Una storia d’altri tempi

Avete mai sentito parlare dell’A.R.A.R ? Io si, anni fa cercando notizie sui camion d’epoca.

Di cosa si tratta?  L’Azienda Rilievo Alienazione Residuati era un Ente costituito alla fine della II Guerra Mondiale col compito di vendere, tra l’altro, i mezzi abbandonati dall’Esercito Alleato. Camion soprattutto, Dodge, GMC ecc, venivano acquistati da chi cercava di rifarsi una vita e avviare un’attività nel mondo dell’autotrasporto.

Anni in cui i camion furono fondamentali per la ricostruzione della nostra nazione, servivano per tutto e probabilmente è stata quella l’epoca in cui i camionisti erano ben visti dalla gente, ma quella è un’altra storia.

Il motivo per cui vi parlo dell’A.R.A.R è perchè Deborah, la nipote della nostra indimenticata e indimenticabile madrina Nora, mi ha inviato una vecchia fotografia che ritrae Gino, il marito di Nora, vicino a un Dodge.

Nora ci aveva raccontato di aver cominciato a guidare “col Dodge lasciato dagli americani”, senza patente all’inizio, (ho anche scoperto che all’epoca non era di certo la sola, c’era tutto da ricostruire in Italia, anche i vari apparati statali e in molti avviarono attività anche senza licenze, patenti, ecc).

Non lo saprò mai per certo, ma mi sono immaginata che magari anche Nora e Gino ai tempi siano passati da uno dei depositi A.R.A.R. a comprare il loro primo camion, il famoso Dodge lasciato dagli americani…

Grazie a Deborah per la fotografia e per portare avanti sempre la memoria della sua amata zia Nora, la nostra madrina!

“Anche io volevo il camion”

Come sapete “Anche io volevo il camion” è la rubrica di “Uomini e trasporti” dedicata al trasporto in rosa.

Dopo tanti anni e tanti articoli verrà presentato in Parlamento il 17 novembre e poi pubblicato un libro con lo stesso titolo che raccoglierà storie al femminile nel mondo dell’autotrasporto. Ci saranno anche alcune di noi che sono state intervistate nel corso degli anni.

Vi metto il link dell’articolo:

https://www.uominietrasporti.it/rubriche/anche-io-volevo-il-camion/gli-eventi-di-uet-il-17-novembre-in-parlamento-la-presentazione-di-anche-io-volevo-il-camion/

E anche il testo, augurando tanta buona strada al libro e agli autori!

Gli eventi di UeT: il 17 novembre, in Parlamento, la presentazione di «Anche io volevo il camion»

Quasi dieci anni di storie di donne nella logistica raccolte in una sezione del sito di Uomini e Trasporti diventano un volume di numeri, testimonianze, analisi e soluzioni. Con un chiaro obiettivo: cambiare il trasporto

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Per quasi dieci anni abbiamo posto alle donne del trasporto una domanda: com’è cominciata? La rubrica «Anche io volevo il camion» è diventata così un luogo di incontro e di riconoscimento. E anche una sfida collettiva: portare le donne al 5% fra gli autisti e al 25% nell’intero settore. Ora quelle storie diventano il punto di partenza di un volume, che sarà presentato il 17 novembre a Roma, alla sala Matteotti della Camera dei Deputati (ore 10.30). Non è un catalogo di eccezioni: cerca di capire perché questa filiera resti difficile da immaginare al femminile e che cosa cambierebbe, per tutti, se smettesse di esserlo.

Secondo dati Istat 2023, le donne rappresentano il 21,8% degli occupati nel trasporto e magazzinaggio. Fra i conduttori di veicoli la quota scende al 2,6%. Le categorie sono più ampie dell’autotrasporto pesante, ma il divario è impressionante. Per raccogliere le interviste abbiamo rinunciato alla classica sequenza di domande e risposte. Ogni donna ha un ritratto, un aggettivo che la identifica e tre voci: la scintilla, ciò che l’ha avvicinata al trasporto; la barriera, quello che ha rischiato di fermarla; la speranza, ciò che vorrebbe cambiasse.

