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Giulia, la pioniera degli autobus!

 

Se non è stato facile per le donne farsi accettare come camioniste forse lo è stato ancora meno come conducenti di un autobus. Questa è la storia di Giulia, la prima donna in Italia a conseguire la patente per i mezzi pubblici.

Questi sono i link e i testi di due articoli del 2019 che raccontano la sua storia:

https://www.vesuviolive.it/cultura-napoletana/285739-la-storia-di-giulia-la-prima-donna-a-guidare-un-autobus-veniva-dal-sud/

La storia di Giulia: la prima donna a guidare un autobus veniva dal Sud

La prima donna al volante di un bus
FONTE: www.autolineecamera.it

Donna al volante, pericolo costante“. Se persino in un vecchio adagio popolare viene da sempre messa in discussione la bravura delle donne alla guida, è facile immaginarsi le difficoltà che ha dovuto incontrare Giulia Solomita per potersi mettere al volante addirittura di un autobus, seppur di proprietà dell’azienda di trasporti Camera, sua e di suo marito. Anche perché prima nessuna donna lo aveva mai fatto prima. E’ stata, infatti, l’allora 25enne potentina la prima persona italiana di sesso femminile ad ottenere la patente “D pubblica”, quella necessaria appunto per guidare gli autobus.

Un’esigenza più che una passione per la signora Giulia, che oggi (2019) di anni ne ha 83 e che dell’azienda non ne ha più voluto sapere nulla dalla morte del marito, passandone le redini a un nipote. Come raccontato in un’intervista – concessa al portale www.melandronews.it – infatti le cose sono andate così: “Ci stavamo ampliando e ci serviva il secondo autista. Così ho detto a mio marito: ci provo io. Mi sono messa subito a studiare, andavo a Potenza all’autoscuola. Andavo di pomeriggio, a giorni alterni. Ma non è stato semplice. A me necessitava la patente, altrimenti avremmo dovuto spendere i soldi per un’altra assunzione“.

Il problema è che nonostante il suo impegno e la sua serietà, nessuno voleva neanche solo esaminarla, una responsabilità allora considerata troppo grande: “Ricordo molto bene l’ingegnere che avrebbe dovuto esaminarmi, tanto bravo, ma anche lui mi diceva che non se la sentiva di assumersi quella responsabilità. Così ogni volta mi rimandava alla volta dopo, quaranta giorni dopo. Ogni volta vedevo i candidati uomini che superavano la prova e io che dovevo tornare la volta dopo. Non mi sono stancata, anzi forse ho preso io per sfinimento l’ingegnere. Ricordo che vennero anche altri dirigenti della Motorizzazione, per farmi sostenere l’esame“.

Un esame davvero durissimo, per giunta. La signora Giulia, infatti, dovette prima smontare un motore e poi guidare davanti ad una scuola durante l’orario di uscita degli alunni. Alla fine, però, le fecero persino i complimenti. Era il 1961. Nello stesso anno anche il primo viaggio, a Roma o forse Napoli. Questo non lo ricorda bene. Ancora impresso nella mente, invece, quanto accadde anni dopo: “Un giorno ho notato che quell’ingegnere mi guardava. Un po’ mi sono spaventata, ma poi ho capito che mi seguiva per vedere quel che facevo alla guida del bus, per capire se aveva fatto bene a darmi la patente. Ma questo succedeva sempre anche durante i controlli delle forze dell’ordine: se dovevano fermare qualcuno, capitava sempre a me“.

Alla fine, però, l’unica che l’ha fermata davvero è stata proprio lei stessa: “La patente a chi guida gli autobus si toglie a 68 anni di età, ma devo essere sincera, io sono andata alla motorizzazione e l’ho consegnata un po’ di tempo prima, perché avevo capito che non avevo più le energie per stare al volante. Però continuo a guidare l’automobile“.

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https://www.storieoggi.it/2019/03/07/giulia-la-prima-donna-ditalia-a-guidare-un-bus-nessuno-voleva-esaminarmi/

 

 

Giulia, la prima donna d’Italia a guidare un bus: “Nessuno voleva esaminarmi”

Ha 83 anni e vive a Satriano di Lucania: “Era il 1961, c’era troppa diffidenza. Ogni volta mi rimandavano alla prossima e intanto vedevo tutti gli aspiranti maschi passare avanti”

Le cronache dell’epoca raccontano che lei pianse quando superò l’esame. Giulia Solomita Camera, di Satriano di Lucania è stata la prima donna in Italia a ottenere una patente di guida della Categoria “D pubblica”, quella che serve per poter condurre gli autobus.

