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Lorena e i gatti!

Ho trovato questo articolo del mese scorso che racconta la bella storia di Lorena e dei suoi gatti!   Ho conosciuto tante altre colleghe che amano i gatti, ne ho cinque anche io, credo che  li amiamo perchè abbiamo in comune lo spirito d’indipendenza e per il senso di libertà che ci ispirano.

Questo è il link dell’articolo di Lario News:

https://www.larionews.com/bellano/bellano-lory-la-camionista-con-una-colonia-felina-a-casa

E questo è il testo:

Bellano. Lory, la camionista con una colonia felina a casa

4 Agosto 2020 | Bellano

BELLANO – Nell’immaginario comune la professione dell’autotrasportatore, colui che lavora alla guida di un camion, è quasi sempre una figura maschile, anche se ultimamente è in aumento il numero di camioniste donna.

A tal proposito vogliamo farvi conoscere una donna che ha sicuramente anticipato i tempi, scegliendo come sua professione quella di autista di mezzi pesanti, Lorena Della Giovanna.

Classe 1972, residente a Bellano, nella piccola frazione di Pennaso, da 18 anni è alla guida di un camion.

“Sono sempre stata affascinata dal mondo dei camion, è un lavoro che non costringe a stare in un luogo chiuso, sono sempre all’aria aperta, estate e inverno – racconta Lory, come tutti la chiamano – sono stata “accettata” subito dai miei colleghi uomini, non ho trovato difficoltà a riguardo. Esco di casa alle 5,30 del mattino e rientro alle 19, rispettando le 9 ore di guida giornaliere con le dovute pause; attualmente collaboro con una ditta di Malgrate. Durante l’inverno mi occupo dello sgombero neve sulle strade quindi le mie ore di permanenza in casa sono ancora meno… A parte il debito di sonno, visto il giro di spargimento sale antighiaccio di notte, non ho particolari problemi”.

“Quando rientro a casa – aggiunge Lorena – ad attendermi trovo 5 gatti più una colonia felina di dieci elementi nel cortile della mia abitazione, mici che ho provveduto a fare sterilizzare. Inoltre ho adottato due conigli che adoro e che sarebbero finiti in padella se non avessi preso con me”.

I. B.

BUONA STRADA SEMPRE LORY!

Il sogno realizzato di Alessandra

 

Alessandra l’ho conosciuta giusto un anno fa al raduno del Coast to Coast a Giussano. Allora mi raccontò che stava finendo di fare le patenti superiori e il CQC per poter finalmente iniziare una nuova vita. Era entusiasta del suo progetto ed io ero contenta di sapere che presto avrei avuto una nuova collega!

Finalmente un incontro on the road!
E’ stata fortunata, all’inizio dell’anno ha trovato una ditta che le ha dato fiducia e ha cominciato la sua avventura da autista. Da allora ci siamo sentite diverse volte ma non c’è mai stata l’occasione di trovarci anche se magari eravamo a pochi km di distanza. A fare il locale spesso i tempi sono tirati e non si può perdere nemmeno un minuto.
 

Stamattina invece mi ha telefonato dicendomi che l’aveva chiamata un amico comune che ci aveva incrociato tutte e due sulla stessa strada, io ero un paio di km davanti a lei! Cosi appena ho trovato una stazione di servizio col posto per fermarsi l’ho aspettata e abbiamo fatto una breve sosta, giusto il tempo di due fotografie e quattro chiacchiere!

 

Che bello vederla sorridente davanti al suo MAN (l’ha chiamato “Leo”!) , che bello sapere che almeno a qualcuna è data la possibilità di realizzare il sogno di fare la camionista. L’emancipazione, rispetto a 20/30 anni fa c’è stata, ma non ancora del tutto, tante ragazze si sentono ancora dire che questo non è un lavoro da donne e non vengono nemmeno prese in considerazione quando fanno una domanda d’assunzione.

 

Comunque Ale, dopo aver lavorato per anni al chiuso tra quattro mura, ora è entusiasta del suo nuovo mestiere, te ne accorgi parlandoci insieme, si sente finalmente realizzata, ogni giorno è una nuova esperienza, una nuova sfida, è l’occasione di conoscere gente diversa, strade nuove, orizzonti nuovi… il suo sorriso dice tutto: sono sicura che non tornerebbe mai a fare la vita di prima!

