto gentile, sorriso contagioso e costituzione esile. Chiara, che vive a una decina di chilometri da Roma, si trova spesso a demolire qualche tabù. Capita, infatti, che la maestra dell’asilo sia più portata a pensare che suo figlio abbia scambiato i ruoli genitoriali, anziché immaginare la possibilità che una donna possa fare la camionista. Anche i poliziotti, durante un normale controllo su strada, la guardano come un’aliena mentre esce dalla cabina. Ma Chiara ha fiducia: «Scenderò dal camion solo per la famiglia o per amore». Per ora non è stato necessario: il suo compagno l’aiuta con i due figli (ancora piccoli, una bimba di 7 anni e un maschietto di 4), lei si sporca le mani, lavora duro, porta gli amori con sé tatuati sulla sua pelle e guarda al suo mito: la Sirenetta Antonella che da anni sfreccia su un camion variopinto e bellissimo.

«Ho avuto la fortuna di nascere in una famiglia senza pregiudizi», confessa Chiara Belleggia, 30 anni, da 12 camionista: prima per la ditta di famiglia, poi come dipendente.

Come hai iniziato a lavorare un camion?
L’idea di fare questo lavoro è venuta da mio nonno materno che era un camionista. Anche mio papà ha una ditta di autotrasporto e quindi la vita mi ha portato ad appassionarmi.

Da bambina immaginavi di fare la camionista?
No. Quando ero piccola volevo fare il pompiere e guidare le autobotti. Ci ho provato, ma a causa di alcuni valori sballati nelle analisi, la cosa non è andata in porto.

Ti ricordi la prima volta che sei salita su un camion?
Forse a un anno.

Era un mezzo della ditta di tuo padre?
Sì, mio padre ha aperto la ditta nel 1970 e trasportava prima alimentari e poi materiali per l’edilizia. Io sui camion ci sono cresciuta. Il caso ha voluto che sia rimasta incinta a 22 anni della mia prima figlia e così ho dovuto rinunciare a un lavoro in Svizzera come perito meccanico progettista, che è quello per cui ho studiato. Quindi, tra la mancata partenza e l’arrivo di questa bimba, visto che già mi divertivo ad andare in giro con i mezzi di mio padre perché avevo le patenti professionali, ho pensato di fare questo lavoro. Ho sempre avuto una grande passione per i camion. Spesso dico che scenderei dal camion solo per la famiglia o per amore. Non si resta fuori casa, non si affronta la pioggia, la neve e i guasti se non si è mossi da un grande sentimento.

Hai partorito prima di iniziare?
No, ho iniziato tre anni prima di rimanere incinta. Durante la gravidanza sono stata seguita all’ospedale Fatebenefratelli dell’Isola Tiberina a Roma e, siccome avevamo un cantiere non molto lontano al Monte di Pietà, facevo coincidere i viaggi con le visite di controllo: arrivavo al cantiere mentre gli operai scaricavano, mi facevo una doccia, mi cambiavo e andavo a fare un’ecografia o un’altra visita. Per ottimizzare i tempi…

Fino a quanti mesi di gravidanza hai lavorato?
Fino all’ottavo inoltrato. Mia figlia Mara è nata il 18 gennaio e ho lavorato fino al 7 dicembre. Quando ero incinta del secondo figlio, Massimiliano, ho smesso un po’ prima a causa delle dimensioni della pancia. Comunque, facevo trasporti locali: la sera tornavo sempre a casa.

Com’è stata la gestione dei bambini quando erano molto piccoli?
Fortunatamente ho ripreso a lavorare subito perché erano tranquilli e mi facevano dormire. Ho avuto un grande aiuto da parte di mia sorella e di mia madre. Qualche volta Mara la portavo con me sull’ovetto nel camion: lei dormiva e io facevo le consegne. Comunque, anche adesso che i miei due figli sono abbastanza grandi, se non avessi l’aiuto del mio compagno, che di mestiere è meccanico, non potrei fare questo mestiere.

Com’è la vostra routine giornaliera?
Lui accompagna i bambini a scuola: io parto spesso di notte perché attualmente faccio trasporto alimentari. A volte, vado via alle 11 da casa e torno due giorni dopo. Quando rientro sto un giorno con loro.

Dormi in cabina? Come ti sei organizzata?
Sì, per me è una casa. Ti organizzi i tuoi spazi vitali. Questo lavoro aiuta molto a capire quali sono le cose essenziali e come eliminare il superfluo: si vive in uno spazio limitato, alle volte ti capita di starci in coppia come quando si fanno viaggi molto lunghi.

