La storia di Elena

 

Sempre in occasione della festa della donna, ecco un’altra intervista, questa volta apparsa sulla rivista “araberara” . E’la storia della nostra collega Elena di Artogne,a cui  auguriamo una buona strada sempre!

Questo è il link dell’articolo:

https://www.araberara.it/2026/03/06/elena-che-guida-i-camion-quando-hai-locchio-ti-viene-tutto-naturale-e-come-guidare-la-macchina-e-questione-di-misure/130277/

E questa la sua storia:

“Capelli corti e brizzolati, un metro e settanta di altezza, 60 anni da compiere ad ottobre, di professione autotrasportatore.
A balzare giù dai gradini di un gigante d’acciaio da 12 metri è Elena Fontana, artognese dal carattere frizzante e una naturalezza di chi abita la strada come fosse il salotto di casa. Un mestiere, il suo, che femminile diciamo che non è.
Sono le 17:30 di un pomeriggio dal sapore primaverile, il turno di lavoro è finito ed Elena mi regala un po’ di tempo prima di fare rientro a casa.
Quando è nata la passione per i camion? “Fin da giovanissima, quando ho fatto la patente della macchina, mi piaceva tantissimo guidare e avevo il desiderio di fare la patente del camion, ma è solo una ventina di anni fa che la mia vita lavorativa è cambiata ed è arrivata l’opportunità. Il mio titolare aveva un camion e mi ha proposto di conseguire la patente superiore, la C/E”.
Non guidi solo la macchina e il camion: “La passione per i motori è davvero forte, ho guidato fino a pochi anni fa anche la moto di mio fratello, una moto da strada… Stai pensando che sono matta? Lo sono davvero”, sorride.
Che emozioni dà guidare un camion? “La penso come i camionisti, mi piace essere il bisonte della strada, ti senti grande. Adesso sto guidando un camion 12 metri, il massimo che puoi guidare con la patente C, però ho anche quella per il bilico o per la macchina rimorchio anche se per adesso non la uso. Quando sono giù e guardo il mio camion mentre lo stanno caricando e scaricando con il carrello elevatore mi dico ‘ma ti rendi conto che sei tu che lo porti in giro?’, quando invece sto guidando proprio non ci penso, sono attenta alla guida, anche perché oggi a guidare ci vogliono otto occhi per guidare la macchina, figuriamoci per noi”. ”

ARTICOLO COMPLETO SUL NUMERO IN EDICOLA DAL 6 MARZO

 

La storia di Elisa

 

A riprova che vedere donne che fanno le camioniste fa ancora stupore, ogni anno in occasione della festa della donna trovo sempre qualche intervista alle nostre colleghe, questa volta è Elisa che si racconta in un articolo su “Il Gazzettino” e a cui auguriamo una buona strada sempre!

Questo è il link:

https://www.ilgazzettino.it/nordest/padova/festa_della_donna_elisa_ravarotto_camionista-9401072.html

 

E la sua storia:

Dalla cassa di un supermercato al sedile di guida di un camion. Nove anni fa Elisa Ravarotto, associata di Cna, ha deciso di cambiare strada e di entrare nel mondo degli autotrasporti, un settore tradizionalmente poco frequentato dalle donne. Oggi, insieme al marito Andrea, gestisce l’azienda Autotrasporti Rinaldo: guida i mezzi, segue l’amministrazione e continua ad aggiornarsi professionalmente.

Di che cosa si occupa?
«Ho un’azienda di autotrasporti con mio marito, si chiama Autotrasporti Rinaldo. Guido i camion e mi occupo anche della parte amministrativa».

Che cosa le piace di più del suo lavoro?
«Il fatto che ogni giorno imparo una cosa nuova. Ogni volta che salgo sul mezzo scopro qualcosa che prima non sapevo, che va ad aggiungersi alle mie conoscenze».

Qual è stata la sfida più grande che ha dovuto affrontare nel suo percorso lavorativo?
«Mi sono approcciata a un mondo totalmente nuovo per me. A colpirmi, da subito, sono state le misure del camion. La prima volta che sono salita sul mezzo ero senza parole. Ma non solo, mi sono anche impegnata nello studio. Lavoro anche come consulente e sono responsabile tecnico della gestione dei rifiuti».

Intervista a Sharon, una giovane collega

 

In questa intervista di Valeria Civale su “Sportpress24”, la bella storia della giovane collega Sharon, che racconta la sua esperienza tra pregiudizi da affrontare e sogni realizzati. Il mondo dell’autotrasporto è ancora abbastanza maschilista e in quanto donne bisogna dimostrare continuamente la propria bravura per essere accettate appieno. Eppure il camion, ci dice lei,  non sa se chi lo guida è uomo o donna!

Buona strada sempre Sharon!

