Crea sito

Posts Tagged "pink road"

La storia di Sara dalla Sardegna

Un altro articolo che racconta la storia di una collega tratto dalla pagina di “Uomini e Trasporti” a firma di Elisa Bianchi.

E’ la storia di Sara, una delle poche camioniste che viaggiano in Sardegna ma che con orgoglio percorre le strade della sua bella isola!

Buona strada Sara!

Questo è il link dell’articolo:

https://www.uominietrasporti.it/uet-blog/anche-io-volevo-il-camion/sara-cenedese-una-delle-pochissime-autotrasportatrici-sarde-ragazze-non-abbiate-paura-di-guidare-un-camion/

E questo è il testo:

” Sara Cenedese, una delle pochissime autotrasportatrici sarde: «Ragazze, non abbiate paura di guidare un camion»

Prima la passione per l’insegnamento, poi il sogno di entrare nell’esercito, infine la decisione di portare avanti l’azienda di famiglia. Lei è Sara Cenedese, ad oggi tra le pochissime donne autotrasportatrici presenti in Sardegna che dal 2008 affianca il papà alla guida (oltre che del suo camion) anche della Cenedese Sergio Pietro Autotrasporti

Sara nasce nel 1979 a Terralba, in provincia di Oristano, ma prima di intraprendere la strada dell’autotrasporto nell’azienda di famiglia, fondata a metà degli anni 50 dal nonno paterno, e trovarsi alla guida del suo camion frigo giallo paglierino – un Mercedes-Benz Actros di cui va molto fiera e con cui trasporta latte e latticini – di strade ne ha provate altre: «Avevo le idee un po’ confuse da piccola, prima volevo fare la maestra d’asilo, poi ho provato ad entrare nell’esercito e nella polizia».

Cosa ti ha fatto cambiare idea?

In realtà quella di prendere le redini dell’azienda di famiglia è un’idea che mi ha sempre stuzzicato, anche se papà non ha mai fatto pressione su me o i miei fratelli. Terminati gli studi superiori sono andata due volte a chiedere informazioni a scuola guida prima di prendere la decisione di iscrivermi. Ci ho voluto riflettere con calma, anche se la passione per la guida non mi è mai mancata. Una volta presa la decisione, però, non mi sono più fermata: nel giro di un anno ho conseguito tutte le patenti necessarie, grazie anche all’incoraggiamento di mio nonno materno che mi ha sempre spronata.

E così hai iniziato a lavorare con tuo papà…

Sì, inizialmente gli davo una mano part-time, lo accompagnavo nei viaggi più lunghi e guidavo al ritorno. Per i primi due anni ho lavorato anche a chiamata con una compagnia privata di pullman: accompagnavo i ragazzi a scuola e per un certo periodo ho guidato un pulmino per un ragazzo disabile. Nel 2015 ho deciso di dedicarmi totalmente all’azienda di famiglia, di cui oggi gestisco anche la parte amministrativa, coadiuvando papà che non poteva più continuare a fare tutto da solo. Ci siamo dati il cambio, oggi è lui ad accompagnare me quando può, ma anche mia mamma spesso mi segue nei viaggi più brevi. Ci ha sempre dato una mano in azienda e le sarebbe piaciuto poter guidare anche lei un camion.

Come è stato passare dal pulmino della scuola a un camion frigo? Un bel cambiamento…

All’inizio non è stato facile. In Sardegna ci sono parecchie strade strette e io mi irrigidivo. Ho dovuto fare molta pratica, ma grazie all’aiuto e agli insegnamenti di mio padre oggi so come affrontarle. Ricordo una mattina di qualche anno fa, il camion mi dava problemi, il rallentatore si surriscaldava e me la sono cavata da sola, scalando le marce a mano. Sono soddisfazioni quando riesci ad affrontare un problema. Ormai non mi ferma più niente o nessuno e quando serve guido anche l’ambulanza. Sono una volontaria della Croce Rossa, per cui a volte mi capita di dover guidare anche quella. Eppure, per un certo periodo, ho avuto paura delle auto.

Hai guidato praticamente ogni mezzo, perché proprio l’auto?

Nel 2013 ho avuto un brutto incidente, qualche giorno prima di Natale. Ero uscita dal corso della Croce Rossa e mi stavo dirigendo verso quello per il CQC quando mi hanno tagliato la strada. Ho distrutto la macchina. Sono stata fortunata, però, perché proprio quella mattina avevo deciso di prendere in prestito l’auto di mio padre, più grande e robusta, invece che la mia. Non posso fare a meno di pensare che se non avessi fatto quella scelta inconsapevole sarebbe andata diversamente. È stato un incidente importante e che mi ha scossa parecchio. Quando sono tornata a guidare mi tremavano le gambe, avevo paura.

Come l’hai superata?

Sono molto testarda, mi sono detta «Sara, tu lavori guidando, non puoi permetterti di avere paura, devi vincere tu». Così ho fatto. Oggi la paura è scomparsa. In realtà, per fortuna, alla guida del mio camion mi sono sempre sentita sicura e a mio agio, non mi sono mai tremate le gambe. Se ho difficoltà cerco di battere la paura sul tempo, non bisogna lasciarsi intimorire, ma reagire. Diciamo che è la mia personale ricetta contro la paura, la stessa che mi sento di suggerire quando mi chiedono se non ho timore a guidare un camion.

È una domanda frequente? 