Ciao Ale, è stato un piacere incontrarti, buona strada sempre!!!!
 

La storia di Marianna

Vi ricordate di Marianna, la nostra collega premiata col Sabo Rosa nel 2014 come camionista dell’anno?

Ho trovato questo articolo di qualche settimana fa in cui racconta la sua storia, i suoi sogni e le sue soddisfazioni alla guida di un camion.

Questo è il link Di Verona Sette News (pag 14):

https://www.adige.tv/pdf/4970xweb10072020.pdf

E questo è l’articolo, buona strada sempre Marianna!

MARIANNA DAL DEGAN: CAPARBIETÀ E INTRAPRENDENZAALLA GUIDA DI UN BISONTE DELLA STRADA

Da sempre è ritenuto un luogo comune il credere che “certi mestieri siano solo al maschile”, perché li possono svolgere esclusivamente uomini forzuti, abituati ai sacrifici e con un alto spirito di adattabilità. E, ancor di più, questa congettura trova una sua certezza assoluta in alcuni lavori come quello del camionista, almeno fino quando non ci si ritrova ad essere affiancanti da un bisonte
della strada, con alla guida una simpatica e sorridente Marianna Dal Degan, ragazza determinata e testarda, concentratissima a svolgere il suo “mestiere da maschio” con un’infallibile professionalità.
Ma proviamo a conoscerla meglio Marianna, chiedendole di presentarsi ai lettori.
«Sono nata a Soave ed abito a Colognola ai Colli. La mia infanzia è stata molto difficile, portandomi a crescere in fretta. Molte delle sofferenze patite e poi superate sono, col tempo, diventate virtù che oggi mi rendono fiera di me stessa e dei valori che ho saputo costruire, nonostante tutto.
Le difficoltà familiari mi hanno portata a prendere una strada diversa da quella che sognavo da bambina, cominciando a lavorare molto presto, e nonostante tutto ho continuato a studiare
facendo scuole serali, per conseguire il diploma di operatrice agroindustriale.
Poi, un giorno sono andata in un’azienda di trasporti per lavare i loro mezzi e il titolare, notando il mio impegno e la mia tenacia, decise di assumermi. Il continuo contatto con quei veicoli grandissimi mi ha affascinato, facendo crescere in me la curiosità e il desiderio di prendere le patenti C ed E, mettermi alla loro guida e ritrovarmi, tutt’oggi, ancora a guidarli.»
Cosa vuole dire per lei l’essere alla guida di un TIR?
«Autista di un TIR non è solo guidare, ma avere assoluto rispetto ed amore per il proprio automezzo, curandolo e d assicurandogli le giuste attenzioni, oltre che rispettare strada, limiti e codici.»
E a rafforzare questo principio assoluto, sappiamo che ha ricevuto un premio importante, giusto?
«Vero –conferma con orgoglio Marianna- Nel 2014 è arrivata una grande soddisfazione per me: sono stata eletta “camionista dell’anno” dall’azienda Nuti Spa, specializzata nella produzione di ammortizzatori. Il riconoscimento è stato motivato dal fatto che, nonostante svolga un lavoro prettamente maschile, ho saputo mantenere la mia femminilità.»
Complimenti. Ma torniamo alla sua crescita professionale: ci racconti di oggi.
«Dopo una lunga carriera da autista dipendente, 3 anni fa ho dato vita alla mia azienda di trasporti con il desiderio di dare forza ad un mio principio nel quale credo fortemente: “se stiamo sempre fermi non possiamo crescere”. Sono consapevole dei rischi e le difficoltà di questa scelta, perché richiede sacrifici doppi: oltre che da autista anche da amministratore della società, ma ci credo, e credo in me stessa.»
Il lavoro del camionista è stato da sempre definito “maschile”: come lo vive una donna?
