Posts Tagged "intervista"

Laura, Gloria e Giulia

Il 23 maggio 22 si è svolto il Transpotec a Milano e Golia ha dato voce alle nostre amiche Laura, Gloria e Giulia.

Ecco le interviste:

 

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da “Il Messaggero” la storia di Alessia Romeo

Alessia ferma il camion in una piazzola di sosta, a Zevio, 16 chilometri da Verona. “Ho una pausa di 45 minuti. Mi riposo in cabina con l’aria condizionata, fuori ci sono trenta gradi”.
Poi riparte, alla guida di un tir lungo 8 metri, che a pieno carico pesa 180 quintali. “Sono l’unica autista in azienda. Non sai quanti mi chiedono: perché fai questo lavoro? Perché mi piace, adoro guidare e viaggiare. Non vorrei fare altro. La mattina comincio con il sorriso e la sera stacco con il sorriso”.
Alessia Romeo, 33 anni, lavora per la ditta Carpella Battista Autotrasporti con sede a Capriano Del Colle, in provincia di Brescia. Una delle pochissime autiste di camion in Italia: sono appena il 2%, in calo rispetto al 2019, secondo i dati 2020 del Ministero del Lavoro. In pratica le donne al volante di mezzi pesanti sono circa 13mila contro 615mila uomini. E mentre scende il numero di quante sono in possesso della patente C, cresce quello delle imprese femminili nel settore del trasporto merci su strada: più 4,16% dal 2016 ad oggi.
Le è mai capitato di ricevere commenti sessisti?
“Ancora nessuno mi ha fatto battute fastidiose. È vero che vado in giro con i pantaloni da lavoro, le scarpe antinfortunistiche e una maglietta, d’inverno anche un giaccone, ma sono comunque una bella ragazza, non passo inosservata. Non so che cosa mi dicono alle spalle e non voglio nemmeno saperlo. All’estero è diverso, si vedono molte più autiste”.
Restano sorpresi i colleghi di altre ditte a vedere una donna che guida un camion?
“Capita che arrivo nel piazzale di un’azienda a fare una consegna e il mulettista che mi vede chiama gli altri. Vengono a guardarmi in gruppo, mi scattano anche le foto. Alcuni fanno i galletti, sa come sono gli uomini. Loro sono curiosi ma io un poco mi imbarazzo. Alla fine si ride. A volte il fatto di essere donna gioca a mio favore, mi vedono e dicono: facciamola scaricare subito”.
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La storia di María Belén Baldomir

Ciao a tutte

oggi facendo una ricerca su internet ho trovato questa intervista a una collega spagnola di nome María Belén Baldomir. Questa è la fonte dalla quale ho trovato l’articolo https://blog.wtransnet.com/it/donna-camionista-cliente-wtransnet/ e questo è l’articolo:

 

“Se sei una donna camionista devi fare tutto alla perfezione, altrimenti ti mandano a casa”

 

Ho conosciuto María Belén Baldomir per puro caso, dopo aver intercettato una sua domanda a proposito della Legge Macron nella nostra sezione dedicata alla casella postale giuridica. Qualcosa mi ha fatto pensare che Belén la sapesse lunga sul mondo dei camion, proprio per il modo in cui parlava. Non mi sbagliavo affatto: mi trovavo di fronte a una delle poche donne associate a Wtransnet che passano le loro giornate a bordo di una cabina. Forse non dovrebbe essere così strano conoscere una donna al volante di un camion, eppure non è così comune come potremmo pensare.

Originaria di Carballo (A Coruña), madre di due figli, María Belén vive la quotidianità del mondo del trasporto da più di 14 anni alla guida della sua impresa personale. La sua rotta abituale la porta da A Coruña al Belgio, sulla quale si mette in viaggio una volta alla settimana grazie ad un cliente fisso. Non sempre ha i ritorni coperti, per cui si è associata a Wtransnet nel 2005. È sicuramente una delle veterane.

Le giornate formative della Fondazione Wtransnet di recente ci hanno portato a Vigo: in questo modo abbiamo avuto l’occasione di conoscerla di persona. Vedendola in un contesto così diverso, mai avrei pensato che si trattasse di una “camionista”, come lei stessa ama definirsi. Dall’alto del suo metro e cinquanta è davvero difficile immaginarsela manovrando un camion. Essendo cosciente di questo suo limite, ci ha raccontato che ai tempi dell’autoscuola strappava un sorriso ai colleghi durante le guide di prova, perché si doveva mettere in piedi per poter effettuare la classica manovra d’esame a “L”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Da quando ci siamo salutati muoio dalla voglia di sapere come mai sia diventata una camionista. Mi risponde: “È la classica storia”. La prima cosa che mi viene in mente è che sicuramente si tratta di un’azienda di famiglia, con la tradizione di tramandare l’impresa di padre in figlio. Nulla di più lontano dalla realtà: “Sono entrata in questo mondo con il mio ex marito. Io facevo la sarta, mio marito il saldatore ma da sempre aveva una grande passione per i camion. Ottenne la licenza di guida e poco dopo la ottenni anche io. Comprammo un trattore di seconda mano per lavorare come trazionista. Quando ci separammo, dato che sia l’impresa che il camion erano a mio nome, decisi di restare nel settore”.

