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Posts Tagged "lady truck"

Reine du volant

Un documentario sulle camioniste russe… che sono poche, perchè come viene spiegato nel video, nel loro paese sarebbe vietato alle donne fare le camioniste, ufficialmente alle donne sarebbe concesso di guidare solo camion fino a 2,5 ton e vietato fare viaggi più lunghi di una giornata, il motivo? La pericolosità del mestiere del camionista che metterebbe a repentaglio la fecondità delle donne secondo l’interpretazione russa. Ma a Nastia, la prima delle due protagoniste,  non importa, non le piacciono i camion piccoli e i viaggi brevi! 
Julia invece fa la camionista da 5 anni ed è diventata famosa grazie al suo canale Youtube dove posta video regolarmente.

Disponible jusqu’au 08/04/2019]

À 34 ans, Nastja a tout d’une petite célébrité dans sa Russie natale :
elle compte parmi la douzaine de femmes chauffeur routier du pays. Ce
faible nombre n’est pas lié à un manque de candidatures, mais à une loi
considérant ce métier comme trop dangereux pour les femmes.

Tout comme sa compatriote, Julia a elle aussi décidé de braver
l’interdiction afin de vivre de sa passion, même si cela l’oblige à
quelques petits ajustements pratiques  comme la nécessité, sur les airs
de repos, de louer la totalité les cabines de douche, faute d’espaces
réservés aux femmes.

Reportage complet (Allemagne, 2019, 30mn)

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Un’azienda tutta al femminile!!!

Ho trovato questo video su Youtube, si tratta di un video pubblicitario di una marca di camion del Sol levante, la UD Trucks, ma la cosa bella è che hanno mostrato come utilizzatori dei loro mezzi un’azienda di trasporto tutta al femminile!!

Dal Giappone, sotto la neve, ecco le autiste della “first ever female-only trucking company in Japan”!!

Buona visione e buona strada sempre!!!

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Storie di donne!

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Questa settimana sulla rivista “Intimità” c’è un articolo dedicato alle donne che fanno lavori maschili, e tra gli altri lavori e le altre ragazze c’è anche la nostra collega ed amica Selma, che racconta la sua storia e le sue esperienze alla guida di un camion!

Un sogno inseguito e realizzato!

Buona strada sempre a Selma e a tutte le lady truck!!

 

 

 

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Sabo Rosa 2019!

La decima edizione del  concorso “Sabo Rosa” si è conclusa con la vittoria di Alessandra Lucaroni, titolare di un’officina Scania.

Complimenti ad Alessandra!!

immagini.quotidiano.net

Il link dell’articolo dal sito della Roberto Nuti Group:

https://www.sabo.it/sabo-rosa-2019-alessandra-lucaroni-vince-la-decima-edizione-ed-e-la-camionista-dellanno/

E l’articolo:

SABO-ROSA-2019-1-Small

Si chiama Alessandra Lucaroni, e vive a Monterotondo, in provincia di Roma, la vincitrice della decima edizione del premio Sabo Rosa, dedicato, nella ricorrenza dell’Otto Marzo, alle donne che lavorano nella filiera del trasporto pesante: dalla guida alla logistica, passando per le officine e i ricambisti. Alessandra Lucaroni gestisce a Fiano Romano l’officina di famiglia “Ormia”, specializzata nei mezzi Scania, che è nota nell’ambiente come “L’Officina delle Donne”. Il Sabo Rosa è uno speciale ammortizzatore in edizione limitatissima poiché creato appositamente una volta all’anno. A scegliere la vincitrice, sulla base delle candidature pervenute attraverso il Web, e in seguito a una votazione online, è stata una giuria composta dalle dipendenti del main sponsor dell’iniziativa, il Roberto Nuti Group che ha la sua sede centrale a Castel Guelfo, da oltre mezzo secolo leader nel settore dei veicoli industriali con i ricambi a marchio Sabo.