«Quando ho iniziato ero una delle poche donne in questo settore, poi col tempo si è sempre più arricchito di volti femminili ed oggi siamo tante. Certamente questo, che è per tutti un “lavoro
maschio”, mi ha permesso di attingere da quella stessa considerazione discriminante e sessista la determinazione e la forza d’animo per non arrendermi mai, forse anche perché amo le sfide.»
Ci racconta delle difficoltà e le soddisfazioni del suo mestiere?
«Lavorando nell’edilizia le difficoltà maggiori sono quelle di ritrovarsi in posti strettissimi nei quali un bilico ha difficoltà a muoversi e fare manovre, ma si trova sempre una soluzione pur di accontentare il cliente, che si trasforma in soddisfazione per te stessa e la tua azienda.»
Quanto ha inciso la pandemia nel mondo dei trasporti privati?
«È stata una prova molto dura da sostenere, e ancora lo è. Purtroppo, noi trasportatori non potevamo fermarci perché avrebbe significato non poter rifornire più i cittadini delle primarie necessità di cui si ha bisogno per il sostentamento quotidiano. Noi siamo una categoria poco tutelata da sempre; si consideri che durante la fase di chiusura totale, autisti come me, che dormono fuori di notte, non avendo possibilità di ristorazione e rifocillamento hanno dovuto sostenere prove davvero difficilissime di adattamento, figurarsi per una donna e le sue necessità igieniche, ancora più impellenti degli uomini, in certi casi. Con rammarico devo ribadire che è stata gestita male l’emergenza, oltre a considerare che sarebbe stato opportuno e più rispettoso riservare qualche ringraziamento
in più anche agli autisti, che non saranno eroi come medici ed infermieri, ma in questi mesi di blocco
totale, hanno permesso di trovare sempre i supermercati pieni di ogni genere alimentare e non.»
Ha proprio ragione Marianna. Sono davvero tanti i mestieri, come quello del trasportatore,
che sembrano appartenere ad una categoria di lavoro meno considerata, nonostante siano stati
fondamentali nel tenere unita l’Italia e permetterci di non essere privati di nulla, è ciò nonostante, non
ci sono medaglie o applausi per ringraziarli.
Giochiamo per un istante e si immagini Ministro dei Trasporti, cosa farebbe per migliorare la categoria?
«La prima cosa che farei sarebbe quella di istituire una tariffa unica di trasporto, che debelli la concorrenza sleale e sottocosto, che crea solo povertà e aumenta il fattore rischio per noi autisti,
sottoposti a massacranti turni di lavoro. Inoltre, stabilirei incentivi per i giovani che vogliono avvicinarsi a questo mondo, abbassando anche i costi delle patenti superiori. Ed, infine, darei più voce agli imprenditori per comprendere problematiche comuni e soluzioni da adottare per l’interesse
della categoria e non solo di pochi singoli.»
Ha le idee ben chiare Marianna, alla quale le chiediamo di svelarci un suo sogno.
«L’ho già realizzato il mio più grande sogno: avere una ditta di trasporti tutta mia, con la speranza di proseguire a lungo questa attività per me e tutti i miei autisti.»
Termina il nostro incontro con Marianna Dal Degan, ragazza intraprendente e determinata, che senza muscoli, ma tanta ostinatezza e impegno è alla guida di un’azienda di successo, che dirige in maniera esemplare, mettendo in pratica il suo migliore motto: «L’unico modo di fare un ottimo lavoro è amare quello che fai.»
Gianfranco Iovino
14 VERONA SETTE CULTURA 10 LUGLIO 2020