Questo è il link dell’articolo:

https://www.sportpress24.com/2026/02/04/il-camion-non-sa-se-sei-uomo-o-donna-sharon-28-anni-autotrasportatrice-la-strada-i-pregiudizi-e-la-liberta-vista-dallalto-di-un-bilico/

 

E questa la sua intervista:

“Il camion non sa se sei uomo o donna” Sharon 28 anni autotrasportatrice: la strada, i pregiudizi e la libertà vista dall’alto di un bilico

C’è chi trova la libertà viaggiando. Sharon, 28 anni, la trova guidando un camion lungo le autostrade italiane all’alba. È cresciuta tra motori e viaggi accanto al padre, anche lui autista. Poi la vita l’ha riportata lì, sul sedile alto di un bilico, dove ogni giorno affronta chilometri, silenzi, paesaggi mozzafiato e pregiudizi duri a morire. La sua non è una storia “eccezionale”: è la storia di una lavoratrice che ha scelto di restare dove si sente se stessa.

Sharon, quanti anni hai e da quanto tempo fai questo lavoro?

Sono friulana, nata da madre colombiana e papà italiano. Sto per compiere 28 anni. La patente per il camion l’ho presa nel 2021, a 23 anni, e ho iniziato a lavorare come autotrasportatrice nel 2022. All’inizio facevo consegne per la posta, poi sono passata al bilico.

Come sei arrivata a questo lavoro?

Era il lavoro di mio papà. Aveva una piccola azienda ed era l’unico autista. Ho passato tantissimo tempo in viaggio con lui, e mi aveva quasi fatto promettere che non l’avrei mai fatto come mestiere. Invece eccomi qui.

Quando è mancato, ho dovuto mettermi a lavorare. Ho lasciato l’università e sono entrata in Poste Italiane come postina. Lì ho conosciuto una collega che guidava il camion. Mi sono legata molto a lei, forse perché mi ricordava papà. Un giorno mi ha chiesto: “Hai mai pensato di guidarlo tu il camion?” C’era bisogno di autisti e c’erano incentivi statali e regionali. È stata lei a darmi l’input.

Cosa facevi prima di guidare il camion?

Mi sono diplomata in scultura e pittura al liceo artistico di Udine. Poi mi sono iscritta a Informatica all’università, ma ho dovuto lasciare dopo la morte di mio papà. Il mio primo vero lavoro è stato la postina: prima in motorino, poi con la Panda per consegnare i pacchi.

Perché questo mestiere?

Un po’ per restare vicina a mio papà, un po’ per necessità economica. Non è nata da una passione romantica, ma dal percorso della mia vita. Se non avessi incontrato quella collega, forse non ci avrei mai provato davvero.

Io però questo mondo lo conoscevo già. Ho viaggiato tante volte con mio padre. L’ultimo viaggio insieme è stato a Londra: ho compiuto 21 anni il giorno in cui siamo arrivati. Quando qualcosa fa parte della tua quotidianità, non la vivi come una cosa eccezionale. Per me è stato così.

Hai trovato resistenze all’inizio?

Sì, tantissime. Dalle frasi “non è un lavoro da donna” a “non sarebbe meglio guidare una corriera?”. C’è ancora l’idea del camionista uomo, burbero, trasandato, ignorante. Io ero l’opposto: giovane, donna, senza esperienza.

Mi sono sentita dire cose come: “Non assumiamo donne perché non sono capaci di guidare” oppure “Perché poi restate incinte”. Ho preso la patente a luglio e ho iniziato a lavorare solo a novembre. Mi sentivo frustrata. Un’amica mi disse di lasciar perdere, e quella frase mi ferì tantissimo. Perché avrei dovuto darla vinta agli altri?

Oggi rifarei tutto, con fatica e umiliazioni comprese. Il posto in cui sono è quello in cui volevo essere.

Com’è la tua giornata tipo?

Non esiste una sola giornata tipo. Faccio tratte nazionali, quindi spesso dormo fuori, direttamente in camion, che è attrezzato per questo.

Se devo affrontare un viaggio lungo, la sveglia suona alle 3 o alle 3:30. Si parte verso le 4:30. La guida è regolata per legge: massimo 9–10 ore al giorno, con pause obbligatorie. Si arriva al primo scarico o carico, poi si prosegue seguendo le indicazioni dell’ufficio fino a fine turno.

Verso le 17 inizio a cercare un posto dove fermarmi per dormire, ed è una delle parti più difficili. Se riesco, faccio una doccia. Poi ceno: mi faccio la spesa e cucino sul camion, ho un fornelletto e la macchinetta del caffè. Anche il riposo è regolamentato: servono almeno 9 o 11 ore di pausa.

Quando invece lavoro in zona il ritmo è più frenetico, con più consegne, ma la sera torno a casa.

Quali sono gli aspetti positivi e quelli negativi?

La cosa che amo di più è l’indipendenza. Molti pensano che stia chiusa 13 ore in una scatola, ma io lì dentro trovo libertà. Posso riflettere, ascoltare musica, podcast, audiolibri. Dopo una vita frenetica, questo tempo lento per me è prezioso.

Ho visto albe, tramonti, paesaggi meravigliosi. E questo lavoro mi ha fatto crescere l’autostima: mi ha dimostrato che posso fare cose che prima pensavo impossibili.

L’aspetto negativo sono gli orari. Svegliarsi alle 3:30 è durissimo. E resta poco tempo per la vita privata: il weekend lo passo a recuperare tutto quello che non riesco a fare in settimana. Però, per ora, per me il gioco vale la candela.

Cosa cambia in questo lavoro essere una donna?