Quel pianto era di gioia, ma anche liberatorio, perché – come racconta lei stessa- non fu un percorso facile. Discusse animatamente con l’ingegnere della Motorizzazione civile che doveva esaminarla quando le disse: “La patente D a una donna può assegnarla solo un folle”. Invece, da quel giorno Giulia – che aveva 25 anni – su un autobus ci è salita fino a quasi settant’anni. E oggi, che ne ha 83, continua a guidare la sua utilitaria.

Signora Giulia, lei è stata la prima donna a ottenere una patente che permette di guidare gli autobus nel nostro Paese.

Parliamo di secoli fa…

Com’è nata in lei la voglia di guidare un bus?

Con mio marito avevamo una ditta di autolinee, l’azienda Camera. Ci stavamo ampliando e ci serviva il secondo autista. Così ho detto a mio marito: ci provo io. Mi sono messa subito a studiare, andavo a Potenza all’autoscuola. Andavo di pomeriggio, a giorni alterni. Ma non è stata semplice. A me necessitava la patente, altrimenti avremmo dovuto spendere i soldi per un’altra assunzioni.

Perché non è stato semplice?

Essendo la prima donna che chiedeva di fare l’esame, nessuno si voleva prendere la responsabilità di esaminarmi. Ricordo molto bene l’ingegnere che avrebbe dovuto esaminarmi, tanto bravo, ma anche lui mi diceva che non se la sentiva di assumersi quella responsabilità. Così ogni volta mi rimandava alla volta dopo, quaranta giorni dopo. Ogni volta vedevo i candidati uomini che superavano la prova e io che dovevo tornare la volta dopo. Non mi sono stancata, anzi forse ho preso io per sfinimento l’ingegnere. Ricordo che vennero anche altri dirigenti della Motorizzazione, per farmi sostenere l’esame.

E il giorno dell’esame com’è andata?

Mi fecero un bel po’ di domande poi mi misero un motore davanti e mi chiesero di smontarlo. Lo feci. Ma non bastò, perché quella era solo la teoria. C’era la pratica….

E alla guida com’è andata?

Alla guida dell’autobus mi portarono verso viale Mazzini, dove c’era all’epoca il palazzo dell’Inam, la “mutua”, a Potenza. Mi portarono davanti a una scuola, proprio nel momento in cui uscivano i bambini per vedere come mi sarei comportata Alla fine si sono complimentati. Ma dopo tanti anni che facevo la linea, un giorno ho notato che quell’ingegnere, mi guardava. Un po’ mi sono spaventata ma poi ho capito che mi seguiva per vedere quel che facevo alla guida del bus, per capire se aveva fatto bene a darmi la patente. Ma questo succedeva sempre anche durante i controlli delle forze dell’ordine: se dovevano fermare qualcuno, capitava sempre a me.

Quand’è accaduto tutto questo?

Era il 1961, ero appena diventata mamma di mio figlio.

Ricorda il primo viaggio che ha fatto?

A Roma, mi sembra. O forse Napoli. Facevano le gite portavamo la gente nei luoghi turistici, ad esempio a Pompei.

Si è mai trovata in difficoltà?

No, ho guidato notte e giorno, col bel tempo e con la neve, ma non ho avuto mai problemi. Sono stata baciata anche dalla fortuna, in tanti anni di servizio non ho mai avuto una bucatura.

Da quanto tempo non guida più l’autobus?

La patente a chi guida gli autobus si toglie a 68 anni di età, ma devo essere sincera, io sono andata alla motorizzazione e l’ho consegnata un po’ di tempo prima, perché avevo capito che non avevo più le energie per stare al volante. Però continuo a guidare l’automobile.

Ora si occupa dell’azienda?

No, se ne occupa mio nipote. Da quando mio marito non c’è più, ho deciso di non occuparmi più dell’azienda.