Una pioniera dalla Francia: Lilyane “Fantastique”

Un articolo di qualche anno fa che racconta la storia di una delle prime camioniste francesi: Lilyane detta “Fantastique“.  Una pioniera del mestiere che ha dovuto affrontare l’ostilità di alcuni colleghi dell’epoca, ma che non si è mai arresa ed è riuscita a fare il mestiere che sognava! Una grande donna che vincendo i pregiudizi ha aperto la strada alle colleghe arrivate dopo di lei alla guida di un camion.

Questo è il link dell’articolo

https://www.lanouvellerepublique.fr/loir-et-cher/commune/millancay/fantastique-lilyane-slavsky

E questo è il testo:

” Fantastique ” Lilyane Slavsky

Publié le | Mis à jour le

Lorsqu’elle nous ouvre le portail de son jardin, c’est en robe et collier de perles, un âne pendu à ses basques. A « 79 ans, bientôt », Lilyane Slavsky n’a rien perdu de sa superbe, fidèle au mythe « Fantastique », ce surnom hérité de Max Meynier (lire ci-contre) dans les années 70. La Solognote sillonne alors les routes de France au volant de son 35 tonnes.

Une pionnière “ poids lourd ”

Elle est l’une des premières femmes à avoir embrassé la profession de chauffeur routier, hors cadre familial et avec un vrai contrat de travail. Loin de se fondre dans la masse masculine, Lilyane Slavsky affirme sa féminité avec force. La revendique, même, en grimpant sur le marchepied de son semi-remorque en petit tailleur et talons hauts. « De 10 cm, mes talons ordinaires »,précise-t-elle. « J’ai toujours été féminine et je n’ai jamais porté un pantalon de ma vie ».
Comment est-elle devenue Fantastique ? A l’écouter, c’était une évidence. « Déjà toute petite, les camions étaient ma passion, la mécanique, l’odeur de gazole, j’ai toujours aimé ».Fille d’agriculteurs romorantinais, Lilyane Slavsky n’attendra d’ailleurs pas bien longtemps pour conduire son premier camion. En 1957, « j’avais rencontré un chauffeur qui m’emmenait à Paris pour voir une amie. C’est là que j’ai appris à conduire »,retrace-t-elle.
Sa carrière démarre dans un bureau de l’armée de terre, mais dès que l’occasion se présente, elle accompagne son mari, routier évidemment. « C’est moi qui conduisais le camion la nuit, mais ça le patron ne le savait pas », glisse, malicieuse, celle qui passera finalement son permis poids lourd en 1964. Son premier contrat tombe finalement en 1974, chez Onatra à Roissy. Au volant de sa citerne de gaz comprimé, elle approvisionne les centrales nucléaires, abattoirs et hôpitaux du territoire. Pendant ces 10 années, Fantastique se forge un nom, ou plutôt le surnom qui ne la quittera plus jamais. « Personne ne connaissait mon vrai nom », assure d’ailleurs Lilyane Slavsky. « Ma notoriété a commencé à monter ».

“ Les femmes, ça m’emmerde… ”

A elle la liberté, l’indépendance, l’autonomie. Mais aussi les premières déconvenues. Si certains chauffeurs précurseurs lui lancent des « une femme comme toi qui conduit des camions je trouve ça fantastique ! », la misogynie n’est jamais bien loin. « On m’a fait beaucoup de misères à l’intérieur de l’entreprise, mais je n’ai rien dit et ça a fini par passer »,confie-t-elle près de quarante ans plus tard. Les actes ont parfois dépassé les paroles : « On m’a envoyé deux fois au fossé, débranché mes tuyaux de gazole, inversé les flexibles de freins, volé mes batteries », égrène-t-elle, certainement renforcée dans sa volonté inébranlable de s’imposer dans le métier. Lorsqu’elle se présente pour trouver un emploi chez le Breton STG, la réponse est des plus directes. « Les femmes ça m’emmerde, mais je prends le risque »,s’entend-elle dire. Lilyane Slavsky y restera 7 ans. « On était 600 chauffeurs, j’étais la seule femme »,replante-t-elle le contexte de l’époque.
Lorsque son père tombe malade, en 1990, Fantastique décide de tout quitter pour revenir au pays, s’occuper de ses parents en fin de vie. Ses rêves de longs trajets, restent alors bien enfermés, jusqu’à ce que Philippe Janvier, transporteur à Vernou-en-Sologne, ne lui demande de reprendre du service pour assurer des transports saisonniers vers l’Allemagne. Ce qu’elle fera jusqu’à 70 ans. L’heure de couper le moteur, d’oublier l’odeur de gazole, les arrêts en bord de route, les manœuvres périlleuses. En partie, car Lilyane n’a jamais oublié Fantastique : « Toutes les nuits je rêve que je suis en camion, que je suis sur la route ».

Laurence Texier

La storia di Elia

Un’altra storia di una donna camionista, la storia di Elia, camionista per 25 anni, una sfida dopo l’altra. Una bella storia!

Questo è il link dell’articolo dal sito storiecomuni.it:

https://www.storiecomuni.it/la-donna-camionista-storia-della-coraggiosa-elia/

E questa la sua bella storia:

Elia per 25 anni svolge un lavoro inusuale per una donna. Per caso e per passione, la sua è la storia di una donna camionista che con coraggio supera brillantemente una grande sfida.

I sogni di Elia

Alta 150 cm con un peso di 46 kg, il suo sogno fin da piccola è sempre stato guidare un camion, essere una donna camionista, almeno una volta nella vita. Nonostante i tanti amici proprietari di un camion, nessuno le dà fiducia e le permette di realizzare il suo desiderio. Tutti deridono alla sua richiesta perchè è donna, inoltre è troppo leggera e troppo fragile per poter gestire l’immenso e pesante, per lei, volante del camion.