“Questo premio lo voglio dedicare a mio padre che ha fondato l’officina di cui oggi sono titolare e che mi ha trasmesso l’amore per la meccanica, fidandosi di me, dei miei progetti e dei miei ideali – racconta Alessandra Lucaroni -. Fin da bambina sono stata il ‘maschiaccio’ di casa e sono cresciuta accanto a mio padre che riparava mezzi dell’esercito, e da li è sbocciato l’amore. Mi ricordo ancora l’emozione fortissima che provavo quando mi faceva salire sui carri armati”. Una predestinazione, quella della Camionista dell’Anno 2019, che l’ha portata a confrontarsi con un ambiente solitamente considerato per soli uomini, in cui però con tenacia e dedizione, si è ricavata uno spazio oggi riconosciuto e apprezzato. “Si deve partire con l’idea che non esistono lavori da uomini o da donne, e che nel lavoro contano solo la passione, l’impegno e il cuore che uno mette in ciò che fa – spiega Lucaroni con orgoglio -. È chiaro che all’inizio è complicato farsi rispettare, e occorre metterci un carattere forte e magari fare il doppio della fatica per essere accettate. Una volta abbattuti i muri, però, e si riesce a mostrare quanto si vale, lo scetticismo finisce e ci si trova in un mondo appassionato di meccanica in cui è facile farsi ascoltare perché si conosce la materia e si sa quello che si dice. Oggi i camionisti ci chiamano e dicono ‘pensaci tu, mi fido di te’. È il miglior complimento possibile”. Una vittoria che passa anche dalla soddisfazione di aver creato l’Officina delle Donne, con l’assunzione di un meccanico donna, prima officina in Italia, per la riparazione dei mezzi pesanti. “Farcela in questo lavoro non significa omologarsi agli uomini, anzi dobbiamo rivendicare con forza la nostra diversità, che è un valore aggiunto – commenta Alessandra Lucaroni -. Lo scorso anno abbiamo assunto un meccanico donna e in squadra ci sono anche due magazziniere che masticano meccanica ogni giorno. Quando sono arrivate tutti le guardavano come fossero aliene ma oggi sono una colonna portante dell’officina e questa è la nostra più grande vittoria”. Una vita lavorativa impegnativa e piena di soddisfazioni che Alessandra Lucaroni divide equamente con quella famigliare. “Io sono mamma di tre figli maschi di 27,18 e 16 anni – racconta scherzando Lucaroni -, quindi sono circondata da uomini ovunque, che però tengo a bada senza troppi problemi. Per conciliare famiglia e lavoro occorrono tanto amore e tanta pazienza, e soprattutto correre sempre, perché la casa e l’officina richiedono tempo e attenzioni. I miei figli hanno accettato di buon grado il mio ruolo e spero di vedere almeno uno di loro in officina accanto a me, per poter passare le consegne alla terza generazione, perché vorrei che il sogno di mio padre possa proseguire ancora nel tempo”.

A consegnare il riconoscimento è stata Elisabetta Nuti, direttore finanziario del Roberto Nuti Group e presidente della giuria. “Per la decima edizione dal Sabo Rosa la giuria ha deciso di premiare la tenacia e l’imprenditorialità di Alessandra Lucaroni, capace di raccogliere il testimone dell’azienda di famiglia dalle mani del padre e di portare la propria officina a un traguardo impensabile anche solo dieci anni fa”, ha sottolineato Elisabetta Nuti. “Il Sabo Rosa di quest’anno ci ha permesso di raccontare una passione, quella per la meccanica e i mezzi pesanti, nata, possiamo dirlo, letteralmente fra le braccia di un padre. Ed è bello immaginare la soddisfazione del papà di Alessandra, nel saperla realizzata in ciò che sempre ha amato – ha concluso Elisabetta Nuti -, senza dimenticare il valore della famiglia e degli affetti”.

 

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Il video del pranzo – parte seconda

La seconda parte del video del nostro pranzo annuale al Ristorante “La 45” a Niviano.

Un salutone a tutti i partecipanti e buona strada sempre!

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Il video del pranzo – parte prima!

La prima parte del video del nostro pranzo annuale, saluti e sorrisi di amici e colleghe!

 

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Pranzo lady truck 2018: tanti sorrisi, colleghe e amici!!!

Ecco le foto del nostro pranzo, come sempre mi ero ripromessa di fotografare tutti, e come sempre non ci sono riuscita: perdono, perdono, perdono!!!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ciao a tutti, grazie di aver partecipato e arrivederci all’anno prossimo!!!
Buona strada sempre!!
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Foto di gruppo!!!