In Sardegna siamo pochissime donne a fare questo mestiere. Quando ho iniziato eravamo un paio, non di più, e la gente ancora si sorprende quando mi vede alla guida del mio camion giallo, che peraltro non passa per nulla inosservato. Capita spesso quindi che qualcuno mi guardi con stupore o mi dica che non ha mai visto una donna alla guida di un mezzo del genere, io sorrido e rispondo che c’è sempre una prima volta. Molte donne si congratulano con me, mi dicono che se potessero tornare indietro lo farebbero anche loro. Mi fa piacere sentirmelo dire, vuol dire che stiamo abbattendo dei muri. Da queste parti guidare è una necessità: se non hai la macchina diventa difficile spostarsi o essere indipendente, per cui dico: «Ragazze, non abbiate paura: se potete guidare una macchina, potete guidare anche un camion!».

Che altre passioni hai oltre alla guida? 

Nel tempo libero sono una ballerina di balli caraibici, anche se ora sono ferma per via del Covid. Qui la pandemia ci ha dato parecchi problemi anche sul lavoro: non essendoci autostrade non avevamo modo di fermarci in aree di ristoro. I bar lungo le strade erano chiusi e nei punti di scarico non si poteva andare in bagno. Sono stati mesi difficili, penso che questo aspetto sia stato sottovalutato. Mi sono arrangiata cercando di bere il meno possibile così da non dover avere questa esigenza, ma non è giusto. La mia salvezza erano i viaggi ad Olbia, dove potevo usufruire dei servizi della stazione marittima, ma significava comunque fare oltre 200 chilometri senza trovare un bar aperto. Sicuramente è stata una difficoltà per tutti, ma per noi donne, anche se siamo poche, lo è stata molto maggiore.

Cosa ti aspetti dal futuro? 

Ho due obiettivi: tenere in piedi l’azienda di famiglia e continuare a guidare. La passione c’è ed è tanta, alla fine anche se ho tergiversato prima di prendere questa strada sento di aver fatto la scelta giusta. Oggi sono felice, ma non è sempre facile e qualche tutela in più non guasterebbe. Sicuramente così facendo si invoglierebbero anche più donne a intraprendere questa professione. Sarebbe un’altra bella sfida per il futuro.

 

Read More →

La storia di Debora

 

Debora è una delle prime ragazze a far parte del nostro gruppo, ha partecipato spesso alle nostre iniziative, è davvero una veterana tra le camioniste italiane e Elisa Bianchi di  “Uomini e Trasporti” le ha dedicato questo bell’articolo in cui ci racconta la sua lunga storia d’amore con i camion, una passione cresciuta con lei, un sogno realizzato!

Buona strada sempre Debora!

Questo è il link dell’articolo:

https://www.uominietrasporti.it/debora-facchetti-una-veterana-del-trasporto-ho-girato-leuropa-inseguendo-una-passione/

E questa è l’intervista:

Debora Facchetti, una veterana del trasporto: «Ho girato l’Europa inseguendo una passione»

Alla guida da oltre trent’anni, Debora ha attraversato le strade di tutta Europa trasportando con il suo camion frigo frutta e verdura. Erano gli anni 90 quando decise di inseguire la sua passione con  dedizione, nonostante le difficoltà e una brutta rapina che nel 2009 l’ha portata a essere sequestrata nella sua cabina per cinque ore

Debora Facchetti, classe 1971, è originaria di Grassobbio, in provincia di Bergamo, dove oggi è tornata a lavorare dopo aver girato l’Europa a bordo del suo bilico. Oggi è una veterana dell’autotrasporto, un’icona per le nuove leve, e ha molto da raccontarci sulla sua vita trascorsa a bordo dei mezzi pesanti.  Fin da piccola ha sempre avuto le idee chiare: il suo sogno “da grande” era guidare un camion. Un sogno nato tra i tavoli della trattoria di famiglia frequentata dai molti camionisti che guardava con ammirazione e invidia. Osservava i loro camion e sapeva che un giorno, anche lei, ne avrebbe avuto uno.

Determinata e spigliata, quando si tratta di aprire l’album dei ricordi Debora si fa più timida: «Per me l’autotrasporto è tutta la mia vita, raccontare del mio lavoro è come raccontare me stessa».

Partiamo dagli esordi, come hai iniziato? 

 

Sono cresciuta in mezzo ai camionisti che frequentavano la trattoria di famiglia, li ho sempre ammirati per il loro lavoro. Quando ho spiegato ai miei genitori che volevo diventare anche io un’autotrasportatrice penso che mamma abbia segretamente esultato. Abbiamo pochi anni di differenza per cui ci capiamo molto bene, in più da giovane anche lei avrebbe voluto guidare un camion, ma la vita l’ha portata a fare altro. In qualche modo con il mio lavoro ho realizzato anche il suo sogno nel cassetto. Appena compiuti i 18 anni ho preso la patente e l’anno successivo, era il 1990, ho iniziato a lavorare con DHL Aviation all’aeroporto di Orio al Serio. Inizialmente era un lavoro part-time: di giorno davo una mano ai miei genitori in trattoria e la sera, per 4 ore, guidavo i furgoni. Anni difficili, ma bellissimi.

Quando hai iniziato a dedicarti totalmente a questo mestiere?

Qualche anno dopo, nel ’98, ho cambiato società e mi sono messa alla guida di un bilico con cui ho iniziato a fare tratte soprattutto all’estero. Ho lavorato anche in Sicilia e a Napoli, ma ho sempre fatto tratte lunghe: Spagna, Portogallo, Svezia, Svizzera, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca. Non ricordo neanche tutti i paesi in cui ho guidato, ma è grazie a questi viaggi che mi si è aperto un mondo: in Italia, agli inizi, erano poche le donne che facevano questo lavoro, circa una ventina (me compresa) e nella mia azienda ero l’unica. In giro per l’Europa, invece, di donne ce ne erano eccome, soprattutto tedesche, olandesi e francesi. All’estero fare la camionista era un lavoro come un altro, in Italia invece sono sempre stata guardata con un misto di ammirazione e diffidenza. Le persone si complimentavano con me per quello che facevo, ma c’era sempre il dubbio che non fossi in grado di farlo bene come lo avrebbe fatto un uomo.