Elia, con le sue origini contadine, finisce le scuole dell’obbligo e intanto lavora a domicilio incollando suole di scarpe per mettere da parte i soldi per gli studi. Ma il suo papà non vuole, pensa che non può farcela alle superiori, le “scuole alte”, coontinuando anche a lavorare. Poco prima di compiere 18 anni si iscrive alla scuola guida in un paese vicino ad Arcevia, posto in cui abita da ragazza. Al compimento dei 18 anni supera l’esame di teoria e la guida pratica e ottiene  la desiderata patente B per guidare l’auto ed essere indipendente: quello che le fa battere il cuore è guidare, guidare, qualsiasi cosa.

Elia incontra l’amore

Con la maturità inizia un periodo molto bello per Elia: ha la patente ed è innamorata di un ragazzo speciale che, come dice lei “le parla direttamente al cuore”. Lui ha il diploma di liceo classico e conosce il latino, il greco e soprattutto la filosofia. Elia si sente un po’ più istruita ad ascoltarlo parlare di Aristotele, Platone e Socrate. Questo ragazzo diventa il marito di Elia, il padre dei suoi figli ma anche quello che le suggerisce la soluzione per realizzare il suo sogno: prendere la patente C!

Riuscirà Elia a realizzazione il suo sogno?

Sì, Elia è una donna che non molla e si iscrive nuovamente a scuola guida. Pensa che per prendere la patente devono necessariamente farle guidare un camion. Supera un difficile esame teorico e finalmente, eccola, con le gambe tremanti, gli occhi lucidi, le spalle strette per un po’ di paura, sale su un camion e questa volta, per la prima volta, non sul sedile del passeggero ma in cabina di regia: inizia così la sua prima lezione di guida da camionista.

Giorno dopo giorno, lezione dopo lezione, la sua patente di arricchisce della lettera C. Ha superato l’esame con i complimenti dell’esaminatore per aver guidato in modo eccellente un vecchio camion con il doppio cambio non sincronizzato e diventa così una donna camionista.

La passione di Elia diventa un’opportunità di lavoro

Intanto Elia sente il bisogno di cambiare lavoro di operaia calzaturificia. Avrebbe voluto lavorare in campagna con il padre, perchè la natura è un’altra delle sue passione, ma il padre non glielo permette. È una donna e in quel contesto decidono gli uomini. Vive momenti difficili, ansie, paure, incertezza. Cerca altri lavori, colloqui, presentazioni, strette di mano, ma i tempi sono difficili e nulla si concretizza in opportunità di lavorare.

Chiede ad amici, a parenti, a conoscenti, al panettiere e all’edicolante sotto casa. Cerca cerca. Un giorno il marito di Elia viene a sapere che nella sua azienda hanno bisogno di un camionista, sì al maschile, perché nell’immaginario collettivo la figura della donna camionista non esiste, né per passione né per caso.

Elia si divide tra la famiglia e il lavoro di camionista

Ma Elia le ha entrambe e decide di provarci. In una calda e afosa mattina di luglio si presenta al suo nuovo lavoro, il suo primo viaggio per un carico di grano, con in tasca un pezzo di carta rosa, con su la lettera C. Il suo nuovo datore di lavoro alla vista di Elia strabuzza gli occhi, non ci crede. Pensava che fosse un uomo, Elìa. L’accento l’ha tratto in inganno. Ma Elia lo convince, guida il camion al meglio che una persona può fare, è sveglia, simpatica e ha passione per questo lavoro. Diventa “Elia la donna camionista”.  Così si licenzia dall’azienda e inizia la carriera di camionista.

Dopo poco nasce il suo primo figlio e 13 mesi dopo la sua seconda bambina. Concilia così il lavoro di camionista con l’essere mamma. Difficile ma ci riesce.

Un regalo insolito di san Valentino

Solitamente per il giorno di San Valentino il marito le regala un mazzo di fiori accompagnato da una poesia. Quell’anno arriva alla sua porta un regalo insolito: un autotreno, cioè un camion con rimorchio. Lei ha 23 anni e il camion è più vecchio di lei di 3 anni, la guida a destra e un enorme volante color avorio. Per guidarlo occorre però la patente E, e quindi la nostra Elia si riscrive per la terza volta a una scuola guida e la prende. Ricorda le parole dell’esaminatore: “che cosa mi tocca fare oggi, dare la patente per il rimorchio a una donna”. Da qui comincia la storia di Elia la camionista “padroncina” del suo camion.