Non furono tempi facili, dato che si ritrovò da sola a dover affrontare tutti i pagamenti arretrati del camion. “Ho dovuto lottare molto duramente per poter tirare avanti, nessuno si immagina quanto io abbia lottato e quanto ancora debba farlo”. Con un sorriso aggiunge che si era già abituata a darsi da fare prima che lui entrasse nella sua vita, per cui entrare in cabina non le è sembrato poi così complicato. Le ragazze galiziane sono fatte così.

Non è abituata a mettersi in viaggio da sola, María Belén, ma non perché non sia capace: la rotta che percorre abitualmente richiede due autisti aggiuntivi in cabina per poter guidare sottostando al regolamento e per poter tornare a casa in una settimana. Neppure mettere sotto contratto un autista è stato facile. Il fatto di essere “il capo”, essendo donna, non ha facilitato le cose: “A dire il vero ho dovuto fare molta fatica. Nonostante i 14 anni sulla strada alle mie spalle, [gli autisti] vogliono fare i capi e a volte mi viene da pensare che si siano invertiti i ruoli”. “A me vieni ad insegnare come si guida un camion? Direi proprio di no! Però per muoversi là fuori sì che ho bisogno di una mano”, e lo ripete sempre. Gli autisti non accettano che gli si dica che non abbiano fatto tutto nel modo corretto: “più di qualche volta ho dovuto ricordargli che sono io quella che li paga”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ci spiega anche che non è stato facile mettere sotto contratto un autista perché, essendo lei una donna e dovendo passare molte ore in cabina, alcuni preferivano non lavorare per lei in quanto già sposati o fidanzati. Nonostante ciò, ci racconta di non aver mai sofferto di discriminazione e che preferisce lavorare con gli uomini perché “sono migliori come colleghi. Riconosce però che, da donna, debba dimostrare molto di più: “devi fare tutto in un modo perfetto, altrimenti finisce che ti mandano rapidamente a casa”.

Pur non conoscendo le lingue, cerca di cavarsela. Dice che con lo spagnolo e con i gesti potrebbe arrivare in capo al mondo. Un giorno un suo cliente le suggerì di studiare l’olandese, così si mise in contatto con una professoressa: gli orari, tuttavia, le impedivano di seguire le lezioni con regolarità e finì per comprarsi un corso di lingua in cassetta che ascoltava in cabina durante i suoi viaggi. Gettò la spugna.

Il suo splendido sorriso si oscura solo per un istante parlando delle ore che trascorre sulla strada. “La solitudine, la mancanza di una routine, il fatto di non tornare a casa tutte le notti, l’idea di partire una domenica e rientrare se tutto va bene di giovedì. Non è facile, non è vita questa. Ti deve piacere, altrimenti non riusciresti a resistere”.

Nonostante questo, le piacerebbe che uno dei suoi due figli potesse proseguire la storia della sua impresa. Il più grande, di 26 anni, iniziò a prendere la patente e ottenne l’abilitazione, ma a 22 anni lasciò perdere e aprì una sua impresa. La figlia minore, di 21 anni, sembrava interessata da piccola quando andava con il padre in cabina. Ben presto però, dovendo prendere la patente, perse interesse e preferì seguire per la sua strada. I suoi figli, nonostante tutto, la appoggiano molto e sanno benissimo che tutto quello che fa la loro madre non è affatto facile. La vita riserva molte sorprese e magari un giorno i figli di María Belén cambieranno idea.

Per adesso lei prosegue a bordo della cabina, senza che nessuno le tolga l’entusiasmo con il quale ha iniziato. È tempo dei saluti. Ringraziamo María Belén per la sua testimonianza.

 

 

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Girl power

 

Sento spesso ripetere, a proposito di donne camioniste, che all’estero è diverso, sono abituati a vederle guidare già da tanti anni….

Ma siamo proprio sicure di questa affermazione?

Ad ascoltare questa video intervista a due delle protagoniste de “Les reines de la route”, una francese e una svizzera, non sembrerebbe proprio cosi, e teniamo conto che loro sono giovanissime e  vivono questo ambiente da pochi anni, quindi non avrebbero dovuto notare nessuna discriminazione… certo qualcosa è migliorato negli anni, ma….

Buona visione ( se non parlate francese si possono mettere i sottotitoli con la traduzione automatica in italiano)….

 

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Truckers Talk

Un’intervista a due colleghe trovata sulla pagina web della Michelin, per ascoltarla cliccate sul link:

BIG STORY #2 La lenta e costante ascesa delle donne camioniste

Il mondo dei camion è un mondo di uomini. Ma davvero…? Abbiamo parlato con due camioniste del loro lavoro, delle loro esperienze… e delle loro speranze per il futuro.

