Intervista a Sharon, una giovane collega
In questa intervista di Valeria Civale su “Sportpress24”, la bella storia della giovane collega Sharon, che racconta la sua esperienza tra pregiudizi da affrontare e sogni realizzati. Il mondo dell’autotrasporto è ancora abbastanza maschilista e in quanto donne bisogna dimostrare continuamente la propria bravura per essere accettate appieno. Eppure il camion, ci dice lei, non sa se chi lo guida è uomo o donna!
Buona strada sempre Sharon!
Questo è il link dell’articolo:
E questa la sua intervista:
“Il camion non sa se sei uomo o donna” Sharon 28 anni autotrasportatrice: la strada, i pregiudizi e la libertà vista dall’alto di un bilico
C’è chi trova la libertà viaggiando. Sharon, 28 anni, la trova guidando un camion lungo le autostrade italiane all’alba. È cresciuta tra motori e viaggi accanto al padre, anche lui autista. Poi la vita l’ha riportata lì, sul sedile alto di un bilico, dove ogni giorno affronta chilometri, silenzi, paesaggi mozzafiato e pregiudizi duri a morire. La sua non è una storia “eccezionale”: è la storia di una lavoratrice che ha scelto di restare dove si sente se stessa.
Sharon, quanti anni hai e da quanto tempo fai questo lavoro?
Sono friulana, nata da madre colombiana e papà italiano. Sto per compiere 28 anni. La patente per il camion l’ho presa nel 2021, a 23 anni, e ho iniziato a lavorare come autotrasportatrice nel 2022. All’inizio facevo consegne per la posta, poi sono passata al bilico.
Come sei arrivata a questo lavoro?
Era il lavoro di mio papà. Aveva una piccola azienda ed era l’unico autista. Ho passato tantissimo tempo in viaggio con lui, e mi aveva quasi fatto promettere che non l’avrei mai fatto come mestiere. Invece eccomi qui.
Quando è mancato, ho dovuto mettermi a lavorare. Ho lasciato l’università e sono entrata in Poste Italiane come postina. Lì ho conosciuto una collega che guidava il camion. Mi sono legata molto a lei, forse perché mi ricordava papà. Un giorno mi ha chiesto: “Hai mai pensato di guidarlo tu il camion?” C’era bisogno di autisti e c’erano incentivi statali e regionali. È stata lei a darmi l’input.
Cosa facevi prima di guidare il camion?
Mi sono diplomata in scultura e pittura al liceo artistico di Udine. Poi mi sono iscritta a Informatica all’università, ma ho dovuto lasciare dopo la morte di mio papà. Il mio primo vero lavoro è stato la postina: prima in motorino, poi con la Panda per consegnare i pacchi.
Perché questo mestiere?
Un po’ per restare vicina a mio papà, un po’ per necessità economica. Non è nata da una passione romantica, ma dal percorso della mia vita. Se non avessi incontrato quella collega, forse non ci avrei mai provato davvero.
Io però questo mondo lo conoscevo già. Ho viaggiato tante volte con mio padre. L’ultimo viaggio insieme è stato a Londra: ho compiuto 21 anni il giorno in cui siamo arrivati. Quando qualcosa fa parte della tua quotidianità, non la vivi come una cosa eccezionale. Per me è stato così.
Hai trovato resistenze all’inizio?
Sì, tantissime. Dalle frasi “non è un lavoro da donna” a “non sarebbe meglio guidare una corriera?”. C’è ancora l’idea del camionista uomo, burbero, trasandato, ignorante. Io ero l’opposto: giovane, donna, senza esperienza.
Mi sono sentita dire cose come: “Non assumiamo donne perché non sono capaci di guidare” oppure “Perché poi restate incinte”. Ho preso la patente a luglio e ho iniziato a lavorare solo a novembre. Mi sentivo frustrata. Un’amica mi disse di lasciar perdere, e quella frase mi ferì tantissimo. Perché avrei dovuto darla vinta agli altri?
Oggi rifarei tutto, con fatica e umiliazioni comprese. Il posto in cui sono è quello in cui volevo essere.
Com’è la tua giornata tipo?
Non esiste una sola giornata tipo. Faccio tratte nazionali, quindi spesso dormo fuori, direttamente in camion, che è attrezzato per questo.
Se devo affrontare un viaggio lungo, la sveglia suona alle 3 o alle 3:30. Si parte verso le 4:30. La guida è regolata per legge: massimo 9–10 ore al giorno, con pause obbligatorie. Si arriva al primo scarico o carico, poi si prosegue seguendo le indicazioni dell’ufficio fino a fine turno.