Oggi è ancora così?

Sono cambiate tante cose. Oggi ci sono molte più donne in questo settore e con gli anni, con il lavoro e con l’impegno abbiamo saputo dimostrare che siamo perfettamente qualificate per fare questo mestiere. C’è molto rispetto tra i colleghi, ognuno di noi fa cose diverse e in modo diverso e se lo facciamo bene o male non dipende certo dal nostro genere. Quando si decide di intraprendere questa strada bisogna essere consapevoli che non è facile, ci sono barriere all’ingresso, ma l’essere donna non deve essere una di queste: io e le mie colleghe ne siamo la dimostrazione.

E con i colleghi all’estero i rapporti com’erano?

Ho sempre amato viaggiare all’estero, ho girato l’Europa per 22 anni e ad oggi è la cosa che mi manca di più del mio lavoro. Conoscevo poco le colleghe straniere, ma mi sono sempre trovata benissimo a lavorare con tutti. Spagna e Olanda, in particolare, erano le mie tratte preferite: lì la gente è calorosa e accogliente, mi hanno sempre fatto sentire come a casa, anche perché capitava che non rientrassi per 40/45 giorni consecutivi.

Quando stavi via così a lungo dove dormivi?

All’estero non è mai stato un problema passare tante notti fuori. Ci sono aree di servizio attrezzate con bagni per uomini e donne, docce, spogliatoi, lavatrici e asciugatrici, soprattutto in Germania e in Francia. Devo essere sincera: non posso dire di non avere mai paura. Soprattutto dopo la rapina che ho subìto. È successo nel 2009, ero a Cassino. Stavo dormendo quando due uomini mi hanno assalita in cabina bloccandomi. La loro prima reazione quando si sono accorti che ero una donna è stata di sorpresa, ricordo che addirittura si scusarono, ma mi dissero che dovevano fare il loro lavoro. Mi hanno tenuta sequestrata in cabina per cinque ore, mentre uno rubava il carico e l’altro mi controllava. Sono state ore terribili, anche se io reagii con più calma di quanto anche loro non si aspettassero. Mi misi addirittura a chiacchierare con l’uomo con me in cabina: era una situazione surreale, ma a distanza di diversi anni penso di essere stata fortunata e che in fondo mi sia andata bene. La paura è stata tanta e ancora oggi non nego di averne, sono cose che ti segnano. Nonostante questo episodio ho continuato a fare il mio lavoro con passione e con la consapevolezza che anche le situazioni più difficili si possono superare. Mi è capitato altre volte di subire tentativi di furto, fortunatamente non andati a buon fine, ma ho imparato a gestire certe situazioni: mi tutelo, chiamo subito qualcuno e aspetto in cabina. La paura non deve essere un limite, il mio lavoro è bellissimo e non permetto a niente o nessuno di rovinarmelo.

Oggi dormi ancora fuori con il camion? 

Sì, lavoro principalmente nel Nord Italia. Parto da Bergamo la domenica e rientro il venerdì sera facendo varie tappe tra Tortona, Alessandria, Milano e Brescia. Non è mai stato un problema per me stare fuori casa, l’autotrasporto era ed è ancora la mia unica e più grande passione. Motivo per cui non ho mai pensato a una famiglia: non è mi è capitato di trovare la persona giusta e quindi mi sono dedicata al mio lavoro. Non me ne pento, è una scelta che rifarei altre cento volte: io sono felice.

Cosa ti aspetti dal futuro? 

Non vedo l’ora tornare a viaggiare in Europa, mi piacciono le tratte lunghe, hai molto tempo per stare con te stessa e pensare. Uno dei ricordi più belli che conservo risale al 1999: eravamo sei camion e dovevamo andare in Inghilterra. Siamo rimasti bloccati a bordo della nave per diciotto ore. Un viaggio interminabile ma in cui abbiamo fatto squadra e ci siamo sostenuti a vicenda. Ecco, è questo il bello di questo mestiere, secondo me: un lavoro solitario, dove si impara a fare i conti con sé stessi, ma in cui quando ho avuto bisogno di una mano c’è sempre stato qualcuno disposto ad aiutarmi.

Read More →

La storia di Simona

 

Un’altra camionista, un’altra bella storia, sempre dalla pagina di “Uomini  e trasporti“, un articolo di Elisa Bianchi che racconta  la storia di Simona che trasporta bestiame in Trentino Alto Adige.

 

https://www.uominietrasporti.it/simona-maresca-guido-camion-per-passione-dove-non-arriva-la-forza-arriva-la-testa/

 

Simona Maresca: «Guido camion per passione. Dove non arriva la forza, arriva la testa»

Non è questione di essere uomini o donne: ciò che serve per mettersi al volante di un veicolo pesante è la passione. La vicenda di Simona lo dimostra: nata in Liguria da papà camionista, ambirebbe a seguirne le orme. Lui non vuole e lei mette da parte il suo desiderio. Lo farà riaffiorare qualche anno dopo, quando decide di seguire il suo attuale compagno per gestire insieme un’azienda attiva nel trasporto animali vivi

«Tu guidi quel coso lì? Ma non hai paura?». «Questa è la domanda che mi fanno più spesso, ma ho la risposta pronta: Perché dovrei, anche se sono una donna non ho forse due mani sane anche io?».
Lei è Simona Maresca, nome in codice «la tremenda», o almeno così l’hanno soprannominata i suoi colleghi e a lei non dispiace affatto. Anzi, ci spiega che è più che azzeccato: «Non ho peli sulla lingua, sono molto schietta ed estroversa».
Simona ha 38 anni, è ligure ma vive e lavora in Trentino-Alto Adige con il compagno, dove gestiscono la loro azienda di trasporto, la Viehtrans Gasser. È mamma di un bimbo di 10 anni e da quattro anni è alla guida di un autotreno per il trasporto bestiame. Quando la contattiamo è appena rientrata da una giornata di lavoro, ma ci racconta con entusiasmo e un pizzico di orgoglio la sua storia.