 

BIG STORY #2 La lenta e costante ascesa delle donne camioniste

Published on July 12, 2021

In questa nuova edizione di Big Story parliamo della vita quotidiana di Sandrine e Oti (alias Coco Trucker), due donne che vanno oltre i pregiudizi, dimostrando che ogni donna può diventare camionista. Vuoi ascoltare le loro affascinanti storie? Sei sulla strada giusta!

https://professional.michelin.it/michelin-for-my-business/ilmag02/podcast/bigstory-costante-ascesa-donne-camioniste

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La storia di Irma

Un’altra storia di una donna al volante di un camion, siamo ancora poche ma sempre di più!

Questo è il link dell’articolo che racconta la storia di Irma:

https://www.ilcentro.it/abruzzo/irma-io-donna-al-volante-di-un-bisonte-della-strada-1.2481434

E questo è l’articolo:

Irma: io, donna al volante di un bisonte della strada

TORREVECCHIA TEATINA. Si abbinano le parole “donna” e “camion” e subito viene in mente il film di Dino Risi “Teresa”, con Serena Grandi nel ruolo della procace conduttrice di tir che scorrazza per le autostrade d’Italia. Dal 1987, anno di uscita della pellicola, ad oggi l’immaginario non è cambiato molto: di donne in cabina ce ne sono ancora pochine. Battutine e ammiccamenti, invece, non mancano affatto.
Orari complicati, chilometri da macinare, merci da consegnare in tempo, spesso in posti sconosciuti perfino al gps: la vita del camionista è dura, ma Irma Stumbriene, bionda lituana dagli occhi azzurri che ridono, non la cambierebbe. Dietro al volante è arrivata dopo aver fatto i soliti lavoretti, la cameriera, la barista: l’idea di guidare il tir la deve al marito, autista anche lui. «Ho cominciato nel 2013», racconta. «Lui faceva questo mestiere e, visto che guido bene, mi ha incoraggiata a prendere la patente C per i camion».
Un lavoro ancora prettamente maschile, quella del camionista, come tutti quelli che hanno a che fare con i motori. «Vedo qualche donna al Nord, poche a dire il vero, ma qui da noi forse sono l’unica», osserva Irma. Che comunque pensa che l’impegno e la serietà necessarie per affrontare questa vita siano qualità anche (e soprattutto) femminili. Donne e motori? Un binomio perfetto. «Non per vantarmi» si schermisce la bella lituana (che vive a Torrevecchia Teatina), «ma dicono tutti che guido meglio di un uomo. Guido l’autotreno con il rimorchio, il più difficile da “domare”. E secondo me le donne sono comunque più prudenti e attente nella guida, soprattutto se conducono un camion».
Altro che “roba da uomini”, insomma. Irma porta il suo “bisonte” sulle strade d’Italia, per chilometri, caricando e scaricando da sola la merce, dormendo in cabina se necessario. «Prima mi capitava più spesso di viaggiare di notte, ma è una vita che non si concilia tanto con la famiglia, con i figli», spiega. «Mi succede ancora di dormire fuori, ma mai per più notti: cerco di limitare questo tipo di viaggio, per poter stare più tempo con la mia famiglia».
E la diffidenza dei colleghi? I primi tempi qualche pregiudizio c’era, conferma Irma, ridendo. «Quando ho cominciato, era raro vedere donne alla guida dei tir e gli altri camionisti rimanevano stupiti. Poi ci hanno fatto l’abitudine». Anzi, a volte essere la “quota rosa” in un mondo di uomini può anche essere un vantaggio. «Capita», confessa con un tono tra il divertito e il complice, «che qualche collega più galante mi assista o mi avvantaggi nel carico della merce». Certo, qualche battuta fuori luogo arriva. «C’è sempre quello che lampeggia se vede al volante una donna, o che sorpassa strombazzando. Ma non ci faccio caso, faccio finta di niente e vado avanti per la mia strada».
Sembra non avere paura di niente, la bionda e determinata camionista. Pesanti operazioni di carico e scarico, lunghi viaggi in solitaria, la responsabilità di un mezzo mastodontico. «Solo una volta ho avuto apprensione», racconta, «durante una nevicata, con la strada bloccata da un tir che si era messo di traverso in un incrocio. Ma me la sono cavata, ho sganciato il rimorchio, ho fatto manovra e sono ripartita, con i complimenti dei vigili che mi osservavano tra lo scettico e lo stupito».
Per ora, insomma, Irma vede ancora tanti chilometri davanti a sé. E se non l’ha fermata neanche il lockdown per l’emergenza Covid, possiamo essere certi che li farà tutti. (s.d.n.)

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La storia di Elia

Un’altra storia di una donna camionista, la storia di Elia, camionista per 25 anni, una sfida dopo l’altra. Una bella storia!

Questo è il link dell’articolo dal sito storiecomuni.it:

https://www.storiecomuni.it/la-donna-camionista-storia-della-coraggiosa-elia/

E questa la sua bella storia:

Elia per 25 anni svolge un lavoro inusuale per una donna. Per caso e per passione, la sua è la storia di una donna camionista che con coraggio supera brillantemente una grande sfida.