Le storie si incontrano per percorsi: giovani e veterane, figlie d’arte, autiste, imprenditrici, manager, tecniche. Silvia Cester individua l’ostacolo più quotidiano: «Posso dirlo? Andare in bagno. Trascorro intere giornate trattenendo la pipì, senza avere la possibilità di trovare un servizio». Martina Caramellino si è sentita chiedere se arrivasse ai pedali o portasse il curriculum del marito. Nazzarena Franco vede le donne diradarsi ai vertici. Tre situazioni, lo stesso divario fra talento e riconoscimento.

Il terzo capitolo affida ad altre competenze il compito di leggere quelle esperienze: alla storica Eloisa Betti, alla sociologa Barbara Poggio, all’economista Francesca Bettio e alle psicologhe e avvocate di DonneXStrada. Quando una famiglia deve assistere un figlio o un genitore non autosufficiente, il reddito a cui rinuncia è spesso quello più basso, in genere femminile. Se il sostegno pubblico arriva soprattutto sotto forma di contributo economico, senza adeguati servizi, resta alla famiglia il compito di organizzare la cura. E la soluzione diventa troppo spesso l’uscita di una donna dal lavoro. Così si disperdono professionalità e contributi, mentre servizi di cura accessibili come nel Nord Europa renderebbero più equilibrata la distribuzione dei carichi in famiglia e creerebbero nuovi posti di lavoro.

Di qui il quarto capitolo: quello delle cose da fare. Ci sono imprese che assumono prima ancora che una candidata abbia la patente e la formano; altre che cercano future autiste tra le persone già occupate in magazzino; nidi aziendali aperti anche al territorio; turni più prevedibili; parcheggi sicuri con servizi dignitosi. È questo il punto. Chiedersi se un parcheggio sia sicuro per un’autista significa domandarsi perché non debba esserlo anche per un autista. Rendere compatibili turni e figli aiuta le madri, ma anche i padri. Accogliere le donne non richiede un se ttore più indulgente: richiede un settore migliore.

Dopo aver raccontato per anni le donne che volevano il camion, è arrivato il momento di chiedere al trasporto quanto voglia davvero aprire loro la strada.

COME ACQUISTARE IL VOLUME «Anche io volevo il camion»

Il volume potrà essere richiesto alla redazione di Uomini e Trasporti (redazione@uominietrasporti it) oppure acquistato nella sezione «Abbonamento» su www.uominietrasporti.it. Il prezzo di copertina è di 28 euro (30 euro con spese di spedizioni incluse).

Il camion nel cuore

Questa foto è di alcuni mesi fa, mi ero ripromessa di pubblicarla, poi il tempo passa veloce… ma ci tenevo perchè in essa è riassunto lo spirito del nostro gruppo: avere il camion nel cuore e non importa se guidi, se hai guidato e poi smesso o se sogni di guidare e ci stai mettendo tutto l’impegno….

Queste siamo noi, Simona, Monica e Samuela, donne con il camion nel cuore, forever!!! 

Buona strada sempre!

 

 

La storia di Anca

La storia della collega Anca, scritta da lei, nella rubrica “Anche io volevo il camion” dal sito di “Uomini e Trasporti”

Il link dell’articolo:

https://www.uominietrasporti.it/rubriche/anche-io-volevo-il-camion/la-passione-ruvida-di-guidare-un-camion-anca-acatrinei-camionista-prestata-al-sindacato-per-rivendicare-le-ragioni-delle-donne/

 

La sua storia:

«La passione ruvida di guidare un camion». Anca Acatrinei, camionista prestata al sindacato per rivendicare le ragioni delle donne

«La strada che non avevo scelto» è il titolo che Anca Acatrinei ha scelto per questo racconto, scritto tutto d’un fiato, con l’obiettivo di tracciare il percorso di una ragazza che dalla Romania gira diversi Paesi europei e scopre una passione ruvida, quella di sedersi in una cabina di un camion e andare. Dove? Verso il futuro, verso un lavoro libero e bellissimo, ma anche faticoso e pesante quando la famiglia chiama e diventa difficile esserci. Un racconto che porta dritto all’impegno nel sindacato dove Anca approda dopo 20 anni di guida proprio per aiutare – dagli uffici della Filt Cgil di Parma – le colleghe che, come è capitato a lei più di una volta, si ritrovano a dover combattere per avere gli stessi diritti (e la stessa busta paga) dei colleghi uomini.