Il lavoro di donna camionista come via di fuga

Per Elia quel lavoro da camionista è anche una via di fuga. Vive con il marito e i figli, vicino a genitori e suoceri. La vita privata della giovane coppia è minacciata dall’invadenza dei genitori intorno. Elia capisce che rischia di litigare col marito e rovinare quella che è una bellissima storia d’amore. Capisce anche che negli anni ‘80 avere un marito che si fida a mandarla in giro in mezzo a camionisti è una gran fortuna ma anche una possibilità di mantenere saldo il loro rapporto di fiducia. Svolge questo lavoro per diversi anni. In un ambiente non proprio facile. Deve imparare a difendersi ma soprattutto a farsi accettare e riconoscere. E questo impara a farlo. In fondo è una donna camionista per caso ma anche per passione, non ha alcuna intenzione di mollare.

La parola camionista declinata al femminile

Adotta una strategia: rimanere concentrata su se stessa, non perdere fiducia in quello che è e che fa e, soprattutto, ricordarsi di essere una donna, oltre che camionista. Elia racconta: “nei primi mesi da autotrenista incontro una camionista che va addirittura all’estero, nella ex Jugoslavia. Io l’ho incontrata a Ravenna e mi ha dato subito dei consigli che per me sono diventati un Vangelo, tra cui uno: ricordati sempre che sei una donna! Vero. Ho rischiato di dimenticarlo. Una volta vedo un’altra camionista piccola come me nel piazzale di carico e d’istinto dico ai miei colleghi:  “guardate c’è una donna su quel camion!” Ricordo ancora la gran risata e la risposta: “noi la vediamo tutti i giorni!!”

La “farfalla di Ancona”

Il camion di Elia è indicato come “il camion senza autista”, perchè è così piccina che quando lo guida non la si vede. Nel gergo dei camionisti lei è chiamata la “farfalla di Ancona” perchè è l’animale più leggero dell’aria in contrapposizione al camion che è un mezzo pesante.

La nostra Elia, ricca di passione, riesce così a capovolgere la semantica della parola camionista: può essere declinata al femminile perchè può essere un lavoro svolto da una donna, una donna leggera e comune, ma anche tanto straordinaria.

di Emiliana Renella

 

Una storia a lieto fine!

Su “Uomini e trasporti” il continuo della storia di Laura, per fortuna con un lieto fine!!!

Ecco il link:

https://www.uominietrasporti.it/arriva-il-lieto-fine-per-laura-mihaes-dopo-la-delusione-arriva-la-rivincita-tramite-un-nuovo-lavoro-da-autista/

Ed ecco l’articolo di Gabriele Bolognini:

“Ricordate la storia di Laura Mihaes, quella che aveva come protagonista la giovane camionista romena costretta a licenziarsi per l’assurda rinegoziazione del contratto, con proposta di portare la paga a 7 euro l’ora, e a sopportare il bullismo dei propri colleghi?

Ebbene Laura, con forza di volontà e coraggio, non si è lasciata abbattere e finalmente, grazie alla segnalazione di un collega, ha trovato un nuovo datore di lavoro: «Ora, non solo vengo pagata il giusto – dice Laura – ma lavoro in un ambiente più sereno. Anche se sono l’unica donna autista in azienda e con poca esperienza (Laura, lo ricordiamo, guida il camion da nemmeno un anno – ndr), i nuovi colleghi si sono dimostrati molto gentili e comprensivi».

Ma non è soltanto l’ambiente a convincere Laura, ma anche il tipo di lavoro e il veicolo con cui lo svolge. «Mi hanno affidato un bel camion, un Iveco Stralis XP. Faccio la media linea e trasporto prodotti ortofrutticoli da Roma alla Unilog di Bologna con un bilico. Lavoro cinque giorni alla settimana e mi capita anche di dormire fuori tre o quattro notti, ma per me questo non rappresenta un problema: l’”hotel Stralis” è abbastanza comodo. Qualche volta partiamo da Roma in tandem con un collega, una persona molto garbata e cordiale. Anche il personale della Unilog è molto gentile con me. Mi aiutano soprattutto con la compilazione delle bolle di consegna, che sono ancora un mio punto debole. Inoltre, non mi devo preoccupare del carico o dello scarico del camion perché se ne occupano sempre loro, sia a Bologna che a Roma. Io, in pratica devo solo guidare».