I sogni di Elia

Alta 150 cm con un peso di 46 kg, il suo sogno fin da piccola è sempre stato guidare un camion, essere una donna camionista, almeno una volta nella vita. Nonostante i tanti amici proprietari di un camion, nessuno le dà fiducia e le permette di realizzare il suo desiderio. Tutti deridono alla sua richiesta perchè è donna, inoltre è troppo leggera e troppo fragile per poter gestire l’immenso e pesante, per lei, volante del camion.

Elia, con le sue origini contadine, finisce le scuole dell’obbligo e intanto lavora a domicilio incollando suole di scarpe per mettere da parte i soldi per gli studi. Ma il suo papà non vuole, pensa che non può farcela alle superiori, le “scuole alte”, coontinuando anche a lavorare. Poco prima di compiere 18 anni si iscrive alla scuola guida in un paese vicino ad Arcevia, posto in cui abita da ragazza. Al compimento dei 18 anni supera l’esame di teoria e la guida pratica e ottiene  la desiderata patente B per guidare l’auto ed essere indipendente: quello che le fa battere il cuore è guidare, guidare, qualsiasi cosa.

Elia incontra l’amore

Con la maturità inizia un periodo molto bello per Elia: ha la patente ed è innamorata di un ragazzo speciale che, come dice lei “le parla direttamente al cuore”. Lui ha il diploma di liceo classico e conosce il latino, il greco e soprattutto la filosofia. Elia si sente un po’ più istruita ad ascoltarlo parlare di Aristotele, Platone e Socrate. Questo ragazzo diventa il marito di Elia, il padre dei suoi figli ma anche quello che le suggerisce la soluzione per realizzare il suo sogno: prendere la patente C!

Riuscirà Elia a realizzazione il suo sogno?

Sì, Elia è una donna che non molla e si iscrive nuovamente a scuola guida. Pensa che per prendere la patente devono necessariamente farle guidare un camion. Supera un difficile esame teorico e finalmente, eccola, con le gambe tremanti, gli occhi lucidi, le spalle strette per un po’ di paura, sale su un camion e questa volta, per la prima volta, non sul sedile del passeggero ma in cabina di regia: inizia così la sua prima lezione di guida da camionista.

Giorno dopo giorno, lezione dopo lezione, la sua patente di arricchisce della lettera C. Ha superato l’esame con i complimenti dell’esaminatore per aver guidato in modo eccellente un vecchio camion con il doppio cambio non sincronizzato e diventa così una donna camionista.

La passione di Elia diventa un’opportunità di lavoro

Intanto Elia sente il bisogno di cambiare lavoro di operaia calzaturificia. Avrebbe voluto lavorare in campagna con il padre, perchè la natura è un’altra delle sue passione, ma il padre non glielo permette. È una donna e in quel contesto decidono gli uomini. Vive momenti difficili, ansie, paure, incertezza. Cerca altri lavori, colloqui, presentazioni, strette di mano, ma i tempi sono difficili e nulla si concretizza in opportunità di lavorare.

Chiede ad amici, a parenti, a conoscenti, al panettiere e all’edicolante sotto casa. Cerca cerca. Un giorno il marito di Elia viene a sapere che nella sua azienda hanno bisogno di un camionista, sì al maschile, perché nell’immaginario collettivo la figura della donna camionista non esiste, né per passione né per caso.

Elia si divide tra la famiglia e il lavoro di camionista

Ma Elia le ha entrambe e decide di provarci. In una calda e afosa mattina di luglio si presenta al suo nuovo lavoro, il suo primo viaggio per un carico di grano, con in tasca un pezzo di carta rosa, con su la lettera C. Il suo nuovo datore di lavoro alla vista di Elia strabuzza gli occhi, non ci crede. Pensava che fosse un uomo, Elìa. L’accento l’ha tratto in inganno. Ma Elia lo convince, guida il camion al meglio che una persona può fare, è sveglia, simpatica e ha passione per questo lavoro. Diventa “Elia la donna camionista”.  Così si licenzia dall’azienda e inizia la carriera di camionista.

Dopo poco nasce il suo primo figlio e 13 mesi dopo la sua seconda bambina. Concilia così il lavoro di camionista con l’essere mamma. Difficile ma ci riesce.

Un regalo insolito di san Valentino

Solitamente per il giorno di San Valentino il marito le regala un mazzo di fiori accompagnato da una poesia. Quell’anno arriva alla sua porta un regalo insolito: un autotreno, cioè un camion con rimorchio. Lei ha 23 anni e il camion è più vecchio di lei di 3 anni, la guida a destra e un enorme volante color avorio. Per guidarlo occorre però la patente E, e quindi la nostra Elia si riscrive per la terza volta a una scuola guida e la prende. Ricorda le parole dell’esaminatore: “che cosa mi tocca fare oggi, dare la patente per il rimorchio a una donna”. Da qui comincia la storia di Elia la camionista “padroncina” del suo camion.