Verso le 17 inizio a cercare un posto dove fermarmi per dormire, ed è una delle parti più difficili. Se riesco, faccio una doccia. Poi ceno: mi faccio la spesa e cucino sul camion, ho un fornelletto e la macchinetta del caffè. Anche il riposo è regolamentato: servono almeno 9 o 11 ore di pausa.
Quando invece lavoro in zona il ritmo è più frenetico, con più consegne, ma la sera torno a casa.
Quali sono gli aspetti positivi e quelli negativi?
La cosa che amo di più è l’indipendenza. Molti pensano che stia chiusa 13 ore in una scatola, ma io lì dentro trovo libertà. Posso riflettere, ascoltare musica, podcast, audiolibri. Dopo una vita frenetica, questo tempo lento per me è prezioso.
Ho visto albe, tramonti, paesaggi meravigliosi. E questo lavoro mi ha fatto crescere l’autostima: mi ha dimostrato che posso fare cose che prima pensavo impossibili.
L’aspetto negativo sono gli orari. Svegliarsi alle 3:30 è durissimo. E resta poco tempo per la vita privata: il weekend lo passo a recuperare tutto quello che non riesco a fare in settimana. Però, per ora, per me il gioco vale la candela.
Cosa cambia in questo lavoro essere una donna?
Il camion non ha bisogno del test del DNA per funzionare. Non sa se sei uomo o donna, quanti anni hai o da dove vieni. Risponde ai tuoi comandi, punto.
La differenza sta negli altri. A volte vengo trattata con eccessiva “delicatezza” perché sono donna, e non mi piace. Voglio rispetto, non favoritismi. Se ho bisogno di aiuto, lo chiedo.
Altre volte c’è mansplaining continuo, e ti fa sentire piccola quando piccola non sei. E poi c’è la vulnerabilità: una notte, tornando dal bagno in un’area di sosta, sono stata scambiata per un’escort. Per molti, una donna lì non può essere un’autista. E questo dispiace.
Hai percepito pregiudizi?
Sì, molti. Le mie idee a volte venivano ignorate, per poi scoprire che avevo ragione. Oppure i complimenti tipo: “Brava per essere una donna” dopo una manovra difficile.
Mi sono sentita osservata e valutata molto più dei colleghi uomini, soprattutto all’inizio. Ho dovuto dimostrare di più per meritarmi quel posto. Ma proprio per questo la soddisfazione oggi è ancora più grande.
Che rapporto hai con la solitudine?
Amo stare da sola. In camion posso ascoltare musica, cantare, informarmi, stare con i miei pensieri. È uno spazio in cui mi ascolto davvero.
Certo, a volte la solitudine pesa. Allora chiamo amici e famiglia. All’inizio è stato difficile abituarsi a questo ritmo, ma ora mi fa stare bene.
Il camion ti fa sentire più in alto?
Sì, fisicamente e simbolicamente. Vedi il mondo da un’altra prospettiva. Ti senti grande e potente, ma è una grande responsabilità. Non bisogna mai essere arroganti: quei volumi richiedono mille occhi e massimo rispetto per gli altri.
C’è un momento che ti è rimasto impresso?
Gennaio 2025, nelle Marche. Avevo il mare alle spalle e le montagne innevate davanti. Uno dei momenti più emozionanti della mia vita. I paesaggi sono un regalo continuo: albe in laguna, strade deserte, luci che sembrano fermare il tempo.
Ti vedi a fare questo lavoro in futuro?
Sì, assolutamente. Non riesco a immaginarmi in un altro lavoro che non sia su un camion. Lo amo profondamente. Forse anche perché ho rotto uno schema. Mi piace essere diversa.
Cosa diresti a una ragazza che vuole fare questo mestiere?
Di provarci. Non c’è nessuna legge che lo impedisce. È un lavoro come un altro. Non siamo supereroi, siamo lavoratori.
Questo mestiere mi ha insegnato pazienza, calma e fiducia in me stessa. E penso che ognuna abbia il diritto di provare e anche di cambiare idea, se un giorno non le piace più. Non è una missione di vita: è un lavoro. Ma può diventare un pezzo importante della tua felicità.
Dopo aver letto l’articolo, che le ho mandato per sua approvazione, Sharon mi ha inviato questa mail che ho deciso di riportare per intero, in versione originale:
“Ciao Valeria.












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