Il camion non ha bisogno del test del DNA per funzionare. Non sa se sei uomo o donna, quanti anni hai o da dove vieni. Risponde ai tuoi comandi, punto.

La differenza sta negli altri. A volte vengo trattata con eccessiva “delicatezza” perché sono donna, e non mi piace. Voglio rispetto, non favoritismi. Se ho bisogno di aiuto, lo chiedo.

Altre volte c’è mansplaining continuo, e ti fa sentire piccola quando piccola non sei. E poi c’è la vulnerabilità: una notte, tornando dal bagno in un’area di sosta, sono stata scambiata per un’escort. Per molti, una donna lì non può essere un’autista. E questo dispiace.

Hai percepito pregiudizi?

Sì, molti. Le mie idee a volte venivano ignorate, per poi scoprire che avevo ragione. Oppure i complimenti tipo: “Brava per essere una donna” dopo una manovra difficile.

Mi sono sentita osservata e valutata molto più dei colleghi uomini, soprattutto all’inizio. Ho dovuto dimostrare di più per meritarmi quel posto. Ma proprio per questo la soddisfazione oggi è ancora più grande.

Che rapporto hai con la solitudine?

Amo stare da sola. In camion posso ascoltare musica, cantare, informarmi, stare con i miei pensieri. È uno spazio in cui mi ascolto davvero.

Certo, a volte la solitudine pesa. Allora chiamo amici e famiglia. All’inizio è stato difficile abituarsi a questo ritmo, ma ora mi fa stare bene.

Il camion ti fa sentire più in alto?

Sì, fisicamente e simbolicamente. Vedi il mondo da un’altra prospettiva. Ti senti grande e potente, ma è una grande responsabilità. Non bisogna mai essere arroganti: quei volumi richiedono mille occhi e massimo rispetto per gli altri.

C’è un momento che ti è rimasto impresso?

Gennaio 2025, nelle Marche. Avevo il mare alle spalle e le montagne innevate davanti. Uno dei momenti più emozionanti della mia vita. I paesaggi sono un regalo continuo: albe in laguna, strade deserte, luci che sembrano fermare il tempo.

Ti vedi a fare questo lavoro in futuro?

Sì, assolutamente. Non riesco a immaginarmi in un altro lavoro che non sia su un camion. Lo amo profondamente. Forse anche perché ho rotto uno schema. Mi piace essere diversa.

Cosa diresti a una ragazza che vuole fare questo mestiere?

 

Di provarci. Non c’è nessuna legge che lo impedisce. È un lavoro come un altro. Non siamo supereroi, siamo lavoratori.

Questo mestiere mi ha insegnato pazienza, calma e fiducia in me stessa. E penso che ognuna abbia il diritto di provare e anche di cambiare idea, se un giorno non le piace più. Non è una missione di vita: è un lavoro. Ma può diventare un pezzo importante della tua felicità.

Dopo aver letto l’articolo, che le ho mandato per sua approvazione, Sharon mi ha inviato questa mail che ho deciso di riportare per intero, in versione originale:

“Ciao Valeria.

Esordisco dicendoti che mi hai fatto emozionare davvero tanto.
Il testo è bellissimo, e sento che hai dentro tanto e colto molto.
Io non sono un’esperta ma credo che non abbia bisogno di correzioni.
Non saprei cos’altro aggiungere se non ringraziarti con il cuore per aver dedicato le tue risorse a scrivere queste righe.
È emozionante vedere che la propria vita ha qualcosa di speciale tanto da venir raccontata.
Ho scordato di accennare una cosa importante però (ero emozionata), ovvero che questo mestiere mi ha permesso di conoscere la persona della mia vita, in autoscuola, facendo proprio la patente del camion. La giusta sensazione che questa sia la mia strada è costantemente confermata da tante cose, e bisogna seguire sempre il nostro istinto.
Valuta tu se inserire anche questo nell’articolo, lascio valutare a te.
Ti chiedo solo di aggiungere una piccola cosa (sintetizza pure ): è vero che molti maschi (li chiamo così volutamente) sono stati sostanzialmente delle spiacevoli… deiezioni di cane calpestate lungo il mio cammino, ma ce ne sono altrettanti che hanno e rendono il mio mio percorso ricco e umano.
Molti uomini (di quelli veri) mi hanno accolto e trattata come una di loro, con entusiasmo e fratellanza, soprattutto comprensione nei primi momenti come chi mi ha insegnato a guidare l’autoarticolato, o chi mi ha dato la sua disponibilità (quasi H24) a chiamarlo per aiutarmi nei momenti difficili, anche fosse solo capire quale strada fare. Ma in generale a coloro che mi hanno fatto sentire che quella cosa lì, il camion, lo condividevano con me con piacere, e non solo per pietà verso una donna per loro fuori luogo di cui ridere alle spalle.
Il mio compagno e la mia famiglia mi hanno sempre sostenuta e incoraggiata a fare ciò che ritenevo giusto per me, avere questo supporto è stato il carburante che mi fa andare avanti.
Ci tengo a non far passare il banale e triste messaggio che i maschi tossici ci incriminano: che noi donne ce la prendiamo con la categoria tutta. 
Sono grata e riconosco il valore a tutti gli uomini che sono passati nella mia vita e che passeranno che hanno contribuito alla mia crescita.
Ti ringrazio ancora  ❤️
Un abbraccio
Sharon”

 

 

La storia di Samantha

 

Tornano le interviste di Elisa Bianchi di “Uomini e Trasporti” nella rubrica “Anche io volevo il camion” dedicate alle donne camioniste.