Il lavoro di donna camionista come via di fuga

Per Elia quel lavoro da camionista è anche una via di fuga. Vive con il marito e i figli, vicino a genitori e suoceri. La vita privata della giovane coppia è minacciata dall’invadenza dei genitori intorno. Elia capisce che rischia di litigare col marito e rovinare quella che è una bellissima storia d’amore. Capisce anche che negli anni ‘80 avere un marito che si fida a mandarla in giro in mezzo a camionisti è una gran fortuna ma anche una possibilità di mantenere saldo il loro rapporto di fiducia. Svolge questo lavoro per diversi anni. In un ambiente non proprio facile. Deve imparare a difendersi ma soprattutto a farsi accettare e riconoscere. E questo impara a farlo. In fondo è una donna camionista per caso ma anche per passione, non ha alcuna intenzione di mollare.

La parola camionista declinata al femminile

Adotta una strategia: rimanere concentrata su se stessa, non perdere fiducia in quello che è e che fa e, soprattutto, ricordarsi di essere una donna, oltre che camionista. Elia racconta: “nei primi mesi da autotrenista incontro una camionista che va addirittura all’estero, nella ex Jugoslavia. Io l’ho incontrata a Ravenna e mi ha dato subito dei consigli che per me sono diventati un Vangelo, tra cui uno: ricordati sempre che sei una donna! Vero. Ho rischiato di dimenticarlo. Una volta vedo un’altra camionista piccola come me nel piazzale di carico e d’istinto dico ai miei colleghi:  “guardate c’è una donna su quel camion!” Ricordo ancora la gran risata e la risposta: “noi la vediamo tutti i giorni!!”

La “farfalla di Ancona”

Il camion di Elia è indicato come “il camion senza autista”, perchè è così piccina che quando lo guida non la si vede. Nel gergo dei camionisti lei è chiamata la “farfalla di Ancona” perchè è l’animale più leggero dell’aria in contrapposizione al camion che è un mezzo pesante.

La nostra Elia, ricca di passione, riesce così a capovolgere la semantica della parola camionista: può essere declinata al femminile perchè può essere un lavoro svolto da una donna, una donna leggera e comune, ma anche tanto straordinaria.

di Emiliana Renella

 

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Colleghe dal mondo…

Ho trovato anche questo articolo che racconta la storia di una collega russa e del suo sogno – realizzato – di diventare camionista!

Questo è il link:

https://it.sputniknews.com/mondo/202006209218788-ho-sempre-voluto-guidare-il-camion-una-russa-al-volante-di-un-mezzo-pesante/

E questo l’articolo:

Questa bella ragazza bionda gira per diverse città della Regione di Kaliningrad ma non lavora come guida. Viene fotografata ai semafori, ma non è una modella. Spesso si offrono di aiutarla, ma lei risponde sempre che ce la fa da sola.

Questo è il motto dell’unica camionista donna della regione, nonché madre di due figli, la trentacinquenne Svetlana Masterskikh di Gur’evsk (cittadina a 15 km da Kaliningrad).

Chiese al marito: “Comprami un camion!”

Svetlana e il marito avevano una società di logistica con 20 mezzi pesanti. All’epoca però Svetlana non voleva mettersi al volante di uno di questi.

“Ho sempre amato i mezzi pesanti, vedevo come li guidavano i nostri camionisti e volevo tanto che mio marito me ne comprasse uno. In realtà, allora i bambini erano ancora piccoli e capivo bene che non mi potevo permettere di partire”, afferma Svetlana Masterskikh a Sputnik.

Per via dell’ennesima crisi i coniugi dovettero rinunciare alla società. Ad avverare il vecchio sogno di Svetlana contribuì il divorzio fra i due che avvenne dopo un po’ di tempo. Svetlana decise di lavorare come tassista, era un’esperta guidatrice, aveva diverse patenti (B, C, E).

Un giorno sul taxi arrivò un lavoratore di una società di trasporti alla quale qualche mese prima Svetlana aveva inviato senza successo il proprio CV. Il passeggero era un camionista il quale, sentendo la storia di Svetlana, promise di aiutarla ad avere un colloquio.

“Alla fine mi iscrissero ad alcuni corsi di guida tenuti dall’Associazione dei trasporti internazionali su strada”, racconta Svetlana. “Una volta conclusi i corsi, andai da loro e capii che erano davvero interessati a me”.

Il rispetto degli uomini

Secondo Svetlana, i colleghi l’hanno tenuta sotto controllo per molto tempo. Erano in pochi a credere che ce l’avrebbe fatta.

“Quando i camionisti mi videro per la prima volta, dissero “resisterà uno o due mesi, poi scapperà, è troppo pesante”. C’erano alcuni che provavano sempre ad aiutarmi, ma io dicevo che ero venuta qui per lavorare e che non c’era bisogno di aiutarmi. Se volete farmi vedere come si fa, prego!”, diceva Svetlana Masterskikh, l’unica donna nella Regione di Kaliningrad ad essere ufficialmente certificata alla guida di camion per il trasporto a terra.

Svetlana lavora come camionista in servizio già da 8 mesi: le affidano la conduzione di 4 diversi mezzi quali Man, Mercedes, Scania e Volvo e durante una giornata le capita di cambiarli più volte.

“A livello di difficoltà di conduzione sono di fatto uguali. Ci sono mezzi più vecchi, altri più nuovi”, spiega Svetlana.