Simona come hai iniziato a fare l’autotrasportatrice?
A dire il vero è sempre stato il mio sogno. Sono figlia d’arte, mio papà faceva il camionista e avrei voluto seguire le sue orme fin da sempre. Lui però non era dell’idea, erano altri tempi e così ho seguito mamma, che lavorava con i fiori. Qualche anno fa ho incontrato il mio attuale compagno, anche lui un autotrasportatore, che mi ha spronata a inseguire il mio sogno proponendomi di lavorare con lui per la sua azienda. Così l’ho seguito in Trentino-Alto Adige, a Chiusa, dove ormai da quattro anni siamo un team, «King and Queen of animals», perché trasportiamo bestiame e viaggiamo quasi sempre insieme.

Rifaresti la stessa scelta anche oggi?
Assolutamente sì: amo il mio lavoro che mi permette di stare a contatto con la natura e con gli animali. Trasportiamo bovini, quindi mucche, vitelli, tori, da una stalla a un’altra o in alpeggio, per il pascolo.

Che tratte percorri di solito?

Lavoriamo prevalentemente in Trentino, ma capita di doverci spostare anche all’estero, in Germania e in Austria, o in altre regioni d’Italia. Le tratte lunghe sono più impegnative, ma i veri problemi iniziano quando bisogna attraversare i passi di montagna con un autotreno pieno di animali. Vado in apprensione per loro e sono terrorizzata dall’idea che per strada qualche animale possa perdere l’equilibrio e farsi male, quindi cerco di rendergli il viaggio meno fastidioso possibile. Preferisco metterci qualche minuto in più, ma far fare loro un viaggio dignitoso. I contadini lo sanno e apprezzano: è sempre una soddisfazione quando mi dicono che gli piace come lavoro.

Hai raccontato che spesso i contadini quando ti vedono arrivare sul tuo autotreno un po’ si sorprendono, ti chiedono se non hai paura… 

Sì, è vero, ma ho due mani sane e finché le avrò potrò guidare senza problemi e senza paura. Non nego che sia un lavoro difficile, spesso molto fisico, ma dove non arriva la forza arriva la testa e così ogni problema può essere superato.

Tuo figlio cosa pensa del tuo lavoro?
Lui è un guerriero. A 10 anni già sa come cavarsela da solo quando io non ci sono. Capitano i giorni in cui sente di più la mia mancanza, ma gli ho spiegato che è proprio grazie al lavoro della mamma se non gli manca nulla. È un ragazzo intelligente e ha capito. Non nego che anche a me dispiace passare poco tempo con lui, coniugare la famiglia con il lavoro non è facile, ma ho la fortuna di poter contare anche sull’aiuto dei figli del mio compagno, una ragazza di 20 anni e uno di 14 anni. Si fanno molta compagnia e quando noi non ci siamo la ragazza più grande segue i più piccoli. Certo, bisogna sapersi organizzare con anticipo.

Cosa ti ha insegnato questa professione?
Ho imparato a contare su me stessa per fare questo lavoro, perché spesso non sono capita, mancano gli aiuti e così devi arrangiarti. Ho insegnato a mio figlio a fare lo stesso, ma se un giorno dovesse avere bisogno di me, sarei pronta a scendere dal camion senza esitare.

Pensi che un giorno tuo figlio seguirà le tue orme? 
Mi piacerebbe tantissimo, ma per ora dice di voler fare il pasticcere. L’importante è che segua il suo sogno, come ho avuto la fortuna di fare io.

Oggi le donne in questo settore sono poche e mancano molti autisti. Tu cosa diresti ai giovani per invogliarli a intraprendere questo mestiere?
Che non è facile, ma bisogna provarci. Spesso mi sento dire “io non ce la farei mai”. Non è vero, può farlo chiunque, basta avere passione e forza di volontà, come per qualsiasi altro lavoro. Bisogna correre, è un lavoro fisico, ma bellissimo. Mi rendo conto che gli stereotipi riguardo questo mestiere ci sono, non lo si può negare, sia nei confronti delle donne che degli uomini, ma la verità è che siamo il motore del paese per cui dobbiamo andare avanti a testa alta e fare quello che ci piace. Per me siamo tutti uguali in questo settore, donne e uomini. Ho un buon rapporto con tutte le mie colleghe e i miei colleghi, ognuno fa il suo lavoro e ci rispettiamo a vicenda.

Secondo te, perché sono così pochi i giovani che si approcciano a questa professione?
Il problema è che ci sono barriere all’ingresso importanti: i costi per prendere la patente sono alti, parliamo di qualche migliaio di euro, e una volta usciti dalla scuola guida non è così scontato trovare lavoro. Le aziende spesso ricercano personale già con esperienza, senza investire sulle nuove leve. Bisognerebbe fare qualcosa a riguardo per incentivare le nuove generazioni e sponsorizzare maggiormente la professione.

Senti Simona, ma alla fine tuo padre ha accettato il fatto che sei un’autotrasportatrice?
Ti racconto un aneddoto. Qualche giorno fa ho avuto un momento di sconforto. Capitano, soprattutto dopo un anno difficile come il 2020, in cui siamo stati tutti sotto pressione. In più per motivi familiari mi sono trovata a dover fare molte cose da sola, insomma, ho ceduto. A farmi ritrovare la forza sono stati proprio i miei genitori: mi hanno mandato un messaggio dicendomi che erano fieri di me e di quello che faccio e non c’è soddisfazione più grande.