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La storia di Franca!

 

Ho trovato un altro bell’articolo – del mese di ottobre – dedicato alla storia di una collega che fa questo mestiere con passione da tanti anni: Franca da Montecatini.

Era una delle partecipanti alla Gimkana femminile a Misano, io mi ricordo di lei, ma sono passati veramente tanti anni e non ho più avuto occasione di incontrarla.

Buona strada sempre Franca!

Questo è il link dell’articolo su “Prima Pistoia”:

https://primapistoia.it/cronaca/franca-la-camionista-e-una-vita-sul-bisonte/

E questo il testo:

MONTECATINI TERME

Franca, la camionista e «una vita sul bisonte»

Il racconto di una passione diventata professione…alla faccia dei tanti colleghi scettici.

Pistoia, 25 Ottobre 2020 ore 15:14

Lei lo chiama affettuosamente il “Bisonte”: a bordo di questo camion, Franca Sforzi , montecatinese, ha attraversato l’Europa in lungo ed in largo e con qualsiasi condizione atmosferica o di traffico possibile e immaginabile. Un’accoppiata formidabile che non teme confronti, con due protagonisti… non proprio comunissimi.
«Hai visto lui come ci ha guardati storti? Quello guida un Iveco, noi siamo su uno Scania. Questa si chiama invidia!». Scherza Franca, è di buon umore quando è sul suo camion e vede – ogni tanto- qualche collega con lo sguardo incuriosito che la incrocia in senso contrario.

«Sono felice di fare questo lavoro – ha raccontato –, mi permette di vedere tantissimi posti, di conoscere tanta gente, sia in Italia che all’estero. Negli anni ho macinato milioni di chilometri e ne vado molto fiera. E pensare che ho iniziato questo mestiere quando avevo 22 anni, adesso ne ho più di 50!».
Una professione iniziata quasi come un gioco che poi si è rivelata, a tutti gli effetti… la strada giusta. «Lavoravo in un’azienda all’epoca, ma non avevo nulla a che fare con il trasporto di merci. Un giorno l’autista del camion delle consegne non si è presentato a lavoro. Il titolare era disperato, aveva bisogno di qualcuno subito per consegnare la merce. Io mi sono offerta volontaria. Lui è rimasto un po’ sorpreso, poi ha scelto di mettermi alla prova. Ed è tutto cominciato da lì».

Poi, negli anni successivi, sono arrivate le varie patenti speciali per poter guidare il tanto agognato tir.
«Agognato perché sono mezzi bellissimi – ci ha raccontato Franca – ed io ho una grande passione per i motori. Per questo quando finalmente ho conseguito la patente per guidarli è stata una grande soddisfazione. Da quel momento non ho più smesso di guidarne uno. Adesso faccio circa 150mila chilometri all’anno con viaggi soprattutto in Francia e Inghilterra, più le trasferte nazionali. Sono di meno i chilometri rispetto rispetto al passato, ma è comunque la mia vita».

Non sono stati però tutti giorni semplici e felici.

L’ambiente degli autotrasportatori, possiamo dirlo senza ipocrisia, è uno dei più maschilisti in assoluto. Una ragazza – prima – ed una signora – dopo – al volante di un tir ha spesso scatenato non solo qualche risatina di troppo, ma anche episodi di pura e volgare discriminazione. «A volte è stato complicato – ci ha confidato Franca – ma fortunatamente ho sempre avuto intorno persone che in un modo o nell’altro mi hanno difeso.
É sempre stato bello però zittire tutti con le mie manovre o con le mie consegne in perfetto orario. Col mio lavoro ho messo a tacere anche i colleghi più scettici».

Un lavoro, quella della camionista per Franca, che negli anni è diventato a tutti gli effetti una questione di famiglia: prima di tutto perché suo marito, Stefano, è a sua volta un camionista. «Il merito della mia passione è suo – ha detto –. Stefano già lavorava sul camion e andava in giro per tutta l’Italia. Io ho iniziato dapprima ad accompagnarlo, poi ho voluto iniziare anche io con la guida. E non sono più tornata indietro».
Ma non è tutto: il figlio di Franca e Stefano, Simone, è cresciuto… sul camion. «Ho avuto una gravidanza tranquilla – ci ha raccontato – e per questo che ho potuto guidare il camion fino a poco prima della nascita del mio bimbo: quando avevo il pancione, spostavo il volante un po’ più verso l’alto e via! Dopo è iniziato il bello – ha raccontato –! Una volta nato Simone ha fatto l’asilo sul camion insieme a me..Mio figlio ha praticamente imparato a leggere durante i nostri viaggi, seduto buono sul sedile del passeggero».