Oggi pranzo annuale del nostro gruppo di lady truck & friends!!

Una giornata bellissima in compagnia di colleghe e amici.

In anteprima la foto di gruppo:

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Tributo a Karmeshia

Questo video è un tributo a una giovane collega americana che è stata trovata morta (dopo tre giorni che la cercavano!) nel suo camion, in un truck stop vicino New Orleans. Aveva solo 25 anni, e l’hanno uccisa…
ma non si sa cosa sia successo, nessuno parla….
Le sue colleghe si sono mobilitate per cercare info e per aiutare la famiglia. In questo video, nella seconda parte c’è lei che si racconta in un video che aveva pubblicato su YT… Aumentare le visualizzazioni serve ad aiutare la
famiglia, guardarlo non costa nulla, a noi…. non riporterà in vita Karmeshia, ma sarà un piccolo gesto per ricordarla…
Certe cose non dovrebbero succedere, certe notizie non si vorrebbero leggere…

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Illustrato Fiat – novembre 1988 – Emilia Mestroni

Il web può essere un posto “bellissimo”, per chi come me è sempre alla ricerca di qualcosa. Soprattutto mi piace conoscere le storie delle colleghe… e cosi girando e rigirando ho trovato questo articolo, “Illustrato Fiat”  datato novembre 1988!!!
La protagonista è la signora Emilia Mestroni, e sono contenta di averlo trovato perchè… perchè mi porta alla mente ricordi di un tempo passato, di quando ero una new entry nella categoria ed ero andata a Misano ad assistere alla finale del “Camionista dell’anno” e li c’era lei con un gruppo di colleghe (tra cui la mia grande amica Betty!) che partecipavano alla prima “Gimkana femminile”. (Ho ancora le foto, magari prima o poi le metto e qualcuna si riconosce! Anzi, quella di gruppo la metto ora!). 

 

Lei è stata una pioniera nel settore, e dobbiamo solo dire grazie a donne come lei che ci hanno aperto la strada dimostrando che quando si vuole fare qualcosa è la volontà che conta e gli ostacoli si superano.

Comunque, tornando all’articolo, questo è il link:
http://www.byterfly.eu/islandora/object/librif:28389/datastream/PDF/content/librif_28389.pdf 
E questo è l’articolo ricopiato dal pdf:
 LA  DONNA-TIR  GUIDA IN ALLEGRIA
 Cronaca di una giornata di viaggio sull’Iveco “190 di Emilia Mestroni, da 25 anni al volante dei

giganteschi  camion Fiat. Udinese, sposata, due figli, è felice del suo lavoro: «Se mi fermo, mi annoio» dice. E’ anche una splendida cuoca.

di GRAZIELLA TETA

Maschiacce in jeans e stivali da cow-boy che guidano mostri gommati sulle «speed-way», le grandi

tostrade americane.Dormono nelle cabine degli autocarri, dicono le parolacce, fanno l’occhiolino

ai poliziotti e amoreggiano con i colleghi via CB. E’ l’immagine delle donne camioniste, protagoniste

di tanti telefilm girati sulle strade d’America. E’tutto fìnto, si capisce. Che cosa significa allora essere una donna-Tir? Ce lo racconta una camionista «vera»: la durezza del lavoro, le difficoltà degli inizi, i rapporti con i colleghi.Ecco com’è il mondo dell’autotrasporto, tradizionale dominio maschile, quando nella cabina di guida c’è una signora.La protagonista della nostra storia è Emilia Mestroni, di Moretto di Tomba, provincia di Udine. Spalle larghe e braccia robuste, ma anche garbo civettuolo,tanto da sfoggiare orecchini e collane e nascondere l’età.

Camionista da 25 anni, vive a Pasian di Prato, alle porte di Udine, dove con il marito Antonio Paulon, 59 anni, trevigiano, trentacinque anni fa ha messo su un’azienda di autotrasporti specializzata in carichi per le ferriere. In ufficio c’è la figlia Flavia, 31 anni, madre di due bambini. «Papà Toni» daqualche anno ha lasciato il volante per organizzare il lavoro degli autocarri. Il figlio Graziano, 19 anni, prossimo perito meccanico, dopo il diploma lavorerà nell’azienda di famiglia. E la signora Emilia? Dopo tanti anni di guida da sola o con il marito, ora fa il «jolly», sostituendo gli autisti quando occorre. E accade spesso.