I colleghi maschi di Svetlana la rispettano, si rivolgono a lei come a un collega camionista, cosa però difficile visto l’aspetto avvenente della ragazza. “Chiaramente all’inizio ci sono stati momenti di ambiguità, ma li ho tagliati sul nascere”, spiega e aggiunge che gli altri camionisti cercano di non dire parolacce di fronte a lei e che, se ne scappa una, si scusano.

Niente sentimentalismo nel camionismo

Svetlana si occupa prevalentemente di trasporto merci nella Regione di Kaliningrad: trasporta materie prime per gli stabilimenti locali del settore dei mobili. Ad esempio, da Kaliningrad, dove ha sede l’azienda per cui lavora, trasporta merci fino al confine della Regione.

“Nelle 2 ore necessarie ad arrivare a destinazione posso godermi l’insolita natura circostante: infatti, dalla cabina del camion ho un’ampia panoramica. Guidi e la tua anima è felice mentre guardi la bellezza intorno a te”, sostiene. Ma il sentimentalismo non ha modo di esistere nel camionismo. Infatti, Svetlana si prepara accuratamente ad ogni viaggio.

“Prima del viaggio mi studio sempre l’itinerario, devo sapere in anticipo quali sono le piazzole sicure dove potrò fermarmi perché ho io la responsabilità della merce e del camion. Sulla strada può succedere qualsiasi cosa. I banditi della strada ancora oggi squarciano le tende dei camion, rubano la merce e le ruote. Questo perché i camionisti inconsapevoli si fermano in piazzole sospette che non sono in alcun modo controllate”, spiega Svetlana.

In tutti i suoi viaggi Svetlana fa riferimento al cronotachigrafo installato sul camion. Si tratta di uno strumento che controlla l’alternarsi del regime operativo e del riposo. Ad esempio, dopo una tratta di 4 ore e mezza lo strumento ricorda al conducente che deve riposarsi per 45 minuti.

“La cosa migliore da fare è osservare l’alternarsi di lavoro-riposo. Anche se manca solo mezz’ora e il conducente sente che ne ha bisogno, è meglio che dorma per un po’”, spiega.

I camionisti non sono assicurati per qualsivoglia guasto occorra sulla strada, ma Svetlana è convinta che si possa trovare sempre una soluzione.

“Sai come aprire il cofano, puoi chiamare il meccanico, descrivere la situazione e chiedere cosa fare. Anche se buchi una ruota, le altre continuano ad andare. Bucarle tutte è un evento molto raro. Ad ogni modo, c’è sempre un modo per arrivare all’officina più vicina. Se proprio la situazione è nera, puoi accostare e chiedere aiuto via radio”, spiega Svetlana.

“Rispondo che ce la faccio, è il mio lavoro”

Il camionista non solo trasporta merce, ma si assicura anche che il carico e lo scarico della stessa sia a norma. Per la fragile Svetlana non c’è alcuna eccezione. “Quando caricano una merce, devo fissarla con delle cinghie in modo che non si sposti in curva. È un lavoro che mi dà soddisfazione. Capita che mi offrano aiuto. Ma io rispondo che ce la faccio da sola, che è il mio lavoro. Chiaramente ci sono anche attività di difficile esecuzione per le quali non ce la faccio. In questi casi chiedo aiuto e gli altri mi aiutano volentieri, nessuno mi dice “è il tuo lavoro, arrangiati””, aggiunge.

La Polonia in shock

Svetlana racconta che in Polonia tutti si sono meravigliati nel vederla al volante di un camion. Ad ogni modo le reazioni sono state positive.

“Quando guido il camion, tutti si stupiscono. Ma le reazioni sono molto positive. Da quanto guido in Polonia non ho mai ricevuto commenti negativi”, spiega. La comparsa di Svetlana sulle strade (russe o polacche che siano) è un evento: infatti, la gente la fotografa ai semafori.

“Capita che si sporgano dal finestrino e comincino a scattarmi fotografie, alcuni mi fanno un cenno di approvazione. Spesso passo per la dogana dove carico e scarico la merce. Gli altri camionisti si avvicinano e mi dicono “Dev’essere difficile per te guidare un mezzo del genere” e io rispondo che non ho ancora trovato niente di difficile. Se ci riesco, perché non continuare?”.

Non solo Russia, ma anche Europa

In futuro Svetlana sta valutando la possibilità di lavorare in Europa. Ma l’ostacolo rimane la sua scarsa conoscenza della lingua inglese.

“Sinceramente vorrei andare in Europa”, dice Svetlana. A Mosca e in altre città russe per adesso non si spinge visti i possibili ingorghi al confine (infatti, la Regione di Kaliningrad è una exclave russa divisa dalla “Grande Russia” da Lituana e Bielorussia).

“Naturalmente, posso scusarmi con gli altri camionisti via radio e dire loro che non sono pronta a stare in strada per più di un giorno. Dopotutto a casa mi aspettano mia figlia di 12 anni e mio figlio che presto ne compirà 9”, spiega.