Questa volta la protagonista è Samantha, romagnola, al volante dal 2019 quando di anni ne aveva 26.

Questo è il link dell’articolo:

https://www.uominietrasporti.it/rubriche/anche-io-volevo-il-camion/samantha-sartori-dallallevamento-al-camion-inseguendo-i-tramonti/

E questa la prima parte della sua intervista:

Samantha Sartoni, dall’allevamento al camion inseguendo i tramonti

Da allevatrice a camionista, il viaggio di Samantha Sartoni come autista inizia a soli 26 anni, tra trasporto di uova, passione per i motori e sogni ambiziosi

–

«Se dicessi che questo lavoro è sempre stata la mia aspirazione, mentirei. Non era il mio sogno nel cassetto, però di una cosa ero certa: chiudermi in fabbrica o in un ufficio non faceva per me. Preferisco stare all’aperto». L’accento romagnolo arriva forte e chiaro, anche se filtrato da un cellulare. Dall’altro capo della cornetta c’è Samantha Sartoni, giovane autista 31enne, alla guida da quando di anni ne aveva 26. Era il 2019 quando Samantha decise di prendere le patenti, dopo qualche esperienza lavorativa prima nell’industria, poi nel mondo degli allevamenti.

«La prima patente, dopo quella della macchina, in realtà è stata quella della moto, a 24 anni», ci racconta. «Sono sempre stata un’appassionata di motori e mi piace guidare qualunque mezzo». Dalla Ducati Streetfighter, che guida ancora oggi, al camion il passo però non è così scontato.

Cosa ti spinto a prendere le patenti del camion?

Il mio ex fidanzato faceva il rottamaio e ogni volta che potevo andavo con lui sul camion a fare un giro. In più di qualche occasione mi ha fatto provare qualche manovra in piazzale e così, una manovra dopo l’altra, mi sono appassionata tanto che ho deciso di fare le patenti. Devo ammettere che si è trattato di un investimento non indifferenze, ma la fatica, sia economica sia a livello di studio, è stata ripagata.

E il lavoro come è arrivato?

Non ho avuto difficoltà a trovare un impiego, ma ho iniziato lavorando solo stagionalmente, trasportavo la frutta. Io però sono giovane e da buona romagnola non so stare ferma, quindi cercavo qualcosa di più stabile, che è arrivato grazie ad un colpo di fortuna, o grazie al destino forse. Un giorno sono passata a trovare un ex collega nell’azienda agricola in cui avevo lavorato in precedenza, la Sabbatani di San Lorenzo In Noceto, una piccola frazione del comune di Forlì. Mi disse che un autista era appena andato in pensione e che stavano cercando qualcuno che potesse prendere il suo posto. Mi sono proposta e mi hanno presa. Oggi lavoro ancora per loro.

Cosa trasporti prevalentemente?

Alcuni colleghi fanno mangime, io invece trasporto un prodotto molto più delicato: le uova. Per ovvie ragioni, bisogna stare molto attenti, e devo ammettere che ogni tanto qualche frittata capita, letteralmente!

E cosa guidi?

Dipende, il bilico o la motrice a tre assi, a seconda delle esigenze. Sempre Volvo però.

Nella stessa azienda avevi già lavorato, anche se con un’altra mansione. Come è cambiata la tua vita quotidiana?

Il fatto di aver lavorato in precedenza per la stessa realtà sicuramente mi ha agevolata, perché già conoscevo molte cose. Prima mi occupavo della raccolta uova, o del carico delle galline, ma sapevo che non faceva per me. Oggi invece sento di aver trovato qualcosa che davvero mi piace, anche se non è una vita facile. La mia giornata inizia alle tre del mattino, si parte per il centro Italia e si rientra nel pomeriggio o la sera, a seconda del traffico. Con questo lavoro è impossibile avere degli orari fissi, ma se c’è la passione allora non serve altro.

All’epoca avevi già ipotizzato di proporti come autista?

Sinceramente no, in quel periodo gli autisti c’erano e come ho detto non era un mio sogno nel cassetto quello di guidare un camion. Poi la vita mi ha portata in questa direzione e il destino ha fatto il resto.

Oggi puoi dire di aver trovato la tua strada?

Sento che è il lavoro che fa per me, mi piace davvero. Certo è una bella responsabilità perché stare sempre in strada non è facile, però godo della libertà di cui sentivo di aver bisogno. Anche se i viaggi e le strade che faccio sono più o meno sempre le stesse, non posso dire che sia un lavoro ripetitivo. E poi mi dà modo di godere di tramonti bellissimi!

La solitudine è un plus di questo mestiere, o uno svantaggio?

Nella mia solitudine, in cabina, io sto benissimo! Però ogni tanto è anche bello scambiare qualche chiacchiera con un collega al carico o allo scarico, o anche con il baracchino.


(…) continua  su   https://www.uominietrasporti.it/rubriche/anche-io-volevo-il-camion/samantha-sartori-dallallevamento-al-camion-inseguendo-i-tramonti/

Buona strada sempre a Samantha!

