Un’intervista a Laura

Mi piacciono sempre le interviste a Laura, questa è di qualche mese fa, ma l’ho trovata adesso, è sul sito “Euromerci”, ed è stata realizzata da Furia Berti.

Questo è il link dell’articolo:

https://www.euromerci.it/interviste/il-carico-piu-pesante-la-cura-della-famiglia.html

E questa è la sua storia:

16/04/2026

16/04/2026

“Il carico più pesante? La cura della famiglia”

Di Furia Berti

La prima donna con licenza di autista di camion si chiamava Luella Bates, aveva 21 anni, viveva nel Wisconsin e nel 1918, quando gli uomini andarono al fronte della Prima guerra mondiale, venne assunta dalla Four Wheel Drive. Trent’anni dopo, in Italia la piemontese Teresina Bruno fu una delle prime a prendere la patente C. Da allora molte altre donne hanno scelto la professione di autiste di mezzi pesanti e oggi, secondo i dati del Ministero del Lavoro, rappresentano il 2,6% dei lavoratori del settore, una percentuale più bassa di Francia e Spagna, dove superano il 3%, mentre dietro di noi ci sono Germania (2,3%) e Gran Bretagna (meno dell’1%). Laura Broglio è una di loro: veneta, 35 anni, minuta, da più di 10 anni guida mezzi da 26 tonnellate di carico e attraverso i suoi canali social cerca di contrastare questo gap e combattere lo stigma e gli stereotipi di genere che pesano sulle donne camioniste.

Laura come ha iniziato, è stata passione o necessità?

Entrambe le cose. io sono di Rovigo e nella mia realtà non c’erano grandi opportunità per la mia generazione, i ragazzi di periferia si radunavano spesso dove c’erano motorini, camion, trattori. Un giorno con gli amici, tutti ventenni, siamo andati a Milano a un raduno per appassionati di camion e io, dopo 8 ore di caldo devastante, decido di salire su una cabina per capire come mai questi tir piacessero cosi tanto. L’impressione è stata così forte che ho capito che era quello che volevo fare. Era anche una sfida, volevo dimostrare che ero in grado di farcela, ma questo l’ho capito solo dopo. È stata certamente anche necessità, io vivo da sola dai 18 anni, ho fatto tutti i lavoretti precari possibili: insegnare danza ai ragazzini nei patronati o servire nei bar. Quel lavoro mi dava uno stipendio sicuro, persino alto perché nel 2015, l’anno del mio primo contratto di assunzione, portavo a casa 2.000 euro: avevo 24 anni e nessuno dei miei coetanei guadagnava altrettanto.

I suoi genitori come hanno reagito a questa scelta?

Mio papà voleva buttarsi giù dalla finestra! Lui è un consulente aziendale, da piccola mi immaginava in tutù e io invece ho preferito il karatè; da adulta mi vedeva in tailleur in un ruolo aziendale di prestigio mentre io non ho finito l’università e ho scelto di guidare un camion. Mia mamma è una giornalista per quotidiani locali, ha reagito meglio, mi ha detto “Vabbè è la ribellione dei 20 anni, fai quest’esperienza per 4 o 5 anni poi cambierai”. Adesso l’idea che la loro figlia abbia un lavoro stabile, sia indipendente e si mantenga da sola li ha rincuorati.

Ricorda le prime impressioni mentre guidava da quell’altezza in cabina?

In realtà ho iniziato con un camioncino più piccolo, che per me era già enorme, consegnavo ortofrutta con un due assi, ma dopo qualche mese mi avevano già dato una motrice tre assi. È bello, da quell’altezza è un altro mondo, anche a quella velocità, perché siamo più lenti di una macchina. Io viaggiavo di notte e mi godevo il tramonto, vedevo il cambio di ritmo sulle strade: prima tutta l’umanità che tornava a casa dal lavoro alle cinque, poi di colpo la strada si liberava lasciandomi sola con il mio camion, la musica, i pensieri e la percezione più autentica del mio lavoro, del viaggio lungo di un camionista. E poi ho sempre sentito fortemente il senso di utilità di quel che faccio, mi capita soprattutto con i piccoli artigiani, ogni volta che vado in consegna è come se fossi consapevole di essere un tassello importante nella catena di produzione, so che sembra molto filosofico ma il fatto stesso di portare la merce a destinazione mi fa sentire bene e posso dire che dopo 10 anni il mio lavoro è ancora appagante nonostante le difficoltà.

Ci sono ancora poche donne in questo settore, lei come viene vista dai suoi colleghi?