Di Anca Acatrinei

13 Settembre 2026

Sono nata in Romania, in un tempo e in un luogo che ormai sento lontani come un paesaggio visto dal finestrino di un camion in corsa. Non avevo un piano, quando ho lasciato casa. Avevo solo la voglia di vedere cosa c’era oltre il confine, e per un po’ ho girato l’Europa senza una meta precisa, come si gira una strada di montagna senza sapere cosa c’è dietro la curva successiva. È stato il caso, non un progetto, a portarmi in Italia. Un caso che, guardandolo adesso, mi sembra quasi un destino travestito da fortuna. 

Dopo qualche esperienza lavorativa a Londra e a Budapest rientro in Italia dove ho trovato lavoro presso una società che si occupava di spostare automobili nuove, quelle che si caricano sulle bisarche, enormi rimorchi a più piani, veri e propri puzzle di lamiera e gomma da incastrare con precisione millimetrica. 

Non lo sapevo ancora, ma quel lavoro sarebbe stato la porta d’ingresso di tutta la mia vita da lì in avanti

Da quando avevo preso la patente, guidare era diventato per me qualcosa di più di una necessità: era una passione, una libertà che sentivo scorrere nelle mani appoggiate al volante. Ma fu lì, tra le bisarche cariche di auto lucide e profumate di fabbrica, che scoprii un’altra passione, più grande, più ruvida: quella per i camion. Il passo fu breve. Guardavo quegli uomini salire su quei giganti d’acciaio con una disinvoltura che mi affascinava e capii che quello, e non altro, volevo fare.

In diciotto mesi conseguii tutte le patenti necessarie e la CQC merci. Non furono mesi facili: studiare, fare pratica, dimostrare a me stessa prima ancora che agli altri che potevo farcela. Iniziai a lavorare su una motrice, per circa un anno, imparando il mestiere passo dopo passo, chilometro dopo chilometro. Poi arrivò il salto che aspettavo: 

Cominciai a guidare un autoarticolato, per la stessa società con cui avevo mosso i primi passi. Da lì partirono i viaggi veri, quelli lunghi, quelli che ti insegnano la strada meglio di qualsiasi scuola. 

Le difficoltà, però, non tardarono ad arrivare. Essendo donna in un mondo che per tradizione e per abitudine è ancora un mondo di uomini, ho incontrato ostacoli che un collega uomo non avrebbe mai dovuto affrontare. Cominciava da cose semplici, quasi banali a raccontarle oggi: i servizi igienici nelle aree di sosta, pensati e costruiti come se al volante di un camion potesse starci solo un uomo. Passava poi per gli sguardi, i commenti, le battute di chi mi derideva o mi metteva alla prova solo perché ero donna, come se la forza per tenere in mano trenta tonnellate di carico dovesse per forza avere un genere. 

Ho dovuto costruirmi una corazza, giorno dopo giorno, viaggio dopo viaggio. 

Una corazza fatta di silenzi, di sguardi bassi ingoiati e trasformati in determinazione, di manovre fatte due volte più precise solo per non lasciare margine a chi aspettava un errore per dire “vedi, te l’avevo detto”. Ho dovuto faticare il doppio, non perché il lavoro fosse diverso, ma perché dovevo continuamente dimostrare a colleghi, a capezzali di parcheggi bui, a me stessa nelle notti di dubbio che una donna può fare esattamente quello che fa un uomo, e farlo bene. 