La storia di Giulia, autista a Roma

 

 

La bella storia di Giulia, giovane autista dell’atac di Roma in questo articolo de “Il Messaggero”.

 

Il link dell’articolo:

https://www.ilmessaggero.it/roma/metropoli/intervista_autista_atac_roma_giulia_polidori-8382636.html

 

Inizia cosi:

Roma, le nuove autiste della città, parla Giulia Polidori: «Al volante come mia madre, il bus è una seconda casa»

Roma, le nuove autiste della città, parla Giulia Polidori: «Al volante come mia madre, il bus è una seconda casa»
di Fernando Magliaro
4 Minuti di Lettura
Martedì 1 Ottobre 2024, 13:39

«Per questo lavoro serve passione. Non è, almeno per me, un lavoro come un altro. Io sono nata, possiamo dirlo così, sui bus Atac».
Giulia Polidori ha 28 anni. È una delle ultime assunte in Atac. Guidare i bus non sembra esattamente un mestiere per donne. Solo il 5% dei nuovi conducenti è una donna.

 

 

«Possiamo dire che le donne sono sempre state una parte minoritaria in questo lavoro che è a prevalenza maschile. Io personalmente non la vedo così, però. Forse è una cosa che è rimasta agli anni passati».
Ma se vengono assunte 12 donne su 299, evidentemente non sono attratte dal lavoro. È un problema di orari e turni? Un lavoro che ha incidenza sulla vita familiare, sui figli?
«Sicuramente questo non è un lavoro facile. Questo è un lavoro che ti deve piacere e appassionare. La guida di un mezzo pesante è una cosa di responsabilità, nostra, dei passeggeri e di chi incrociamo per la strada. Quindi, secondo me, questo non è un lavoro che si fa tanto per fare ma ti deve appassionare. A me piace guidare, mi piacciono i mezzi pesanti. Ti deve piacere di lavorare su turni e a me piace perché mi consente di gestire la vita privata come dico io. Ad esempio, faccio il turno di notte il venerdì poi il sabato sono libera e vado al mare. Io sono mattiniera, quindi faccio più possibile la mattina così poi ho tempo per il mio compagno, per la palestra, per uscire».

 

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(…) continua nella pagina de “Il Messaggero”

 

 

 

Federica guida i bus

 

Questo è un articolo pubblicato su Vanity Fair in occasione della Festa della donna, l’8 di marzo. E’ la storia di Federica che da bambina sognava di guidare gli autobus e…c’è riuscita! E questo lavoro le da grandi soddisfazioni, anche e soprattutto quando riesce a far cambiare idea ai suoi passeggere sulle “donne al volante”!

Buona strada sempre Federica!

 

Il link:

https://www.vanityfair.it/article/federica-bus-autista-donna-al-volante

Il testo:

Federica che guida i bus: «Basta un viaggio per far cambiare idea a chi non si fida di una donna al volante»

In famiglia guidano tutti e lei ha la passione da bambina per un mestiere che l’ha portato a diventare autista per FlixBus. In Italia solo il 16% delle persone che attualmente svolgono questa professione è donna

Borman Federica Bocchinfuso
Borman – Federica Bocchinfuso

Se avessero chiesto da bambina a Federica Bocchinfuso cosa voleva fare da grande, avrebbero avuto una risposta immediata e ben poco usuale: guidare un bus, ma anche guidare e basta. Un sogno realizzato e condiviso in famiglia. «Nasce tutto da mio padre che è il titolare di una scuola guida», racconta la 31enne autista FlixBus originaria di Cellino San Marco, nel brindisino, «Ho conseguito lì tutte le patenti, amo guidare e mi piace vedere posti nuovi. Una sfida personale contro i pregiudizi sulle donne al volante e un divertimento per me».

Si diverte anche quando le persone vedendola arrivare, giovane e donna, fanno facce che dicono chiaramente che si fidano poco. Basta un viaggio per cambiare idea. Se la cosa più faticosa infatti è l’organizzazione fra turni, lontananza e riposo, la più grande soddisfazione sono i passeggeri. «Quando arrivano a fine corsa e vengono appositamente da me a complimentarsi, a chiedere l’indirizzo e-mail al quale mandare un’email perché vogliono fare delle recensioni sul mio conto. Dicono che hanno preso sonno e si sono rilassati quando alla partenza si sentono frasi come “chissà se arriviamo”, “ma siamo sicuri?”, “Scusi signora, ma l’autista dov’è?”. Ci sono state delle persone delle clienti che si sono fatte foto con me per mostrarle ai mariti».

Sono sei anni che fa questo mestiere. Per Flixbus le sue tratte vanno da Lecce a Napoli e a Roma, ma fa altre tratte e viaggi anche all’estero. Per esempio accompagna i ragazzi che vanno a visitare i campi di concentramento, un viaggio di 9 giorni. Fa un mestiere molto richiesto, tanto che esistono in molte città incentivi, come il pagamento del corso della patente, per trovare autisti. Ne mancano almeno 8.000 in tutta Italia e solo il 16% delle persone che attualmente svolgono questa professione è donna.