Quando viaggi, preferisci ascoltare musica o pensare?
Io amo cantare, qualsiasi cosa, in base al mio umore. Quindi metto la musica al massimo e canto a squarciagola, per la gioia delle orecchie del mio compagno che viaggia accanto a me. Però c’è un momento, a fine giornata, in cui sai che hai finito e stai tornando a casa, dalla tua famiglia. Il camion è vuoto quindi non hai la preoccupazione degli animali. Ecco, in quei momenti mi piace spegnere la radio e pensare.

Progetti per il futuro?
Guidare, naturalmente! Forse lascerò il mio autotreno per un bilico, chissà, ma di sicuro non ho intenzione di fermarmi. Se la vita è un viaggio, io voglio viaggiare, ma sempre a bordo del mio camion.

Read More →

Antonella & la Sirenetta su TGR Calabria

 

Una video intervista ad Antonella a bordo della sua bellissima Sirenetta su TGR Calabria.

Buona strada sempre Antonella!!!

Read More →

Le camioniste olandesi

Anche le camioniste olandesi hanno una serie tutta dedicata a loro : “Meiden die rijden“, sul canale You Tube

https://www.youtube.com/channel/UCL-TfH_o9SCctxauOcGf6_w/videos

si trovano gli otto episodi che le vedono protagoniste.

L’unico difetto è che non ci sono i sottotitoli e parlano in olandese…ma le immagini sono belle!

Buona strada alle colleghe e buona visione!

 

Read More →

La “Regina rosa”

 

La “Regina rosa” non è una camionista, è… la mortadella!

Cosa c’enta con noi?

Ho trovato un sito “Libri su misura” in cui si parla di un ebook…

Questo ebook contiene tutti i racconti finalisti del concorso letterario dedicato alla mortadella proposto all’interno della manifestazione Mortadella Please di Zola Predosa.

Il primo racconto, quello che apre la raccolta, ha come protagonista una camionista!

Questo è il link del sito, se qualcuna è interessata all’acquisto dell’ebook:

https://www.librisumisura.it/index.php/entra-in-libreria/item/c-era-una-volta-e-c-e-una-regina-rosa

E questo è il racconto:

 

L’AUTOSTRADA… IN FUGA!

Simona Aiuti

L’autostrada è un mondo magico è misterioso, fatto di sacrifici, grandi avventure, sogni da coltivare e un pizzico di poesia, che prende vita di notte, quando ogni colore si diluisce nel buio tra le luci dei fari, o dei mezzi di soccorso che sfrecciano spezzando il silenzio. Si scivola via tutti sul nastro nero d’asfalto, sentendosi più leggeri, là dove a volte è possibile vivere emozioni e sogni incredibili e qualche disillusione. In molti credono che ogni autista sia chiuso nella sua solitudine, ma non è affatto così. Esiste una grande solidarietà tra noi e guai a lasciare un amico in difficoltà sul nastro nero.

Io sono qui, sulla mia bestia, con un carico di mortadelle, sul mio treno di gomme a macinare chilometri in attesa di un autogrill, che sembra lontanissimo quando la stanchezza si fa sentire dopo tante ore al volante, e darei il mio braccio destro per un caffè e qualche frittella calda.

Quando il freddo si fa più pungente e magari nevica che Dio la manda, o la nebbia è come un mare di latte freddo e infido, fanno male gli occhi, la vista si sforza, ma non si può abbassare la guardia, perché bisogna portare a casa la pelle.

Ho viaggiato molto in giro per l’Europa io, e ho trovato paesaggi diversi, pessimi caffè, e lontano dall’Italia non si mangia nemmeno tanto bene, ma il cuore e la fratellanza di noi camionisti è sempre grande ovunque, non cambia mai.

Sono una donna in fuga io, con il mutuo troppo grande da pagare, un ex marito più attaccato alla bottiglia che alla famiglia, i bambini che mi mancano da morire, e questo mestiere che amo, ma che mi porta sempre lontano, tanto lontano e in fuga, appunto.

Mio nonno era camionista durante la guerra, facendola sotto il naso ai tedeschi con scaltrezza, aiutando i partigiani nascondendoli dentro un intercapedine del mezzo, e ci sapeva fare davvero il nonno Gino!

Mio padre ha speso tutta la vita su questo camion, consumando le strade in un’epoca dura, e io ho imparato a conoscerlo solo quando ha iniziato a portarmi con lui. Portava la mortadella in Francia, che combinazione! Ricordo i primi viaggi con il batticuore e le prime donne camioniste viste oltralpe, e l’odore meraviglioso che spandevamo!

La mamma non voleva che partissi con il babbo, non voleva che prendessi quella strada, ma il nastro d’asfalto nero è stato il destino prima dei miei tre fratelli più grandi e poi anche il mio, ma non lo rimpiango.

Sono sempre stata la “pulce” in famiglia, la più piccola, eppure il babbo è sempre stato molto fiero di me, poiché non mi sono mai risparmiata sul lavoro. Ho imparato presto a guidare i mezzi pesanti, quando non arrivavo nemmeno ai pedali, ma credo d’aver prima appreso a guidare e a domare questi bestioni su gomma che ad aver a che fare con la gente. Lavoro più dei miei fratelli maschi, e se loro fanno un viaggio, io ne faccio due e la fatica non mi ha mai spaventata. Tuttavia io non sono un’eccezione: di donne come me è pieno l’ambiente e gli uomini ci rispettano.

È dura, è vero, ma non cambierei questa vita con un’altra, non lo farei davvero!

Questa è la mia vita, e viaggiando ho conosciuto Lilly, la mia migliore amica: gestisce un pub, ha un’enorme testa di ricci rossi perennemente scompigliati, dei vestiti a fiori appariscenti e una grassa risata contagiosa che mette allegria a tutti; sarà una deformazione la mia, ma Lilly sembra sul serio una grande mortadella!