Insomma, la storia di Laura sembra aver preso una giusta piega. L’augurio è che il mondo a cui si affaccia con tanto entusiasmo la ripaghi in modo soddisfacente per la caparbietà e la passione messe in campo. Auspicio che vale non solo per lei, ma per tutte quelle ragazze che avranno voglia e interesse ad affacciarsi al mondo del trasporto. Che lo possano fare ad armi pari e, magari, contribuendo a rendere questo settore più confacente alle esigenze di tutti. Degli uomini e delle donne. Perché i diritti e la dignità non sono prerogative di genere, ma punti fermi da “caricare” sempre con sé.”

 

Auguri Agata!!!

E’ passato tanto tempo da quando ho conosciuto Agata. E’ stato al GP truck di Misano Adriatico nel 2001, allora lei era poco più che una ragazzina, minuta ma con una grinta da vera combattente, voleva realizzare il suo sogno di fare la camionista e ci stava riuscendo. Ai tempi guidava uno Scania motrice, ci siamo incontrate di nuovo un giorno di luglio  a Dalmine, questa è una delle foto ricordo più belle che ho.

Da allora sono passati tanti anni e tanti chilometri sotto le ruote dei nostri camion… tante cose sono cambiate, la vita va avanti, ma il camion dal cuore non ce lo toglierà mai nessuno.

Auguri Agata,  eri CB “Bimba” quando ti ho conosciuta, poi sei cresciuta, ti sei sposata (col camion!) hai girato tutta l’Europa col bilico, hai avuto tre splendidi bambini e anche tanti riconoscimenti alla tua “carriera” di lady truck driver, da quando ti intervistavano perchè eri la camionista più giovane d’Italia al Sabo Rosa, hai partecipato a tante iniziative del nostro gruppo, sei sempre stata una di noi!

Il mio regalo per te oggi sono queste fotografie – in ordine sparso – degli anni passati, quando ci si trovava ai raduni in compagnia di amici e colleghe, per ricordare i giorni felici e per risvegliare, spero, dei bei ricordi!

(Visto – luglio 2003)

Un abbraccio “Bimba” e buon compleanno!

Il “Sabo Rosa” 2020 a Stefania!

Il “Sabo Rosa” edizione 2020, premio istituito dalla Roberto Nuti Group in occasione della ricorrenza dell’8 di marzo, quest’anno è stato assegnato alla collega camionista Stefania Bartolini da Imola a cui vanno tutti i nostri complimenti e l’augurio di buona strada sempre!

Qui il link dell’articolo dal sito ufficiale della Roberto Nuti Group:

https://www.sabo.it/sabo-rosa-la-camionista-dellanno-2020-e-stefania-bartolini/

E qui il testo dell’articolo:

Sabo Rosa, la Camionista dell’Anno 2020 è Stefania Bartolini

Si chiama Stefania Bartolini, e vive a Imola in provincia di Bologna, la vincitrice dell’undicesima edizione del premio Sabo Rosa, dedicato, nella ricorrenza dell’Otto Marzo, alle donne che lavorano nella filiera del trasporto pesante: dalla guida alla logistica, passando per le officine e i ricambisti.

A scegliere la vincitrice, sulla base delle candidature pervenute attraverso il Web, e in seguito a una votazione online, è stata una giuria composta dalle dipendenti del nostro Gruppo. Alla consegna del premio, avvenuto nella nostra sede centrale a Castel Guelfo di Bologna, erano presenti le numerose dipendenti, assieme a Elisabetta Nuti, direttore finanziario del Gruppo e presidente della giuria.

“Quest’anno il voto online e la giuria hanno concordato nell’assegnare il Sabo Rosa a Stefania Bartolini per celebrare una carriera che nasce dalla passione e cresce con il riconoscimento di un lavoro ben fatto – ha sottolineato Elisabetta Nuti -. Grazie all’undicesima edizione del Sabo Rosa abbiamo conosciuto una donna tenace ed energica che, fin da giovanissima, ha seguito le parole del padre che sempre le ha consigliato di ascoltare il cuore. Stefania Bartolini è un esempio da seguire in un mondo, quello del trasporto merci, che deve ancora percorrere molta strada verso la parità di genere”.