«Difficile guidare? A me viene naturale. Dopo che hai imparato è come la bicicletta non lo dimentichi. Devi fare le curve un po’ più larghe e guardare di più gli specchietti. Diamo una mano a livello ambientale (l’autobus può sostituire fino a 30 auto private su strada, in base all’analisi Well-to-Wheel di atmosfair 2021, il fattore di emissione medio di un FlixBus in Europa è di 26 g per persona per km, con l’obiettivo di diventare carbon neutral in Europa entro il 2040 e a livello globale entro il 2050) e permettiamo alle persone di non dover prendere l’auto e viaggiare tranquille. I mezzi moderni poi ti permettono di guidare più facilmente: il cambio automatico, il servosterzo, il volante non dico che è più leggero di quello della macchina, ma più maneggevole».

Federica che guida i bus «Basta un viaggio per far cambiare idea a chi non si fida di una donna al volante»

Federica Bocchinfuso, premiata per il maggior numero di turni diurni fra i conducenti impiegati sulle linee FlixBus, consiglierebbe questo mestiere a tutti quelli che vogliono vedere tante realtà e conoscere persone. «La gratificazione sta nelle persone che si siedono nei primi posti per scambiare qualche parola e in quelli che si ricongiungono. Tante volte genitori mi hanno ringraziato per aver riportato i figli a casa. Chi ci sceglie trova un buon compromesso fra servizio e costo: tante famiglie vanno a Napoli per partire in crociera e spendono meno rispetto al treno».

Le statistiche dicono che sono meno gli incidenti causati da donne al volante e che in generale le donne sono più sicure alla guida. «Prestiamo più attenzione alla guida e anche con i clienti» conclude Federica invitando a fare un viaggio con lei e provare quanto questo sia vero.

Alla ricerca di nuove camioniste

 

E’ interessante vedere come adesso le donne “interessino” al mondo dell’autotrasporto, adesso che i “maschietti” non hanno più la vocazione, non desiderano più diventare camionisti, ecco che si sono accorti di noi femminucce, ed è tutto un fiorire di iniziative per invogliare le donne a intraprendere questa carriera “on the road” un pò in tutta Europa.

E se da una parte fa piacere vedere che si sono accorti che ne abbiamo la capacità, dall’altra rimane un pò di rammarico per tutte le porte in faccia ricevute nel corso degli anni passati quando ci veniva detto “Non è un lavoro per donne”…

Ho trovato questo articolo su Trasporto Europa, questo è il link:

 

https://www.trasportoeuropa.it/notizie/autotrasporto/xpo-logistics-avvia-formazione-dedicata-alle-donne-camionista/

 

Il testo:

Xpo Logistics avvia formazione dedicata alle donne camionista

 

Xpo Logistics ha avviato in Gran Bretagna e Irlanda l’attività della Female Driver Academy, dedicata alle donne che guidano i veicoli industriali. Aumentare l’occupazione femminile è infatti uno dei modi con cui l’autotrasporto cerca di affrontare la carenza di autisti. Le partecipanti seguiranno un programma di formazione intensiva della durata di 12-16 settimane, sviluppato dal gruppo interno di formazione di Xpo Logistics, per migliorare e affinare le loro competenze. L’obiettivo è creare un gruppo di autiste altamente qualificate e professionali, ben familiarizzate con i clienti e i prodotti dell’azienda. Questo progetto è sostenuto dal cliente Saint-Gobain UK e Irlanda, che offrirà ruoli lavorativi nelle loro operazioni di British Gypsum e Pam.

Il programma è già iniziato con alcuni giorni di valutazione delle candidate. “Assumeremo le partecipanti fin dal primo giorno, in modo che possano guadagnarsi da vivere mentre si formano per diventare una parte vitale del nostro team”, spiega Lynn Brown, vicepresidente delle risorse umane per Regno Unito e Irlanda di Xpo Logistics. “I nostri formatori affiancheranno le candidate, garantendo che possano apprendere da qualcuno con esperienza diretta e ricevere il miglior supporto possibile”. Le prime partecipanti della Female Driver Academy inizieranno a guidare camion per la multinazionale del trasporto entro agosto del 2024.

La Female Driver Academy di Xpo è parte della Driver Excellence Academy dell’azienda, istituita per aiutare persone che desiderano formarsi come autisti di veicoli industriali. L’unico requisito è che i partecipanti devono avere almeno diciotto anni per guidare un camion. Ogni tirocinante della Driver Excellence Academy lavora per ottenere la qualifica pertinente per il tipo di veicolo che desidera guidare. Ad esempio, una patente B per auto può essere aggiornata a una C o CE. È anche possibile passare direttamente da una patente B a una patente CE.

Sfide e successi delle donne camioniste

 

Dal sito “WOMEN 4” questo bell’articolo dedicato alle donne camioniste e in particolare alla nostra collega Laura Broglio che è anche ambassador di Women4,  si racconta la sua storia come esempio per tutte le donne che desiderano intraprendere questo mestiere, c’è anche una citazione al nostro libro “Soprattutto camioniste”…  è un articolo da leggere tutto d’un fiato!