“Se nella Regione di Kaliningrad ci fossero le corse sui Kamaz, le vincerei”

I figli di Svetlana la sostengono in tutto. “Il mio obiettivo è risparmiare per comprarmi un appartamento. Lo spero per me stessa. Sì, forse non vedo i miei cari così spesso come vorrei, ma nella vita bisogna porsi delle priorità. Mi rendo conto che, se non mi impegno ora, non avrò nulla in futuro. E non voglio nemmeno sgobbare tutta la vita”, spiega Svetlana. Anche se nei forum di camionisti scrivono che questa professione non è particolarmente redditizia, lei è convinta che non sia così.

“Chi vuole guadagna, mi pare. Nella Regione di Kaliningrad i soldi che guadagno guidando il camion non li guadagnerei da nessun’altra parte”, spiega. Da quando è arrivata nel 2000, ha lavorato come infermiera, commessa, cameriera, contabile, agente immobiliare e persino portaborse di un deputato.

Riguardo all’impatto dei continui spostamenti sulla sua forma fisica, Svetlana risponde che cerca sempre di prendersi cura di sé e che per i viaggi programma sempre i pasti.

“I problemi di sovrappeso dei camionisti sono legati al fatto che amano mangiare. Quando si fermano nelle piazzole, per passare il tempo, si riuniscono in gruppo, si riposano, si fanno preparare tanto cibo. Oppure anche quando sono in fila alla dogana di frontiera, stuzzicano sempre qualcosa”, spiega Svetlana.

Inoltre, la donna ama molto lo sport: gioca a pallavolo, pallacanestro, tiro con arma da fuoco. “Se nella Regione di Kaliningrad ci fossero le corse sui Kamaz, probabilmente le vincerei”, conclude.

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La storia di Carla

Un altro bell’articolo dalle pagine di “Uomini e Trasporti“, sempre a firma di Gabriele Bolognini, questa volta ci racconta la storia della collega Carla.

Questo è il link:

https://www.uominietrasporti.it/carla-arzenton-autista-di-veicoli-pesanti-se-la-forza-e-donna/

E questo parte dell’articolo:

Carla Arzenton, autista di veicoli pesanti. Se la forza è donna

È un rischio che si corre: descrivere le donne che varcano la soglia del trasporto come esseri delicati, da tutelare e proteggere. Carla è tutt’altro: in più di vent’anni di carriera in questo mondo ha guidato di tutto, dalle motrici ai bilici, dai trasporti eccezionali ai frigo, per l’Italia e per l’Europa. E oggi è atterrata in cava, dove il machismo incontra il nonnismo e lo sfruttamento. Un cocktail che troncherebbe le gambe a tanti. Ma non a lei

Carla Arzenton è nata 60 anni fa nella casa di famiglia, in aperta campagna, a Ospedaletto Euganeo, un paesino in provincia di Padova circondato dalla nebbia d’inverno e dall’afa d’estate. E ancora oggi vive lì, dove, mentre parla, i ricordi riemergono dietro ogni cosa.
Il papà di Carla era agricoltore e trattorista. Quando lei nacque trovò impiego presso una ditta che installava pali della luce. La mamma era casalinga. Quando aveva appena 4 anni il papà la fece salire su un vecchio trattore Landini. E lei, malgrado piccolissima, aggrappata al volante riusciva a condurlo diritto senza sbandare. «Mi piaceva tantissimo – ricorda – In fondo quelli erano i miei giochi. Non ero abituata a stare con i bambini, non ne conoscevo. Intorno a casa mia c’erano solo parenti e vicini, tutta gente grande. Quando mi iscrissero all’asilo scappai: mi facevano paura quelle piccole creaturine. Non ero abituata a vederne!». Esperienze che modellano un carattere, rendendolo schivo e solitario.
Finita la scuola media Carla decide di iscriversi all’Istituto d’Arte, ma due anni dopo lo molla: «Io e l’arte – scherza – abbiamo sempre fatto a pugni!».
Il primo impiego la porta a lambire il mondo del trasporto e della movimentazione. Arriva a 24 anni, presso una fabbrica di vestiti, come magazziniera mulettista, lavoro che accompagnò Carla fin quasi alla soglia dei 40 anni.

Amore che viene, amore che va
A quel punto, a scombinare la sua vita, arriva l’amore. «Lui faceva il camionista, mi piaceva tantissimo, però era sempre fuori per lavoro…». Una distanza accettata male e che avrebbe fatto di tutto per rimuovere. E forse proprio questa pretesa creò una crepa irreparabile nel rapporto: «Mi lasciò perché diceva che non riuscivo a capire il suo lavoro! Forse aveva ragione. E siccome mio papà mi diceva sempre che per capire una cosa bisogna conoscerla, allora mi misi d’impegno a prendere le patenti per il camion: dovevo capire».E Carla capì in fretta come si faceva a guidare un camion. Anzi, capì così bene che, il mese dopo aver ottenuto la patente DE, trova posto in un’azienda che trasporta generi alimentari: «Mi assegnarono una motrice con cui giravo il Nord Italia. I primi tempi non sono stati semplici, anche perché non ho mai avuto nessuno ad affiancarmi: ho sempre fatto e imparato tutto da sola. Per fortuna ho grande memoria visiva: quello che vedo immagazzino e imparo. Però, purtroppo, tutto questo non è servito per riconquistare il mio ex. Siamo rimasti ottimi amici, ma non siamo mai tornati insieme, anche se per anni sono stata innamorata di lui».