Con lei abbiamo compiuto un viaggio: da Udine alla provincia di Brescia e ritorno, quasi 600 chilometri, un giorno e una notte su un Iveco 190.

Mercoledì 19 ottobre,ore 16. Destinazione:una ferriera di San Giorgio di Nogaro, la zona industriale a sud di Udine.Viaggiamo su un autocarro articolato, un colosso di 380 cavalli, 18 marce, lungo 15 metri e mezzo. All’arrivo, la prima operazione è la pesatura del veicolo vuoto per calcolare la tara. Poi si procede al carico di«billette» (sbarre di ferro) mediante immense calamite. Emilia si infila i guantoni, salta sul rimorchio per sistemare ilcarico. Poi di nuovo sul bilico per il peso totale.Torniamo in aziendache è già sera. La cena è a base di risotto e polpettone, merlot e bianco dei Colli Euganei. Una fetta di «gubana»,tipico dolce friulano, per chiudere. «Siamo una famiglia di camionisti-musicisti» dice papà Toni. Lui ha studiato da tenore e con il figlio Graziano suona la tromba nella filarmonica cittadina. Emilia è una cantante lirica mancata.«Ero

soprano.  Una operazione alle corde vocali mi ha fatto abbandonare la carriera artistica.Ma la passione per la musica no, quella ce l’ho sempre.

Giovedì 20, ore 3. Un paio di ore di riposo sono sufficienti: Emilia è già pronta per mettersi in viaggio. Pullover e calzoni, un filo di trucco.

Affronta il rituale di ogni partenza: controlla i documenti di viaggio e di carico, compila il giornale di bordo, dà un’occhiata agli indicatori sulcruscotto. Il motore si scalda. Partiamo. La notte è tiepida. In autostrada, poche luci. D silenzio è rotto solo dal brontolìo del motore.«Questo cambio si chiama Fuller – mi spiega — bisogna ‘ascoltare’ il motore e inserire le marce quando ha raggiunto il giusto numero di giri».Arrivano, inevitabili, i ricordi. Di quando lavorava in una fabbrica di dinamite e faceva la «cartucciaia». Poi le prime esibizioni su un palcoscenico. E quando disse al marito poco convinto:«Toni, mi faccio la patente per il camion». E il primo autocarro comprato a rate con i due milioni guadagnati con il canto. «Quando ho cominciato ero una delle prime donne camioniste. Nell’ambiente ero vista con un po’ di diffidenza. Viaggiavo con mio marito. Guidavo io. All’arrivo lui si occupava del carico e scarico,mentre io dormivo in cabina. Ci sono voluti anni per farmi accettare».-E iviaggi?«Ho girato tutta l’Italia, poi la Svizzera e i Paesi dell’Est».

Emilia guida con sicurezza, rispettando scrupolosamente i limiti di velocità. «Sono coscienziosa. In 25 anni non ho mai preso un verbale».

-Come è cambiato il lavoro del camionista? «Il traffico è aumentato ma gli automobilisti oggi sono più esperti. Non è vero che siamo prepotenti. Basta un idiota a screditare tutta la categoria. Ci vorrebbe più collaborazione fragli utenti della strada»

-E gli automezzi? «Oggi sono più maneggevoli e facili da guidare. Una volta sì che toccava far muscoli».I suoi autocarri sono targati Fiat e Iveco.«Abbiamo avuto vari modelli, dal 690 TI al 682 ed ora 170, 180 e questo 190 che è il mio preferito: è docile, sicuro, confortevole. Scegliere il camion giusto è essenziale per il nostro mestiere».

Ore 6. Sosta alla stazione di servizio per il rifornimento di carburante; poi al bar per un caffè.

Gli  unici avventori sono i camionisti che al nostro arrivo fanno qualche prevedibile commento.

«Un autogrill all’alba non è posto per una donna» dico.«Vero, se non è una camionista» ribatte Emilia.