Nel frattempo, la vita andava avanti anche fuori dal camion. Avevo un figlio che cresceva, piano piano, come crescono i figli quando li vedi a tratti, tra un viaggio e l’altro, tra un rientro anticipato e una partenza rimandata. Aveva bisogno di me, di più attenzioni, di una presenza che il mio lavoro non sempre poteva garantire. E quando arrivò per lui un problema di salute, qualcosa dentro di me si spezzò e insieme si chiarì. 

Capii, in quei giorni sospesi tra ospedali e telefonate fatte da un’area di servizio con la voce che tremava, che nonostante la passione, nonostante amassi profondamente questo mestiere, il tempo che chiede è sempre troppo per una donna che è anche madre. Non è una questione di forza o di capacità: è una questione di ore, di giorni, di notti che il lavoro ti porta via e che a un figlio non puoi restituire. 

Eppure, devo essere onesta fino in fondo: quel lavoro, con tutto il suo peso, mi ha permesso di crescere mio figlio con dignità

Mi ha permesso di comprare una casa, di dargli un futuro solido, mattone dopo mattone, chilometro dopo chilometro. Ogni sacrificio aveva un senso, anche quando faceva male. 

Con gli anni ho cominciato a sentire tutta la fatica sul piano fisico. Non è un mestiere che perdona il corpo: la schiena che protesta dopo ore e ore seduta nella stessa posizione, le vibrazioni del motore che entrano nelle ossa, il sonno spezzato, i pasti fatti in fretta, il caffè bevuto per resistere quando gli occhi si fanno pesanti sull’autostrada. Le mani che con gli anni si irrigidiscono, le ginocchia che scricchiolano salendo e scendendo dalla cabina o semirimorchio decine di volte al giorno, il freddo pungente d’inverno passate ad agganciare o a sganciare un semirimorchio. 

Un autista rinuncia a tante cose. Rinuncia, prima di tutto, a essere presente. Non c’è mai a casa, o magari arriva sempre in ritardo per la cena, per un compleanno, per una recita scolastica. La famiglia impara ad aspettare, e chi guida impara a portarsi dietro il peso di quell’assenza come un bagaglio che non si scarica mai del tutto. 

Ed è un lavoro che non ti permette di fermarti nemmeno per la tua stessa salute. Non ci sono ore da dedicare alla prevenzione, ai controlli medici che si rimandano di mese in mese perché “questo viaggio non si può saltare”. È una questione su cui, credo davvero, si debba intervenire con più forza. Ho conosciuto colleghi, autisti che stimavo, che un anno dopo non c’erano più al volante: colpiti da una malattia scoperta troppo tardi, da un malessere trascurato per anni in nome di una consegna, di un cliente, di uno stipendio da portare a casa. Uomini forti, abituati a guidare per migliaia di chilometri, che un giorno si sono dovuti fermare per sempre, non per scelta. 

Guardando indietro, vedo una strada lunga, fatta di asfalto ma anche di scelte, di rinunce, di orgoglio. Vedo una ragazza rumena che ha attraversato l’Europa per caso e ha trovato, quasi senza cercarla, la sua strada letteralmente. 

Vedo una donna che ha dovuto lottare per farsi rispettare in un mondo di uomini, che ha cresciuto un figlio tra un viaggio e l’altro, che ha pagato con la propria fatica il prezzo di una passione mai spenta. 

Se dovessi dire a qualcuno cosa significa davvero questo mestiere, non parlerei solo di camion e di chilometri. Parlerei di sacrificio silenzioso, di solitudine sulle strade vuote all’alba, di una forza che si costruisce un giorno alla volta, e di un amore; per la guida, per la libertà della strada che nessuna fatica è mai riuscita a spegnere del tutto.

 

Un appuntamento per il fine settimana!

Questo fine settimana all’Autodromo di Monza si svolgerà la manifestazione 6 Ruote di Speranza dedicata alle persone con disabilità.

Anche il Coast to Coast Truck Team sarà presente nel piazzale dedicato ai truck, per dare la possibilità a chi lo desidera di fare un giro nella cabina di un camion. Tutti gli anni è bello vedere con quanta emozione quei ragazzi e ragazze si mettono in fila per poter salire sui camion, basta veramente poco per donare un attimo di gioia!