Stefania Bartolini guida il suo camion nell’azienda di famiglia, che ha aperto assieme al marito, e che si occupa di trasporti per i comparti agricolo e delle ceramiche. Una carriera, quella della “Camionista dell’anno 2020”, iniziata in giovane età e che l’ha vista crescere con forza di volontà e tenacia. “Ho cominciato a guidare i camion a 19 anni – racconta Stefania Bartolini -, quando chiesi di poter provare a trasportare la frutta per il magazzino in cui lavoravo già da un paio d’anni come carrellista. Presa la patente C e salita sul camion non sono più scesa – scherza Bartolini -. Per me è davvero una grande passione. Quando sono al volante del mio camion mi sento bene. È un lavoro che mi fa sentire libera e forte”.

Una passione nata quasi in famiglia, con il padre ruspista e un cugino, Andrea Bartolini, appassionato di moto tanto da diventare campione del mondo di motocross. “Per me, oggi, essere rispettata come camionista, da tutti i colleghi e dalle persone che frequento per lavoro, è un grande traguardo e una grande soddisfazione – spiega Stefania Bartolini -. Abitando in una piccola frazione nella campagna imolese, l’idea che mi piacesse guidare i camion e che volessi intraprendere quella carriera, non era visto di buon grado e molti mi prendevano in giro per questo mio sogno. Mio padre Mario, invece, mi ha sempre detto di fare quello che mi piaceva e di seguire il mio cuore e di non ascoltare le chiacchiere”.

Dopo aver lavorato a lungo nell’azienda ortofrutticola dei Fratelli Cenni, per i quali trasportava la frutta dal mercato di Bologna ai magazzini, caricando e scaricando le casse da sola, Stefania Bartolini decide di prendere la patente E e di acquistare un camion scarrabile (il cui cassone può essere scaricato completamente dalla motrice o dal rimorchio che lo trasporta, ndr) e di mettersi in proprio. “Con mio marito, Fabio Borellini, abbiamo deciso di aprire una nostra impresa – continua la Sabo Rosa 2020 -, e oggi trasporto merci per aziende agricole, ceramiche e manifatturiere, muovendomi fra le provincie di Piacenza e Ravenna. I primi tempi di guida del bilico avevo un po’ paura di essere giudicata, dai colleghi”.

Stefania Bartolini oggi è una donna che ha realizzato il suo sogno in un mondo, quello del trasporto pesante, da sempre appannaggio degli uomini. “Quando arrivavo nelle aziende, per il carico e scarico, temevo di fare qualche errore – racconta Stefania Bartolini -. Invece mi sono sempre trovata bene, sia nelle manovre sia nei rapporti umani, e gli uomini con cui lavoro mi hanno sempre stimata È una questione di come ci si pone nei confronti delle persone – prosegue Bartolini -. Vedere che i colleghi che incrocio per strada hanno stima di me mi fa sentire bene e mi fa crescere ogni giorno di più, facendomi prendere sicurezza. Sul lavoro ho sempre fatto da sola perché la mia scuola di vita è questa. Però sono felice quando i colleghi mi danno una mano, o si offrono di aiutarmi, se mi vedono in difficoltà. So che non lo fanno perché sono una donna ma perché faccio parte di un gruppo e in gruppo ci si dà una mano”.

Questa tenacia e forza di volontà l’hanno portata, oggi, a ricevere l’ambito Sabo Rosa, lo speciale ammortizzatore in edizione limitatissima poiché creato appositamente una volta all’anno, che celebra ogni anno l’impegno delle donne che lavorano nel trasporto pesante. “Per me è una soddisfazione grandissima – commenta Stefania Bartolini -, che viene dal fatto che mi è stato riconosciuto il grande impegno che metto nel lavoro. È una vita che faccio questo mestiere, difficile e bellissimo, e finalmente mi posso togliere qualche sassolino dalle scarpe nei confronti di quelli che mi guardavano con aria di sufficienza o perplessità quando dicevo che avrei fatto la camionista. Per questo ringrazio mio padre, che mi ha sempre sostenuto, e Alessandra Lucaroni, la precedente vincitrice del Sabo Rosa, che mi ha convinta a partecipare, consapevole dell’amore che metto in questo lavoro”.