«Viaggiavamo spesso ed ero contento di portarlo con me sul camion, quando ancora il codice della strada lo permetteva. Poi sono iniziate le elementari e lui è andato a scuola come tutti».
Ma ora il tempo di chiacchierare è finito. C’è una nuova consegna da fare e Franca, insieme a Stefano, devono ripartire nel loro viaggio insieme… al Bisonte.

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La storia di Federica

Un altro articolo, un’altra storia di un’altra collega, Federica, che nelle pagine del ” Tiburno” si racconta…

Questo è il link:

https://www.tiburno.tv/2020/09/07/camionista-e-mamma-federica-racconta-le-sue-scelte/

E questa è una parte dell’articolo:

Camionista e mamma: Federica racconta le sue scelte

Donne al volante pericolo costante? Fesserie! Parola di Federica Aristotile Jurovschi: vive a Villa Adriana, con il suo piccolino Samuel di un anno e il marito, ha sempre avuto il pallino della guida e di lavoro fa la camionista. Orario: dalle 3 alle 8.30 di mattina, per fare arrivare il pesce dai mercati generali in tutta Roma, un’attività di grande concentrazione e responsabilità Dorme poco ma non è mai stata così contenta e piena di voglia di fare. Racconta la sua scelta di vita con il sorriso sulle labbra e alla donne che “pensano” di non sapere nulla di motori, consiglia di informarsi e scoprire tutto il mondo interessante che sta dietro la loro autovettura, imparando a controllare i livelli di acqua e olio, cambiare una ruota quando serve, diventare autonome. Con i colleghi, tutti maschi, problemi non ne ha ma ci tiene a rimarcare che “Se vuoi fare un lavoro da uomo, devi farlo meglio”.

L’intervista completa su Tiburno in edicola l’8 settembre, nelle pagine dedicate ai motori.

 

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La storia di Jennifer

Un’altra bella storia di una nostra collega, tratta sempre da “Uomini e trasporti” nella sezione “Anche io volevo il camion“, a firma di Gabriele Bolognini, la storia di Jennifer da Olginate.

Questo è il link:

https://www.uominietrasporti.it/jennifer-altilia-il-camion-e-mio-e-lo-gestisco-io/

E questo è l’articolo:

 

Jennifer Altilia: «Il camion è mio e lo gestisco io»

Dinamica e amante del ballo, Jennifer Altilia si trova ancora ragazza a vendere cocktail dietro a un bancone di un locale notturno. Poi, dopo che la mamma le consigliò di «lasciar perdere» e, piuttosto, di «andare a guidare il camion dell’azienda di famiglia», arriva a fare l’autista non per passione, ma per dimostrare agli scettici uomini di famiglia che ce l’avrebbe fatta. Quando però iniziò a personalizzare il veicolo con lucine e colori si rese conto che il mestiere le era entrato nel sangue

Jennifer Altilia a fare la camionista non ci pensava proprio. Nata 36 anni fa a Olginate, in provincia di Lecco, a 16 anni era una peperina che saltava da una discoteca all’altra. Un ragazzo le è dovuto star dietro un anno prima di riuscire a conoscerla. Insomma, era una girandola: ogni settimana un locale diverso. La musica, le luci stroboscopiche, i balli scatenati erano la sua vita. Alla fine, quel ragazzo caparbio la conquistò: divenne (e lo è ancora) suo marito. Ma Jennifer non per questo abbandonò la discoteca, tanto che il suo primo lavoro, di lì a poco, divenne quello di barman (o meglio barlady). Di che tipo? Acrobatica, ovviamente: «Mi divertivo un sacco… ci lanciavamo le bottiglie facendole roteare e poi giù con Martini, Cuba libre, Margarita e tanto altro per i nostri clienti estasiati. Ogni tanto qualche bottiglia finiva a terra – ricorda Jennifer ridendo – ma erano veramente poche. Ero brava a fare quel lavoro e mi piaceva tanto…».