 

Il link:

https://women4.gigroup.it/blog-articles/sfide-e-successi-delle-donne-camioniste

 

L’articolo:

Sfide e successi delle donne camioniste

 

Nel mondo del trasporto su strada, il ruolo delle donne camioniste sta guadagnando importanza. Nonostante le sfide che le donne affrontano in questo settore, dalle barriere culturali ai pregiudizi di genere, sono sempre di più le donne camioniste in Italia che rompono gli schemi e scelgono questa professione. Raccontare le loro storie celebra i loro successi in un campo tradizionalmente dominato dagli uomini e contribuisce a promuovere l’uguaglianza di genere sul lavoro.

Cosa significa guidare un camion per una donna

Anche se la presenza femminile nel settore dei trasporti pesanti è un fenomeno recente, è frutto di una evoluzione sociale e lavorativa maturata nel tempo. Camion e donne sembrano due mondi agli antipodi. Lasciando da parte il luogo comune che vuole le donne poco portate alla guida – diceria smentita dai dati sugli incidenti al volante che vedono gli uomini e non le donne come i maggiori responsabili – sono altri i fattori che hanno contribuito a erigere una barriera maschile e maschilista tra donne e camion.

Guidare un camion significa avere competenze tecniche sui motori e relazionarsi principalmente con colleghi uomini. Vuol dire macinare chilometri su chilometri alla guida di mezzi pesanti lungo tragitti che tengono lontano da casa e dalla famiglia per giorni o addirittura settimane. E implica non avere paura di dormire parcheggiati nelle piazzole di servizio. Insomma, un panorama privo di comfort che ha contribuito ad alimentare la percezione di una professione sostenibile solo da uomini duri. Invece, negli ultimi anni queste barriere mentali hanno iniziato a sgretolarsi.

Il primato italiano delle donne camioniste

Secondo il Driver Shortage Report 2022 dell’IRU (International Road Transportation Union), l’Italia vanta il primato europeo di donne al volante di mezzi pesanti, con il 6,2% della forza lavoro nel settore, ben al di sopra della media europea del 3,2%. Questo dato testimonia la determinazione delle donne camioniste italiane nel perseguire la loro passione per la guida di camion e tir.

Il fenomeno è particolarmente evidente nel Nord Italia, dove molte donne trovano opportunità di lavoro nelle aziende di famiglia del settore dell’autotrasporto. Nonostante le difficoltà legate ai costi delle patenti – che possono arrivare a 4 mila euro – e alle competenze richieste, il numero di donne camioniste è in costante aumento.

Riconoscimenti e storie di donne camioniste

Per favorire l’accesso delle donne alla professione di camionista e sopperire alla carenza di nuovi autisti, ci sono aziende che si offrono di coprire le spese per il conseguimento delle patenti. Non solo: il governo italiano ha introdotto un bonus patente che agevola economicamente le aspiranti donne camioniste under 35.

Gli eventi e i premi dedicati alle donne camioniste in Italia, come il “WoMAN’s Day” un evento formativo realizzato da MAN Truck and Bus Italia e dedicato alle donne camioniste, o il “Sabo Rosa” vinto da Laura Broglio, camionista e blogger che con la sua storia ispira altre donne a seguire questa strada, aiutano ad abbattere i pregiudizi e promuovere la valorizzazione e la formazione della figura della donna camionista ancora poco considerata.

Nel libro “Soprattutto Camioniste”, 52 autiste parlano delle loro esperienze di vita in altrettanti racconti e spiegano com’è la vita delle donne camioniste in Italia. Pur nelle differenze, da ogni storia narrata emerge un punto in comune: la passione per questo lavoro vissuto come realizzazione di un sogno, da difendere con orgoglio di fronte a pregiudizi e ostacoli.

Il messaggio lanciato chiaramente è che quello tra donne e camion è un rapporto che funziona e chi vive questa professione come una passione non ci sta a farsi dire che si tratta “di un mestiere per uomini”.

Laura Broglio: la donna camionista italiana più famosa

Laura Broglio è l’emblema delle donne camioniste di successo. La testimonianza della camionista di Rovigo è una delle più ispiratrici tra le donne che hanno scelto di mettersi al volante di mezzi pesanti. Laura si è avvicinata al mondo dei camion quasi per caso, accompagnando l’ex fidanzato a un raduno. A quel tempo, Laura studiava Lettere moderne all’Università, insegnava danza hip-hop e sognava di diventare insegnante. Eppure, le è bastato mettere piede su un camion per dare una sterzata inaspettata e radicale al suo progetto di vita futura.

Salendo su un tir si è sentita trasportata in una dimensione di libertà, forza e indipendenza che cercava. È stato un vero colpo di fulmine al quale non ha saputo dire di no. Con coraggio, ha abbandonato gli studi universitari e, senza dir niente ai genitori, ha usato i soldi della rata universitaria per coprire i costi delle patenti professionali. In soli tre mesi ha ottenuto le qualifiche necessarie per guidare i mezzi pesanti. Una scelta controcorrente che inizialmente ha spiazzato famiglia e amici.