Buona strada a tutti sempre!

 

Il Coast delle Lady truck !

 Sono un pò in ritardo a pubblicare le foto del Raduno del Coast To Coast Truck Team a Giussano, è già passato più di un mese… i giorni volano ma i bei ricordi restano, e anche le fotografie!

Come sempre eravamo presenti anche noi Lady Truck col nostro Gazebo in rosa, punto di ritrovo per le colleghe ma anche per i tanti amici che sono passati a trovarci.

Devo dire che non abbiamo avuto il tempo di annoiarci, il raduno del Coast è sempre un luogo di incontro dove contano più le persone che i camion, che comunque erano presenti numerosi, il piazzale era pieno e colorato, di gente ce n’è stata tanta e alla fine eravamo tutti contenti della buona riuscita del raduno! 

E adesso un pò di fotografie!

 

 

La Samu, futura collega simpaticissima!

La Samu e lo Zingaro!

Io e Jennifer, una giovane collega!

Io con la Samu 

Samu e Brummhilde

 Erika del direttivo del Coast

La Sissi, grande collega che faceva l’internazionale!

Roberta e Giulia, due giovani colleghe che lavorano nella stessa azienda 

La Vince e la Samu 

 Foto di gruppo con un pò di amici la domenica pomeriggio

Ogni anno il nostro gruppo premia la “Voglia di camion”, è un trofeo in memoria del nostro indimenticabile amico Bruno Sala, uno dei grandi del Coast che ci ha lasciato troppo presto… “Non muore mai chi vive nei ricordi di chi rimane”, e ci piace pensare che lui sia ancora li con noi, lui che al raduno ci teneva tanto, li con noi in mezzo ai camion e alla gente, a chiacchierare e sempre disponibile con tutti…

Quest’anno abbiamo scelto di premiare Leandro, un giovane autista che abbiamo visto crescere letteralmente al raduno, anno dopo anno, da quando era un bimbo ad oggi che è diventato un camionista come suo papà Jean Paul! 

Con Assunta, una collega veramente  eccezionale!

Il raduno sta per finire, lei è Elisabetta, grande amica del Coast sempre presente! 

 

 Ci rivedremo tutti all’edizione numero 35 ! ! !

34° Raduno Coast to Coast Truck Team

 

Manca una settimana al 34° Raduno di Giussano del Coast to Coast Truck Team, noi come sempre saremo presenti come gruppo Lady Truck col nostro piccolo gazebo in rosa.

Vi aspettiamo tutti: colleghe lady truck, amici e amiche del gruppo e tutti quelli che avranno piacere di passare a conoscerci e a fare un saluto!

Un ringraziamento speciale ai colleghi del Coast che ci hanno sempre sostenuto e ospitato!!

Vi ripropongo qualche immagine degli anni scorsi e vi saluto con l’augurio di una buona strada sempre!

A presto in Piazza Mercato a Giussano!!!

Un’intervista a Rita

Sul canale You Tube K44 https://www.youtube.com/watch?v=eR3ebu3loEk&list=PLwTxtWlzCK-XLK3pHUGQbYC5bzOb2NwOD

ho trovato questo podcast con un’intervista alla collega Rita (peccato per l’audio che non è dei migliori) che racconta la sua vita al volante.

Ho avuto l’occasione di incontrarla alcune volte qualche anno fa in una ditta dove caricavamo entrambe e il piacere di scambiare quattro chiacchiere con lei, una collega veramente tosta!

A lei e a tutte voi, buona strada sempre!

 

 

La storia di Aurora

Un’altra bella storia dalla pagina “Anche io volevo il camion” sul sito di Uomini e Trasporti.

La storia di Aurora, giovanissima collega, raccontata in un’intervista di Deborah Appolloni.

Questo è il link dell’articolo:

https://www.uominietrasporti.it/rubriche/anche-io-volevo-il-camion/aurora-medri-da-bambina-avevo-paura-ma-poi-ho-capito-che-salire-sul-camion-era-la-mia-passione/

E questa la storia di Aurora, a cui auguriamo tanta buona strada per il suo futuro al volante di un camion!!