Un giorno mia madre mi disse…

Poi arrivò il giorno in cui la mamma la prese da parte con un piglio convinto: «Mi disse che quella vita non poteva durare a lungo, che era preoccupata perché la notte facevo sempre tardi, che era ora di mettere la testa a posto. E tutti i torti non li aveva. Avevo 21 anni e forse era arrivato il tempo di cominciare a guardare avanti. Poi, quasi per scherzo, mi disse: perché non ti prendi le patenti da camion e prendi il posto di tuo zio che si è stancato di fare il camionista per noi?».

Chiarimento necessario. Il papà di Jennifer, Gerardo, è titolare della Fimal, azienda di zincatura e trattamenti galvanici per metalli con sede a Bosisio Parini (LC), che attualmente gestisce con il figlio Paolo. Per ritirare e consegnare la merce lavorata, la Fimal ha sempre avuto un camion. Quello a cui faceva riferimento la mamma di Jennifer: «La proposta semiseria di mia madre mi lasciò di stucco. Non ci pensavo proprio a mettermi alla guida di uno di quei bestioni che per strada mi terrorizzavano! Però raccolsi la sfida e andai a parlare con mio padre e mio fratello proponendomi come camionista. All’inizio mi risero in faccia, dicendo che non era un lavoro adatto a una ragazza, che non ce l’avrei mai fatta e “piripì, piripà”. Ma siccome io sono tignosa e in questo modo mi hanno scatenato l’orgoglio: “Volete vedere che in due mesi prendo le patenti per il camion e mi metto alla guida di quel coso lì fuori?”».

Patente del camion in due mesi: scommessa vinta

La domanda di Jennifer suonava un po’ come una scommessa, ma gli uomini della sua famiglia la lasciarono fare non perché la vincesse, ma in quanto convinti che tempo qualche giorno avrebbe mollato. Invece, lei – testarda e caparbia – andò avanti nel proposito: «In due mesi presi effettivamente le patenti e le andai a sventolare sotto il naso di mio padre. A quel punto mi diede il camion, una motrice DAF due assi, dicendomi: guarda che al primo incidente o alla prima mancata consegna te ne torni a casa!»

Jennifer non tornò a casa. Anzi, durante il suo primo anno di lavoro ricevette così tanti apprezzamenti positivi da clienti soddisfatti per la sua precisione e puntualità che papà si convinse persino a comprarle un nuovo camion«Andammo insieme in concessionaria a sceglierlo, una motrice a tre assi: un Iveco Stralis da 410 CV. Mi piaceva tantissimo e iniziai a personalizzarlo con lucine e lucette varie. In quel momento mi resi conto che il mestiere di camionista, così come la passione per i camion, mi erano entrati nel sangue».

La famiglia si allarga

Così gli anni sono passati e anche la famiglia di Jennifer è aumentata di numero con l’arrivo di due bambini, Stella e Alexander, che ora hanno rispettivamente 8 e 5 anni. «Sono due tesori. Abbiamo la fortuna di abitare vicino ai miei. Così, quando io e mio marito siamo al lavoro si dividono tra la scuola e i nonni. Oggi anche mio marito lavora nella stessa azienda: Fa il capo operaio e segue tutte le varie lavorazioni. Prima era un imbianchino, ma la ditta per cui lavorava ha conosciuto momenti difficili a causa della mancanza di lavoro successiva al Covid. Così l’ho convinto a entrare in azienda da noi».

Volvo FH: un amore a prima vista

Ma quella familiare non è stata l’unica crescita. Dopo qualche anno di onorato servizio, è arrivato il momento di cambiare il camion: «Fortunatamente il lavoro è aumentato e il tre assi non bastava più. Così abbiamo deciso di prendere un camion più grande: sempre una motrice, ma 4 assi. Avrei voluto uno Scania, però non lo avevano pronto in quella configurazione, avrei dovuto aspettare un anno. Poi dietro consiglio di un cliente, poco più di due anni fa, mi recai a Zingonia dalla Volvo Trucks. Loro da poco avevano in listino il 4 assi. È stato amore a prima vista. Uno splendido FH500 con I-Shift e sospensioni pneumatiche su tutti gli assi. L’ho preso con tutti gli optional possibili. Riguardo la sicurezza, manca solo il sistema di frenata d’emergenza in quanto nella speciale configurazione a 4 assi non è applicabile. In compenso, ho un retarder da paura! Anche a pieno carico in discesa è in grado di rallentare il camion senza stressare i freni in tutta sicurezza».