Io dentro il camion di mio padre ho dato il primo bacio a un suo lavorante, un ragazzino come me di cui ero cotta. Dentro il camion ho quasi partorito il mio secondo figlio, e mancava poco che arrivassi in ospedale con il mezzo pesante da sola, invece mi ci portò il “Bestia”, un caro amico che captò la mia disperata richiesta d’aiuto, perché mio marito era già latitante!

Dicono che dove ci fermiamo noi camionisti si mangi molto bene, e accidenti se è vero! Non dimenticherò mai quella volta dalle parti di Brescia, quando festeggiammo il matrimonio di “Gianni l’orso” nel locale della Rosa, mangiando e bevendo fino all’alba con frittelle al miele, marmellate ai lamponi fatte dalla padrona e vino novello: a momenti ci portò via l’ambulanza. Si stava così bene che non saremmo mai andati via, e forse nessuno aveva il coraggio d’alzarsi per primo, perché sentivamo che stava cambiando qualcosa. Un amico ci stava lasciando per sposarsi, cambiare lavoro, e il nostro cuore si stava spezzando. È dura la vita sul camion, e alcuni cambiano lavoro, scegliendo un mestiere con meno rischi, ma che consenta di stare più a casa con la famiglia, ma poi nell’anima resta sempre la nostalgia.

È gente sana e generosa quella dell’autostrada, fatta di camionisti, pendolari, svincoli e paesi facili da raggiungere; basta poco e ci si aiuta tutti, specie nelle difficoltà, come quando nevica.

Nel ‘93 mio fratello Bruno si ritrovò bloccato con un guasto al motore, senza niente da mangiare e rischiava grosso, perché aveva un carico deteriorabile, ma io smossi mari e monti con il babbo, e i colleghi non esitarono. Con un piccolo aiuto non solo lo salvammo dal congelamento, ma aiutammo anche una mamma che era rimasta nella neve e non poteva dare la poppata al bambino, e noi eravamo là sulla strada come sempre, e come sempre un po’ in fuga; inutile dire che mangiarono tutti le nostre mortadelle!

Ci sono pure le prostitute sulla strada, però quelli che le sfruttano stanno al caldo, mentre quelle donne rischiano la pelle, si gelano d’inverno e per lo più sono povere disgraziate con dei figli da crescere, un sacco di guai e la loro autostrada non finisce mai.

Dodici anni fa su questo nastro d’asfalto ho conosciuto il mio ex marito.

Ricordo che era pressappoco la prima volta che ero scesa dal camion perché volevo essere e comportarmi da donna per entrare in una discoteca con Lilly. Mi hanno guardata dall’alto in basso, e piuttosto male perché avevo gli scarponi, e lui, quel bel tipo, faceva lo splendido con tutte: avrei dovuto capirlo subito che genere era!

Avevo poca esperienza con gli uomini, e lui riuscì facilmente a conquistare il mio cuore semplice con i suoi modi da latin lover. La testa mi girò così tanto che mi ritrovai completamente imbambolata e con le fette di salame sugli occhi. I miei mi dissero da subito che quel ragazzo dai modi da bullo non faceva per me, ma naturalmente non li ascoltai e, innamorata com’ero, ignorai che non era affidabile, che aveva poca voglia di lavorare e che non aveva la vocazione da marito e tanto meno quella da padre.

Fu una doccia gelata a farmi svegliare da quell’ubriacatura d’amore. Nonostante alcune avvisaglie a cui mi ostinavo a non dare peso, dopo tre anni di matrimonio mio marito mi lasciò il cane, il mutuo da pagare, i bambini che tanto aveva voluto ma a cui non aveva mai cambiato un pannolino, alcuni debiti che aveva fatto a mio nome, alcune multe da pagare, la vergogna per delle risse in cui si era prima ubriacato e poi fatto arrestare.

Tutto questo per via di una bionda ossigenata in tubino leopardato e zeppa trampolata dai “facili costumi”!

Forse i soldi pagati per l’avvocato per separarmi sono stati tra i meglio spesi nella mia vita e non li rimpiango.

Il mio ex marito non si fa mai vedere, non cerca i figli nonostante io abbia tentato di fare da tramite e da ponte tra lui e i bimbi, non è mai servito a nulla. Solo Dio sa la fatica che ho fatto e che continuo a fare per crescerli con serenità senza mai fargli mancare nulla; forse ci sto riuscendo, ma non lo sto facendo da sola, bensì con l’aiuto della mia famiglia che non è mai mancato.

I primi tempi della separazione sono stati duri perché non ero consapevole di potercela fare. È passato tanto tempo da allora, ma i miei figli restano e resta pure questo mestiere che è sempre più difficile, specie se incontri di notte qualche giovane automobilista impasticcato e ubriaco, eppure è la mia vita. Ce la faccio da sola, e sono sempre le mortadelle a farmi sbarcare il lunario, e siano benedette!

La gente non si rende conto dei pericoli che ci sono sul nastro d’asfalto. C’è un sacco di gente che non conosce o meglio ignora il Codice della strada, che beve una birra dopo l’altra come se fosse acqua fresca, mettendo consapevolmente in pericolo gente che lavora e che ha a casa una famiglia e dei figli ad aspettare. Ci sono genitori incoscienti che mettono nelle mani di figli neopatentati automobili potenti e mi domando con quale criterio lo facciano. Le persone che non vivono la realtà là fuori non hanno idea di quanta droga ci sia. Si tratta di acidi, pasticche, cocaina e mi è capitato più volte d’andare in bagno in un autogrill e vedere ragazzine, che potrebbero essere mie figlie, farsi.