Aurora Medri: «Da bambina avevo paura, ma poi ho capito che salire sul camion era la mia passione»

Da piccola guardava i camion con timore e con un desiderio che non sapeva ancora spiegare: perché nessuno la invitava a salire in cabina? Anni dopo quella domanda è diventata una strada, fatta di impegno, patenti conquistate da sola e di un sogno finalmente realizzato. Aurora Medri – 23 anni – da poco assunta come autista nella F.lli Barattini del consorzio Carp (Federtrasporti) consegna cipolle, affiancata dal titolare Luciano, che per il suo compleanno le ha regalato una poesia per incoraggiare una giovane donna a guardare dritto negli occhi il proprio futuro, dall’alto di un Tir

Ha appena compiuto 23 anni. Per il suo compleanno è arrivato un regalo speciale: un lavoro da camionista, un lavoro che sognava segretamente da qualche anno, dopo averlo guardato da bambina, prima con timore, poi con un’inspiegabile sensazione di esclusione. “Andavo alla cooperativa agricola con mia madre, guardavo i camion, ma non capivo perché gli autisti non mi invitavano mai a salire in cabina”. Aurora Medri, da circa un mese nello staff di autisti della ditta F.lli Barattini Snc, aderente al consorzio Carp di Pesaro (associata Federtrasporti) specializzato in cisternato alimentare, cassonato e trasporti a temperatura controllata, ha preso quell’interrogativo e lo ha fatto diventare la molla per seguire la propria passione. Lei in cabina alla fine ci è salita, con tanto di patenti e CQC (prese grazie ai risparmi messi diligentemente da parte), prima accompagnata e seguita dal titolare, da qualche settimana da sola, fa la spola tra Cesena e Forlì per trasportare cipolle dalle aziende agricole ai centri logistici. «Da poco è stato il mio compleanno – ci confessa con un sorriso sincero – e il regalo più bello è arrivato dal mio titolare che mi ha omaggiato con una lode». Una poesia per incoraggiare una giovane donna a guardare dritto negli occhi il proprio futuro, dall’alto di un Tir.

Come è nata l’idea di guidare un camion?

Da piccola avevo paura dei camion e mai avrei pensato di poterli guidare in futuro. A volte andavo con mia mamma al lavoro nella cooperativa agricola e guardavo questi mezzi così grandi con un po’ di timore. Ma più li guardavo e più mi incuriosivo: non riuscivo a capire perché gli autisti non mi invitassero a salire a bordo. Questo interrogativo mi ha fatto crescere la curiosità verso questo mondo e alla fine ho deciso di prendere la patente. Mi sono iscritta ai corsi da sola, senza far sapere niente a mia madre e a nessun altro. Nel giro di sei mesi sono riuscita a fare tutto: ho preso la patente CE e la CQC.

Come hai fatto a fare tutto di nascosto?

Di nascosto solo all’inizio, poi ho dovuto dire a mia mamma dove andavo di sera: le lezioni si tenevano dalle 18 alle 22. Così per non farla preoccupare le ho accennato la cosa e lei si è stupita. Tra l’altro ha notato che, a me non piace studiare, ho passati subito gli esami per le patenti, al primo colpo.

Ti hanno aiutato a sostenere la spesa economica per le patenti? 

No, ho fatto tutto da sola. Avevo dei soldi da parte e ho pensato di investirli in qualcosa che mi piaceva e di utile per il mio futuro. Infatti, già dalle prime guide con l’istruttore ho capito che stare sul camion mi piaceva proprio. Guidare mi rilassa, mi fa stare bene, guardo avanti e mi calmo.

Quando e come hai trovato lavoro?

Lavoro da un mesetto, sono stata assunta il 1° luglio dai F.lli Barattini. Conoscevo Luciano Barattini. Così quando ho preso le patenti l’ho chiamato e gli ho chiesto se avessero bisogno. Lo devo ringraziare perché è stato l’unico a credere subito in me. Mi ha detto: “Ok, iniziamo il primo luglio” e con tanta pazienza mi sta affiancando durante la guida, mi sta insegnando molto. Veramente.