Nella sua attività di camionista, Laura punta molto su logistica e tecnologia, testando i nuovi mezzi pesanti. È molto attiva con il suo blog “Siamo Carichi” dove racconta con passione il suo mestiere, tra vizi e virtù, e nel 2021 ha anche pubblicato un e-book dallo stesso titolo. Oggi è ambassador di Women4, e il suo impegno e la sua determinazione nell’inseguire i propri sogni nonostante i pregiudizi le sono valsi il premio “Sabo Rosa”, che ogni anno viene assegnato a una donna occupata nella filiera dei trasporti pesanti. Un riconoscimento al valore della passione che, in Laura, diventa coraggio di prendere in mano la propria vita e dare concretezza ai propri sogni.

Le donne camioniste italiane stanno tracciando la strada verso l’inclusività e valorizzazione del talento femminile nel settore dei trasporti. La storia di Laura Broglio dimostra come passione, competenza e coraggio possano abbattere stereotipi e barriere di genere con tenacia e amore per il proprio lavoro. Il suo esempio può ispirare tante altre donne a mettersi al volante di un camion o, comunque, ad assecondare le aspirazioni professionali, anche in settori tradizionalmente maschili come quello dei trasporti pesanti. Per dimostrare che è giusto inseguire i propri sogni, e che non esistono professioni precluse in base al genere.

Camioniste donne

 

Dal sito “Truck Style” un bel articolo dedicato alle camioniste donne e al loro approcio a questo mestiere.

Questo è il link:

https://www.truckstyle.it/it/blog/camioniste-donne-qual-e-oggi-la-realta-511

E il testo:

 

Camioniste donne
Qual è oggi la realtà

Europarts Srl

Quello delle camioniste donne è un fenomeno in crescita che sfida gli stereotipi. Infatti, se pensate che il camion sia una cosa da uomini, vi sbagliate di grosso: sempre più donne scelgono di fare della guida di questi mezzi pesanti la loro professione, affrontando le sfide e le difficoltà di un lavoro che richiede passione, dedizione e competenza.

Ma qual è oggi la realtà delle camioniste donne in Italia e nel mondo? Qual è l’approccio delle donne a questo tipo di professione e, soprattutto, come vengono percepite in un ambiente da sempre prevalentemente maschile?

I dati
Secondo i dati dell’Unione Europea, le donne rappresentano il 14% dei conducenti professionali di veicoli pesanti nell’UE, con una percentuale che varia dal 2% in Grecia al 28% in Lettonia.
E a casa nostra? In Italia, le camioniste donne sono circa il 6% del totale, con una crescita del 50% negli ultimi dieci anni. Si tratta, in realtà, di un numero ancora basso, ma in costante aumento, che testimonia il cambiamento culturale e sociale in atto.

La realtà di questa professione declinata al femminile
Le motivazioni che spingono le donne a intraprendere questa carriera sono diverse: alcune seguono la tradizione familiare, altre cercano un’alternativa alla precarietà e alla disoccupazione, altre ancora sono attratte dalla libertà e dall’avventura che il camion offre. Ma tutte condividono la passione per la strada e per il proprio mezzo, che diventa quasi un compagno di vita.

Le camioniste donne devono però affrontare anche delle difficoltà e degli ostacoli, sia pratici che psicologici. Tra i primi ci sono la mancanza di servizi igienici adeguati nelle aree di sosta, la scarsa sicurezza nelle zone isolate o degradate, la fatica fisica e mentale dovuta alle lunghe ore di guida e ai ritmi stressanti. Mentre a livello psicologico ci sono i pregiudizi e le discriminazioni da parte di alcuni colleghi uomini, che non accettano di vedere le donne al volante di un camion, o che le sottovalutano o le molestano. Per questo motivo, molte camioniste donne preferiscono addirittura non mettere in evidenza il proprio genere, indossando abiti neutri e, ad esempio, nascondendo i capelli sotto un cappello.

Ma ci sono anche tante storie positive e incoraggianti, di donne che hanno trovato nel camion una fonte di soddisfazione personale e professionale, e che hanno saputo guadagnarsi il rispetto e la stima dei loro colleghi e dei loro clienti. Alcune di queste donne si sono anche unite in associazioni o gruppi sui social network, per condividere le loro esperienze, i loro consigli e il loro sostegno reciproco.

Le camioniste donne sono, quindi, una realtà in crescita, che dimostra come il camion non sia una questione di genere, ma di abilità, professionalità e passione. Sono donne che hanno scelto di seguire il loro sogno senza lasciarsi intimidire dagli stereotipi o dalle difficoltà. Sono donne che hanno fatto del camion non solo un lavoro, ma uno stile di vita.

 

La storia di Paola

 

Un articolo dedicato a una collega, Paola, su “La Guida. it” (Cuneo e provincia), purtroppo è riservato agli abbonati e si possono leggere solo le prime righe, ma volevamo comunque augurare buona strada alla collega!

Il link:

https://laguida.it/2024/04/27/paola-professione-camionista/

 

L’inizio dell’articolo:

 

“È sempre stato il sogno della mia vita. Sin da quei giorni in cui mio papà (all’epoca allevatore e commerciante di bovini notissimo ben oltre i confini della Granda: ndr) mi chiese di prendere la patente e mi fece sedere per la prima volta al posto di guida di un camion: avevo 19 anni. Fu per un breve periodo.
Poi 22 anni di fabbrica. E poi di nuovo quel sogno che, come il primo amore, ritorna prepotentemente attuale,