Mi domando perché a tredici o quindici anni si desideri così tanto essere considerate già donne, perché il cuore è ancora bambino e, se ti feriscono, fa ancora più male. Essere madre mi fa provare una stretta al cuore, poi leggo la cronaca locale e vedo che non tutti quei ragazzini che entrano ed escono da locali di notte, poi tornano a casa all’alba da madri come me.

Noi camionisti siamo amici delle forze dell’ordine, cerchiamo di collaborare con loro, e vediamo quanto sia duro anche il loro mestiere, forse anche più del nostro. Con quale cuore un poliziotto dopo la chiamata che non vorrebbe mai ricevere si trova costretto a raccogliere sulla strada un ragazzo che non tornerà a casa, e pupazzetti e oggetti vari che fanno pensare a bambini, da dover riconsegnare ai genitori? Eppure il nastro d’asfalto corre nonostante tutto e ingoia storie, lacrime, passioni e speranze.

Corre e corre il nastro d’asfalto, e con lui mille vite che s’incontrano e a volte non si ritrovano per anni.

La vita sull’autostrada può essere dura, ma può riservare anche delle belle sorprese, direi inaspettate.

Circa due mesi fa, mentre ero ferma a un parcheggio, quasi senza motivo mi sono messa a litigare con un collega, un tipo che davvero mi ha fatto salire il sangue alla testa, poi però ci siamo chiariti e fatti un sacco di risate davanti a una cioccolata calda che ha voluto offrirmi subito dopo al bar.

Qualche volta può servire litigare per un parcheggio.

C’ho messo un po’ a capirlo, forse perché ero in jeans, con i capelli legati e senza trucco, anche perché non ho mai imparato a truccarmi, ma quel collega mi stava proprio corteggiando.

Sarà che non sono abituata a certe cose, anche se mia madre da tempo cerca di spingermi a uscire un po’, dicendo che dovrei pensare a rifarmi una vita, ma io ho già una vita, ed è anche molto piena.

Si chiama Antonio il tale, mi è risultato simpatico e avevo bisogno di farmi due risate, e credo anche d’essere diventata rossa quando m’ha chiesto il numero del cellulare. Il bello è che poi mi ha pure chiamata e mi ha chiesto d’uscire con lui a cena, e io mi sono messa a ridere per telefono. Ho un po’ paura di rimettermi in discussione, ma è vero che ho anche voglia di vivere e di sentirmi oltre che madre e camionista, anche di nuovo donna.

Che imbarazzo se penso che mi ha vista in abiti da lavoro, senza messa in piega, anche perché io non ho mai fatto dei colpi di sole in vita mia, non sono mai andata dall’estetista e non ho idea di come si depilino le sopracciglia, ma almeno mi ha vista così come sono, senza maschere e sovrastrutture. Antonio in dieci minuti mi ha conosciuta con camion, figli, fratelli camionisti e tutto, e sembra che io gli piaccia con tutto il pacchetto formato famiglia.

Sembra un tipo a posto Antonio, ed è gentile, carino ed è un anche un buon collega che sa quanto sia dura questa vita. Lui trasporta latticini, un carico altamente deperibile, e dice d’avere degli sconti sulla merce; non so se sia vero, ma da un po’ a casa mia i fior di latte si sprecano, e io li preferisco alle rose se devo dire la verità.

Poi alla fine sono uscita con lui ed è stata anche una bella serata. Ora ci vediamo ogni tanto, mi chiama spesso, ed è diventato una presenza nella mia vita.

Io che sono sempre stata abituata a cavarmela da sola, io che devo aggiustare il lavandino se si rompe, io che devo pagare le bollette, io che devo fare il lavoro della donna e poi anche quello dell’uomo, per la prima volta ho visto un “tizio” che mi ha detto: “tranquilla me ne occupo io”!

Non credevo alle mie orecchie, giuro che per uno così potrei imparare a fare le torte di mele, e forse lo farò sul serio.

Tuttavia il momento in cui Antonio mi ha conquistata è stato quando è venuto a trovarmi a casa mia una sera. Ero nervosa, non ero sicura che i miei figli fossero pronti per conoscere un “amico della mamma”, però dovevo tentare. Finalmente ha conosciuto i bambini e quando ha visto che il grande, Marco, stava facendo i compiti di matematica con scarso successo, si è messo là a spiegargli le espressioni: un uomo così si merita l’applauso! Non batte ciglio se la merenda è pane e mortadella che per me costa poco, e ragazzi, non è poco!

Antonio mi ha proposto di fare un fine settimana fuori e io ci sto pensando e sto rimuginando molto sulla cosa, perché non m ricordo cosa sia una vacanza o un fine settimana fuori. Preferisco passare più tempo che posso con i miei figli, ma è un secolo che non mi prendo un po’ di tempo per me, davvero tanto tempo, quindi ci penserò.

Non so ancora se ho voglia di mettermi di nuovo in gioco con gli uomini, ho qualche timore, ma la vita continua, i bimbi crescono e io ho tempo di riflettere, di pensare a mia madre che vorrebbe vedermi serena accanto a un uomo che mi ama e che io possa riamare, di riflettere sulle bollette, su Marco che ha bisogno della macchinetta per i denti e il piccolino che forse soffre d’asma e ha bisogno di mare, insomma i pensieri e le questioni da risolvere non mancano mai.

La mamma ha alzato gli occhi al cielo quando gli ho detto che anche Antonio è camionista, ma credo che sia comunque rassegnata, e poi l’importante per lei è vedermi felice e da un po’ forse lo sono o almeno comincio a vedere un pizzico di sereno in fondo al tunnel. Probabilmente sto iniziando a vivere di nuovo come donna, anche se lo sto facendo timidamente e soppesando le mie azioni e le mie emozioni.