Quando ti fermi nelle aree di sosta sei l’unica donna?No, capita anche di incontrarne altre. Vengono soprattutto da Austria e Olanda. Mi è capitato di fermarmi all’autogrill Umbria e di incontrare la “Sirenetta”, che però stava dormendo. Lei è una persona che mi piacerebbe conoscere. Mi sono innamorata di lei la prima volta che l’ho incontrata a Misano, l’anno in cui ero incinta di Mara, ma non sono riuscita a parlarci.

Come sono i rapporti con i colleghi maschi? C’è chi ti guarda come un alieno, chi come una collega e chi con lo sguardo dice “vattene a casa a fare la calzetta”, come si dice a Roma.

Hai subìto delle avances? I “provoloni” sono dappertutto, ma l’importante è dare a ognuno il proprio spazio. È così anche se fai la commessa.

È grande la ditta in cui lavori?
Ha una decina di mezzi.

Come si è posta la ditta che ti ha assunto? Immagino che su dieci camion tu sia l’unica donna…
No, eravamo tre. Poi una ha cambiato ditta e siamo rimaste in due. C’è un’altra ragazza che sta in ufficio, è un jolly: ha la patente e all’occorrenza monta sul camion. C’è sempre stato molto rispetto e i primi tempi si preoccupavano molto per me. Mi hanno trattato come una figlia, anche perché ero tra le più giovani.

Come vengono affrontate le necessità legate al ménage familiare?
Fortunatamente i miei figli si ammalano pochissimo. Comunque, il datore di lavoro ha capito che ho due figli e che per me sono la priorità.

E i bambini cosa dicono del tuo lavoro?
Dipende da come stanno emotivamente. Visto che sono separata, cerco sempre di fare il locale e di restare in zona nei giorni che sono con me. Sono anche molto orgogliosi del mio lavoro. Mara ha una maglietta con la scritta «Non importa quanto sia figa tua mamma, la mia è una camionista». Capitano anche cose strane. Per esempio, l’anno scorso quando Massimiliano ha iniziato l’asilo, parlando con le maestre, disse: «Mia madre porta il camioncione». La maestra gli rispose che forse intendeva dire «il papà». E lui: «No no, papà lavora con l’immondizia, mamma invece porta il camioncione». All’uscita della scuola la maestra mi ha fermato chiedendomi se il bambino confondesse me con il papà. Quando le ho detto che sono io a portare il camion, mi ha guardato meravigliata…

Ai tuoi bimbi piacciono i camion?
A Massimiliano molto, Mara è più «sì mi piacciono, ma voglio le bambole, la borsetta». Massimiliano dice sempre che da grande vuole fare il mio lavoro.

Che musica ascolti mentre viaggi e a cosa pensi?
Mentre guido i pensieri vanno alla famiglia: ai figli, al compagno che mi aspetta, a quando sarò a casa e mi godrò il loro abbraccio. Per la musica un po’ di tutto: mi piace Coez, i Boomdabash. Specialmente la notte, quando ascolto queste canzoni che mi fanno battere il cuore, penso a casa e allora mando un messaggio vocale con la canzone come dedica. È un modo per accorciare le distanze perché i chilometri sono tanti e la notte porta consiglio, ma anche pensieri.

Passi molto tempo da sola…
Sì, tanto. Se non riesci a stare da sola, vai fuori di testa. Magari ci sono colleghi che fanno altre tratte e ti tengono compagnia al telefono. Ma una chiamata dura al massimo 45 minuti. Nei momenti di silenzio se non sai stare da solo, è dura: allora ci sei tu, la luna – la grande compagna di viaggio – e la strada.

Ci pensi mai a quanto può essere sicura la tua strada?
Ci penso sempre. La prima tratta di linea l’ho fatta verso Odolo (BS) e al ritorno, all’altezza di Modena Sud, abbiamo visto un incidente: un camion che è passato sopra un altro autista che si era fermato a fare pipì. L’immagine di quel collega – anche se non lo conoscevo – ce l’ho sempre in mente. Era un viaggio spensierato, il primo viaggio di linea, ero carica. E vedere che tutto cambia con poco mi ha fatto pensare.

Lo senti lo stress degli orari, della consegna?
Fortunatamente no: non so se sono io brava a gestire i miei tempi o se è stato bravo chi mi ha insegnato a gestirli. Quindi, tranne una volta che non mi sentivo bene e ho fatto ritardo, sono sempre arrivata puntuale.

Ti capita di aspettare tanto al carico e allo scarico?
A volte sì… negli scarichi. La cosa che a noi autisti manca di più è il sonno. Quindi, quando posso mando un messaggio o faccio una telefonata a casa e poi dormo. Se mi sveglio prima che finiscano di scaricare prendo la pezzetta e pulisco la cabina.