Che tipo di trasporto stai facendo?

Per il momento faccio servizi semplici e ripetitivi dal punto A al punto B per acquisire sicurezza, anche del mezzo. Trasporto box di cipolle. Guidare con il carico è diverso, senti molta più responsabilità, poi mi muovo in strade di campagna, a volte strette. Insomma, molto diverso dal guidare in autostrada con corsie larghe e sensi di marcia prestabiliti…

Come reagiscono le persone quando dici che lavoro fai?

All’inizio rimangono sbalorditi, non se lo aspettano. I colleghi invece sono difficili da capire, a volte sembrano stupiti, altre volte vogliono aiutarti e sono molto presenti. Anche gli agricoltori sono molto rispettosi. Se non riesci a fare una manovra, per esempio, ti aiutano e ti vengono incontro.

Nell’azienda e nella zona sei l’unica donna autista? 

Sì. C’è una ragazza mulettista che lavora in una cooperativa agricola con la quale a volte mi confronto. Per me è una passione che spero rimanga intatta negli anni. Non voglio fermarmi qui. Vorrei tantissimo lavorare sulle tratte estere per vedere posti nuovi. Credo che lavorando si conosca il mondo, meglio che visitare musei o andare in vacanza.

Si tratta di un lavoro molto impegnativo: come immagini la tua vita?

La famiglia per ora non è in programma. Per il momento voglio solo imparare e capire meglio le cose. Io credo di aver trovato un insegnante eccezionale in Luciano Barattini. Lo devo ringraziare per la pazienza e l’impegno con cui mi sta affiancando. E… anche per la lode regalata per il compleanno, un gesto che mi ha commosso.

Camionisti scrittori

 

E’ da un pò di tempo che non vi propongo più libri da leggere…

Quindi torno a darvi qualche consiglio partendo da questi due:

 

 

Il primo, “Ma va a quel paese” è la storia di Andrea Maggiolo, della sua vita da camionista e di come si è ritrovato a vivere dall’altra parte del mondo, in Australia.  E’ stato pubblicato nel 2025.

La sua vita avventurosa l’ha raccontata a Fabrizio Piras che l’ha scritta per lui.

Di Fabrizio abbiamo parlato diverse volte nel blog nel corso degli anni, anche e soprattuto perchè lui ha scritto alcuni libri sulla vita dei camionisti  raccontando sia la sua storia che quella di altri colleghi e colleghe.

 

Il secondo e più recente è “Memorie d’asfalto”, questa volta scritto da Andrea,  un romanzo sulla vita dei camionisti, che parte da quando un bambino andava in viaggio col papà fino a diventarlo a sua volta seguendo una passione a cui non ci si può sottrarre. Un racconto di viaggi ma anche e soprattutto di emozioni, perchè la vita sul camion tanto ti da e tanto ti toglie, e ognuno impara a sue spese come affrontarla.

 

Mi sono piaciuti entrambi e ve li consiglio,  ma il mio è un giudizio è di parte perchè amo tutto ciò che riguarda il nostro mondo, e leggere storie di camionisti è una cosa che ho sempre amato!

 

 

I libri li trovate in vendita su Amazon, vi metto i link:

https://www.amazon.com/Ma-va-quel-paese-Italian/dp/B0F9DSYP5F

https://www.amazon.it/Memorie-dasfalto-Andrea-Maggiolo/dp/B0GWTCGNPH/ref=pd_lpo_d_sccl_1/522-4797717-1043655?pd_rd_w=SDYAQ&content-id=amzn1.sym.deb055ce-ac58-4c38-8939-8e74c8af4666&pf_rd_p=deb055ce-ac58-4c38-8939-8e74c8af4666&pf_rd_r=2Y722QATPXQ4PRB2G2Z5&pd_rd_wg=0EWpE&pd_rd_r=13628126-999c-4c8c-a3f0-a7e1516d8cc6&pd_rd_i=B0GWTCGNPH&psc=1