Il machismo dilagante
Il rapporto con i colleghi uomini non sempre è “rose e fiori” per via dei soliti pregiudizi. Carla sopporta, abbozza, minimizza. Poi, un giorno, che ha ben stampato nella memoria, qualcosa le apre gli occhi: «Mi ricordo che ero presso una piattaforma logistica di Bassano del Grappa, quando si avvicina un collega, un ragazzo marocchino, e mi dice: ‘Vedi, io e te in questo lavoro siamo uguali: due extracomunitari. Perché è così che considerano anche voi donne. Se un domani avrai bisogno di aiuto per far valere i tuoi diritti chiamami: sarò felice di darti una mano’. E lì mi resi conto che aveva ragione: il mondo del trasporto è governato dal machismo! Noi donne veniamo pagate meno rispetto agli uomini, tocca sorbirci sempre commenti stupidi dai colleghi maschi e, purtroppo, molte volte veniamo trattate con sufficienza».

Trasporto ergo sum
Passano gli anni e Carla accumula tante esperienze diverse: «Ho guidato di tutto, dalle motrici ai bilici, dai trasporti eccezionali ai frigo. Nei momenti di crisi più duri ho fatto anche tre lavori pur di andare avanti. Con il frigo, per esempio, ho viaggiato tutta Europa per distribuire fiori. Ho rispolverato quel po’ di francese che avevo studiato a scuola e, grazie anche alla lingua dei gesti, me la sono sempre cavata. Anzi, direi che all’estero mi sono trovata sempre bene, specie in Francia i colleghi sono gentili e disponibili. Quando c’è stato il momento degli attacchi terroristici preceduti da furti di camion, per esempio, mi hanno sempre protetto. Magari venendo a parcheggiare il loro camion vicino al mio in sosta quando vedevano che ero una donna sola».

Il nonnismo tra gli inerti
Da una decina d’anni Carla si occupa di trasporto inerti in cava e ha cambiato diverse ditte: «Sono passata ai bilici lavorando con le vasche. Inizialmente mi hanno fatto fare il giro di un distributore e hanno appurato che sapevo guidare. Il lavoro di cava è considerato lo zoccolo duro del trasporto. E qui più che machismo c’è vero e proprio nonnismo. Io per fortuna me la sono sempre cavata, forse il mio carattere schivo e trasparente mi ha in qualche modo protetta». E non facile, perché in cava tra colleghi si fanno scherzi tremendi. «Quello più terribile è lo sgancio della ralla con la vasca piena. Per fortuna in genere si parte lentamente e così il semirimorchio si appoggia sul telaio senza conseguenze, tranne la scocciatura di dover scendere e ripetere tutte le operazioni per il riaggancio. Ma se parti veloce, fai danni veri. Ho assistito a un paio di colleghi a cui è capitato».Ma il nonnismo è l’antipasto. Poi ci sono anche le pietanze gustose, fatte di lavoro impegnativo fino allo strenuo. E in un caso è sorta anche una contesa legale: «Quando si lavora in cava non c’è orario. Nel periodo dell’asfalto, per esempio, non ci si ferma mai, nemmeno il sabato e la domenica. Un anno però l’ispettorato del lavoro inizia a effettuare costanti controlli dei cronotachigrafi presso una ditta per cui lavoravo all’epoca: nessuno di noi era in regola. Il conto finale era salato: una sanzione di 800 mila euro. La mia parte era di 30.000, ma in molti raggiungevano i 60.000. Ma siccome noi autisti non avevamo colpe, perché ci limitavamo a fare ciò che ci chiedevano, mi rivolsi al sindacato. Dopo lunghe trattative, quando tutti avevano perso le speranze e a combattere eravamo rimasti solo io e un collega rumeno, avemmo la meglio. Venne appurato una sorta di abuso d’ufficio dell’ispettorato e la multa, ridotta di parecchio, fu girata al datore di lavoro. Noi autisti fummo sollevati da tutto».

Educazione euganea
Poi, l’onda dei ricordi si interrompe. Carla si guarda intorno e non trova qualcosa. «Mio padre è scomparso nel 2004. Aveva solo 77 anni, ma era stato colpito dall’Alzheimer, una malattia tremenda». La mamma, invece, è ancora lì che vaga portandosi dietro i suoi 86 anni. «È una vecchina dolcissima – sottolinea – ma con me può essere ancora dura come un macigno». Educazione euganea, utile per imboccare la strada della vita – come diceva De Andrè – in direzione ostinata e contraria.C

 

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Una donna camionista ai tempi del Covid19!

Questo video è del mese di giugno, ma io l’ho trovato adesso e ve lo propongo. E’ una video intervista a una collega, Francesca, che racconta dei problemi che ha dovuto affrontare ai tempi del blocco per il Covid19.

Buona visione e buona strada a tutti sempre!

 

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