Una volta arrivato in filiale a Zingonia, il Volvo FH di Jennifer, senza toccare neanche la strada, è stato portato con il carrellone da un carrozziere di Varese per essere personalizzato: «Il colore di origine era già bello, un grigio scuro metallizzato, tuttavia volevo qualcosa di unico. Così studiammo la tonalità con il carrozziere e venne fuori questo grigio canna di fucile molto particolare che, a seconda della luce, cambia tonalità. A volte sembra marrone, altre azzurro. Poi un giovane artista, Lorenzo Dell’Acqua, che aerografa oggetti sin dall’età di 8 anni, è riuscito a capire cosa mi passasse per la testa disegnando sulle fiancate le immagini di Joker e della sua fidanzata, Harley Quinn. Questi personaggi un po’ folli rappresentano me e mio fratello che proprio normali non siamo – spiega ridendo». In più, oltre alle aerografie Jennifer ha montato un kit in acciaio della Acitoinox sul frontale: «Ora è perfetto. All’interno non manca nulla: frigobar, fornetto a micronde, macchina del caffè, televisione. Insomma, una seconda casa».

Assistenza a cinque stelle

Seconda casa che Jennifer si gode solo in viaggio perché la sera torna sempre alla prima: «Non riuscirei mai a stare lontana dai piccoli la notte. Per fortuna i nostri clienti sono quasi tutti in Lombardia. Generalmente percorro circa 400 km al giorno tra Varese, Sondrio, Valsassina, Brianza e Milano».

Una seconda casa in cui inizialmente si è creato qualche grattacapo:«Non riuscivamo a capire perché il quarto asse tendeva a bloccarsi. Poi sempre in Volvo sono riusciti a capire che era un problema di allineamento e, ancora in garanzia, me lo hanno risolto. Da allora non ho avuto più alcun problema. Finora ho percorso circa 100.000 km e fatto due tagliandi. Devo fare i complimenti al personale d’officina di Zingonia, specie a Claudio Selmi dell’accoglienza e al capo officina Dario Notario, per la grande pazienza e professionalità».

Tutta la gamma di espressioni: dal dolce al truce

Quando Jennifer esprime complimenti sorride e sgrana i suoi due grandi occhi marroni. Immagino però che disponga di un campionario di espressioni anche molto diverso con cui gestire situazioni difficili. Perché comunque, in tanti anni di circostanze scomode ne ha vissute. E spesso erano rese tali proprio dal fatto di essere una donna. Come si fa a sopravvivere in questi casi?: «Facile – risponde convinta – basta farsi rispettare. E a questo scopo da tre anni mi sono avvicinata allo Street Fighting, che non è un’arte marziale né uno sport da combattimento, vista l’assenza di regole. Diciamo che l’obiettivo di questo esercizio fisico è quello di uscire incolumi da un’aggressione tramite tre regole fondamentali: cercare di evitare qualsiasi scontro; se necessario colpire e fuggire; usare qualsiasi oggetto ci si trova per le mani come arma».

Difficile resistere alla tentazione di sapere se e come ha attuato questi principi. «Proprio di recente mentre facevo manovra per entrare da un cliente, mi taglia la strada un furgone fregandomi il posto per lo scarico. A bordo c’erano due ragazzotti che iniziano a fare commenti pesanti su di me. Allora, vista la mala parata ho detto al magazziniere che sarei passata più tardi. Senonché dopo poco mi accorgo che i tipi mi seguivano urlando dal finestrino e facendo gestacci molto espliciti. Dopo più in là c’era un semaforo rosso. A quel punto mi decido: afferro uno sfollagente e scendo dal camion…». 

E com’è finita? «Beh, fortunatamente, la mia espressione è stata sufficiente a convincerli a lasciar perdere e a farli dileguare».

 

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