Cosa mangi in viaggio?
Dipende da dove vado. Se sono viaggi di routine, conosco una trattoria buona o chiedo consigli ai colleghi con cui magari mi metto d’accordo per mangiare insieme. In Toscana, per esempio, polpette e tanta verdura. Se vado in posti nuovi dove non conosco mi porto sempre qualcosa: frutta, carote lesse – che adoro – e tante patatine, come se piovessero.

Le donne in questo settore sono pochissime e mancano gli autisti. Secondo te quali sono le cose che potrebbero invogliare le donne a fare le camioniste?
La prima cosa è che devi avere passione e follia. Se sei una persona abituata a stare a casa, allora non è questo il mestiere che fa al caso tuo. Se invece sei una donna con una certa luce negli occhi, se senti il bisogno di viaggiare, di stare “on the road”, allora sì. Quando sali su un mezzo del genere può succedere di tutto. Se sei una donna che si vuole mettere in gioco, questo è un bel gioco. Ho amiche che mi chiedono di accompagnarmi e quando le porto a bordo a loro piace, la sentono come una cosa diversa.

Magari parlandone, qualcosa si potrebbe muovere…
Sì. Tante volte mi dicono che siamo come gli autisti dell’Atac (azienda del trasporto pubblico romano, ndr), ma non è vero. L’autista dell’Atac se si rompe un pezzo, chiama in officina e aspetta il soccorso. Invece noi ci mettiamo lì, ci sporchiamo le mani e proviamo a risolvere. Essere autisti è anche questo. Ed ecco perché una donna che sceglie di fare questo lavoro deve essere pronta a mettersi in discussione. Oltre a fare la spesa, pulire casa e fare figli sappiamo fare altro. Una volta, sono rimasta ferma con il camion per una valvolina da due euro: ho provato e riprovato a sistemarla. Alla fine, all’una di notte, mi sono fermata, ho dormito e la mattina dopo ho comprato il pezzo di ricambio. È un mestiere che, ripeto, devi provare. Ho avuto la fortuna di nascere in una famiglia senza pregiudizi. Mio nonno, che era del 1930, mi ha sempre invogliato a guidare. Mio nonno sta qui (indicando i tatuaggi) e qui ho Massimiliano: «ti porto nel cuore perché per mano non posso». Questo è di Mara e questo è di mia nipote. Invece questo è lo schema delle marce del Renault Magnum, il primo mezzo che ho guidato da dipendente. Qui ci sono degli amici, qui altri nonni. La mia pelle è per la mia famiglia. È il mio modo per portarla con me.

Dall’altra parte del mondo….

 

Ciao a tutte!

Questa è una video intervista a una collega che viaggia sulle strade del Giappone, dall’altra parte del mondo rispetto a noi!

Stavolta neanche con tutta la buona volontà sono riuscita a comprendere una sola parola, a parte il titolo che è stato scritto in inglese… però lei è sorridente e simpatica e sembra proprio che le piaccia il suo mestiere, quindi: buona visione e buona strada sempre!

 

Un nuovo blog: “Vita da camionista”!

Nei miei soliti giri e rigiri in rete ho trovato questo nuovo blog “vita da camionista“.
E’ nella pagina del sito di http://www.sicurauto.it/ “.
Racconta di un viaggio on the road dal Belgio alla Spagna a bordo di un Camion con Iwona Blecharczyk Trucking Girl.
Lei è una camionista molto famosa su Youtube (https://www.youtube.com/channel/UCP5R-AsfGO0qo6xkeGp5W4A ), giovane e molto carina!! Fa viaggi per tutta Europa e li racconta nei suoi video.
Il viaggio con lei, raccontato dal giornalista che l’ha accompagnata, è stato fatto per cercare di capire “dal di dentro” il mondo dei camionisti, le loro problematiche, la loro vita.
E’ una bella iniziativa e faccio i miei complimenti a chi l’ha pensato e realizzato!!

Il blog è corredato dai video girati durante il viaggio, questo è il link della playlist, ma ci sono già tutti nel blog! 


 

Tutto da leggere e guardare, quindi: “Buona visione e buona lettura!!”

E naturalmente, buona strada sempre!!!

Coast to coast 2013: Jean Paul!

Le Lady Truck che nel corso degli anni hanno partecipato al raduno del Coast to Coast a Giussano lo conoscono di sicuro, anche perché più volte abbiamo condiviso lo stesso gazebo.
Quindi, ecco la video intervista che Chiodo e Bomber hanno fatto al nostro amico Jean Paul in occasione dell’ultimo raduno!

Ciao Jean Paul, buona strada e occhivivo sempre!!
Bbye!!!