Ore 8, Carpenedolo(Brescia). Scarichiamo l’autocarro e ripartiamo di corsa. Bisogna caricare a Odolo ed essere a casa prima di sera.

Ore 10, Odolo (Brescia). Abbiamo fortuna. Davanti a noi solo un paio di Tir. Due autisti napoletani tentano un po’ di conversazione. «A signurì, come vi trovate lassù in cabina?». «Certo che la signora è in gamba» aggiungono rivolti a Emilia, già impegnata a caricare tondini di ferro.  Urla  verso l’operatore della gru scorrevole.  Ogni tanto scappa un imprecazione in friulano.

Ore 11.30 Sfumata la prima colazione, anche il pranzo è speranza vana. Emilia sentenzia:”Mangio raramente in trattoria: mi rovina la linea. Preferisco cucinare io”. Addio ristorantini “da camionisti” che hanno fama di cucina rustica e prezzi bassi.

Ore 12.00 Ci fermiamo in un autogrill a Desenzano. Emilia telefona in azienda. Io ingollo un panino al volo

E subito in marcia. Incrociamo Tir, autobus zeppi di studenti in gita, mezzi militari. Tutti ci salutano: non si incontrano tutti i giorni due donne in camion. Emilia ricambia, allegra. Mi racconta aneddoti di viaggio.

“Una volta mi sono presa un bello spavento. Viaggiavo su una strada in discesa. Nevicava. Mancava l’aria nei freni. Frenavo col motore, scalando mezza marcia alla volta, e col rimorchio che accostavo ai bordi della strada, contro i mucchi di neve.”  E quell’altra volta, quando ha fatto da scudo, con i lampeggianti accesi, ad un’auto che era finita contro il guard-rail per un testa-coda. Rischiando grosso, Emilia ha evitato una serie di pericolosi tamponamenti.

A sentirla parlare si capisce che è una donna soddisfatta. Di se stessa, della sua vita movimentata, interrotta da serate davanti alla tv a sferruzzare. Poi piante e fiori da curare, i lavori di casa, le vacanze in camper, le serate a ballare con gli amici, la domenica a tifare per l’Udinese. Un vulcano in continua eruzione, cosi è Emilia che partecipa, e spesso vince, unica donna, alle gare del “Camionista dell’anno” organizzate dall’Iveco.

Ore 16.00. Scarichiamo nei pressi di Portogruaro, in una ferriera che è l’ultimo porto di navi in disarmo. La brezza che sa di salsedine spazza le nubi e il fumo della ciminiera. “E’ finita” penso con sollievo. Sulla strada del ritorno gracchia il CB, anzi il “baracco” come è chiamato nel gergo dei camionisti. “Papà Alfa” (il marito di Emilia) chiede notizie. “Ariete” (Emilia) risponde “tutto ok” e domanda di “Charlie” (la figlia) e di “Golia” (il figlio).

Ore 18.00. Finalmente a casa. Emilia fa un salto in ufficio per registrare i documenti , poi si mette in cucina. Sembra una massaia appena tornata dal supermercato, non una camionista che non dorme da 48 ore. E allora scappa la domanda banale: “Come riesce a fare un mestiere cosi faticoso?”. “Se mi fermo m’annoio” risponde mentre butta giù la pasta.

 

 IN  ITALIA  VENTI  CAMIONISTE
Le donne-Tir in Italia sono una ventina.
Rappresentano una realtà variegata, sia per l’età, sia per il tipo di approccio
al mestiere. Ci sono ragazze poco più che ventenni  che hanno lasciato la scrivania dell’ufficio
per il volante e signore che hanno seguito il marito o il figlio camionisti.
Poche le “dipendenti”. Quasi tutte sono “padroncine”, cioè proprietarie dell’automezzo con cui compiono i trasporti. Alcune, dopo anni di lavoro, mettono su aziende proprie. “Per rimanere nel campo bisogna darsi da fare, lavorare bene e sperare che i mezzi non si fermino. I guasti equivalgono a biglietti di banca che volano via” dicono.
Il denominatore comune: risiedono nelle regioni settentrionali, l’Emilia Romagna in testa. Una curiosità: tra loro non si conoscono, e tutte manifestano  il desiderio di incontrare le colleghe, magari al bar di una stazione di servizio.

 

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