Magari potrei prendere un appuntamento dal parrucchiere, e magari farmi la manicure e comprarmi un paio di scarpe con il tacco, chissà!

Già, ho tempo di riflettere quando guido, specie di notte, quando i pensieri si diluiscono, le storie e ogni cosa si fanno più fluide, intense, illuminate solo dai fari e io ascolto la solitudine che ho nel cuore e guido, corro sempre in fuga. Riflettevo che Antonio porta sacchi di farina, e con la farina si fa il pane, io ho la mortadella, quindi, se non è destino, non so cosa sia!

Anno pubblicazione

2019

Read More →

“Soy camionera”

 

Questo è un video spagnolo dedicato alle donne  “camioneras” in occasione di una festa della donna qualche anno fa, è proprio vero che tutto il mondo è paese e che siamo uniti da un filo invisibile: le stesse cose che loro dichiarano di amare in questo mestiere sono identiche a quelle che prova ognuna di noi. Ascoltare per credere!

Buona strada a tutte!

Read More →

Auguri arrivati in ritardo…

Gisy ha appena ricevuto questo biglietto di auguri da parte della nostra cara collega Giorgia,  le Poste purtroppo gliel’hanno recapitato un pò in ritardo…

Ma i messaggi di auguri sono sempre belli, anche quando arrivano tardi… quindi visto che i saluti sono per tutte ha pensato di condividerli dalle pagine del nostro Blog, a dicembre purtroppo non abbiamo potuto organizzare il nostro pranzo annuale per scambiarceli di persona, li ricambiamo a Giorgia  da qui e li giriamo a tutte voi!

Grazie e Buon 2021 a tutte!!!! Buona strada sempre!!!

 

Read More →

Les Reines de la Route

“Les reines de la route, le regine della strada, un reality con protagoniste 7 donne camioniste  in onda da questo mese su una TV francese. Dovranno affrontare una serie di viaggi “difficili”… per aggiudicarsi il titolo!

Che dire? Buona strada a tutte le partecipanti!

Qualche link sul programma:

https://www.franceroutes.fr/actualites/television-serie-les-reines-de-la-route-sur-6ter-en-janvier-2021/

https://www.lezappingdupaf.com/2020/12/les-reines-de-la-route-serie-documentaire-inedit-des-le-7-janvier-sur-6ter.html

https://www.routiers.com/pagetype.asp?revue=routiers&pagetype=breves&brevenum=52919

https://www.trasportoeuropa.it/notizie/autisti/in-francia-a-gennaio-un-reality-tv-sulle-camioniste/

 

Read More →

La storia di Nadia

 

Sempre alla ricerca di notizie sulle colleghe, ho trovato la storia di Nadia, da muratore a camionista!

Questo è il link:

https://muncitoriiromaniinitalia.blogspot.com/2018/03/nadia-da-muratore-camionista-mi_15.html

E questo il testo:

 

Nadia, da muratore a camionista «Mi rispettano, ma quando mi presentavo in cantiere tutti sgranavano gli occhi»

BELLUNO. Muratore e camionista sono lavori per soli uomini? Chiedetelo a Nadia Maierean e vi risponderà con il sorriso che lei ha imparato a farsi rispettare dai sui colleghi uomini e che non è seconda a nessuno in quello che fa. Nata in Romania 41 anni fa, Nadia è in Italia da 18 e da allora ha sempre lavorato tra cantieri e camion; un curriculum che, ancora oggi, farebbe pensare più a un uomo quando arriva sulla scrivania di qualche responsabile di risorse umane.
Sta di fatto che Nadia è stata iscritta alla Filca Cisl di Belluno, la categoria che rappresenta i lavoratori dell’edilizia, per 10 anni, fino a quando ha cambiato settore per diventare camionista. In questo periodo è stata anche l’unica iscritta donna al sindacato nel suo settore, se non si conta una giovanissima apprendista che si occupava di restauro, su circa 1500 tesserati della Filca in provincia di Belluno. «Ho imparato il mestiere di muratore e tuttofare lavorando con mia madre in Romania. Faceva l’imbianchina e la piastrellista», ricorda Nadia. «Quando sono partita per arrivare in Italia ho deciso di sfruttare le mie conoscenze per trovare lavoro e ho lavorato in una ditta di serramenti come muratore, ricoprendo le mille mansioni dei cantieri. Questo fino all’anno scorso, quando ho preso la patente C e ho deciso di lavorare sui camion».
Il rapporto con i colleghi maschi non è stato sempre rose e fiori perché di primo acchito ai lavoratori maschi sembrava impossibile che una donna potesse fare lavori tanto pesanti «ma», spiega ridendo Nadia, «se mi rispettano io rispetto loro, se non lo fanno ci penso io a mettere le cose in chiaro. E quando mi vedono scaricare da sola tre/quattro tonnellate di merce al giorno mi rispettano subito».
Come prevedibile Nadia non ha mai avuto colleghe donne e, anche quando si è dovuta presentare a qualche colloquio di lavoro, lo stupore era sempre inevitabile: «Ogni volta che mi presentavo per un lavoro in cantiere tutti sgranavano gli occhi, poi toccava a me far vedere che non sono da meno di un uomo. Anche quando mi sono proposta per fare le consegne con il camion è stato così e i dirigenti dell’azienda per cui lavoro sono stati bravi a darmi fiducia, anche perché avevo la patente C da pochi mesi e non avevo mai avuto esperienza in questo settore».
Quello che sta più a cuore a Nadia quando racconta la sua storia è dire che fa un lavoro che le piace e che non lo cambierebbe per nessun altro, un esempio di forza e tenacia che le ha permesso col tempo di far cadere ogni tabù e di raggiungere la parità nel suo lavoro. (f.r.)

 

Read More →