L’esperienza non è mai abbastanza, c’è sempre quel viaggio che non hai percorso o quel tipo di trasporto che non hai fatto che ai loro occhi non ti legittima ancora. Non ti perdonano gli errori, mai. Negli ultimi anni, con la carenza di autisti tutti hanno accettato di buon grado di assumere anche le donne, ma la vera barriera è il carico di cura della famiglia che di default grava solo sulle spalle femminili. Mancano servizi adeguati, se un nido costa un rene non tutti possono permetterselo, e questo porta tante a rinunciare. Le camioniste che lavorano tanto o hanno figli grandi o hanno scelto di restare single. Io ne conosco tante, nel mio gruppo saremo una cinquantina e tra noi c’è molta umanità e molto ascolto, il legame con le colleghe è davvero forte ma c’è ancora tanta strada da fare.

C’è molta disparità?

Quando sono rimasta incinta la mia azienda mi ha fatto capire che non mi avrebbe reintegrata come autista e sono rimasta a casa. Poi a un certo punto mio marito, che fa il mio stesso mestiere, tramite conoscenze mi ha trovato dei lavori industriali e io ora carico alle otto e al massimo alle sei di sera sono a casa. Certo capita il giro più lungo, ma non è la prassi e non essere vincolata alle grandi corse mi permette di gestire la famiglia e un bambino di sette anni. Ci si immagina che una madre non possa fare la camionista perché un autista deve lavorare 12 ore ma non è sempre così. Non è semplice, certo, ma si potrebbero ripensare le tratte o chi ha aziende solide e numerose potrebbe organizzare diversamente la flotta, altrimenti sarà sempre un lavoro per chi è disposto a sacrificare le proprie giornate.

Un lavoro che richiede capacità di risolvere problemi velocemente, occuparsi di più cose contemporaneamente e di mettere cura e attenzione particolare nel trasporto sembra fatto apposta per una donna.

È così, è un lavoro che non ha barriere reali per le donne, oramai non è un ostacolo neppure lo sforzo fisico, che poteva essere un reale limite per la conduzione di mezzi pesanti, e per molte di noi è un riscatto personale, ci dà soddisfazione e indipendenza economica, che non è così banale. Una volta capita la tecnica , tutta questa fatica dà grande soddisfazione. Questo è un lavoro che richiede ascolto, perché quando ti ritrovi con il cliente che ha dei problemi non è la forza ma la mediazione che serve e le donne sono sempre state educate a questo. Siamo molto attente alla parte legale, non ci devono ripetere di metterci il gubbino o di legare il carico, ci prendiamo sempre la massima cura della merce e siamo così apprezzate professionalmente che spesso riusciamo a farci accreditare in posti dove altrimenti non si riuscirebbe ad andare. C’è anche un problema di percezione di questo lavoro, le bambine non crescono pensando “da grande voglio fare la camionista”, non è nella lista dei lavori che una donna può immaginare, per questo la divulgazione on line può aiutare molto.

Lei è molto presente sui social, ha un profilo su Facebook, Instagram, Tik Tok, compare sul blog Buona strada- Lady truck driver team, che come l’americano womenintrucking.org raccoglie informazioni e testimonianze di camioniste per sensibilizzare l’opinione pubblica. Quello di content creator è praticamente un secondo lavoro

Si è un grosso lavoro che faccio nelle pause. Le immagini delle donne che guidano i camion favoriscono la percezione di questo lavoro, aiutano a demolire lo stereotipo di questo mestiere come di qualcosa di grezzo, pesante, sporco. Da fuori l’immagine del camionista è ferma a Stallone in Over the top, i media non ne hanno mai fatto un personaggio normale. Recentemente è uscito un film sulla Rai, La voce di Cupido con Chiara Francini, e ho pensato “finalmente mostreranno una vera camionista”, l’ultima donna era Serena Grandi nel film di Risi Teresa. E invece il risultato è stato deludente, hanno calcato ancora lo stereotipo del camionista arrogante e presuntuoso, che supera e suona il clacson di continuo. I social sono accessibili a tutti e possono modificare quest’immagine. All’inizio ho mostrato che era era un lavoro accessibile anche alle donne, adesso preferisco parlare di temi che riguardano la parità e soprattutto la possibilità di vivere meglio questo lavoro.

Come si migliora il suo lavoro?

I miei colleghi dicono che siamo tutti sempre strozzati con le ore ma non è sempre così. I dati dicono che la metà delle merci viaggia per 300 km al giorno, quindi probabilmente non tutti i viaggi sono al limite delle ore. Certo, se noi stessi saltiamo il pasto per essere i primi davanti al cancello anche quando il viaggio non lo richiede, è chiaro che arrivi a sera stressato.

“Ogni mattina un camionista si sveglia e sa che dovrà correre per sopravvivere”, lo ha detto lei tempo fa…

Sì, perché in parte è così, tra il sistema che è organizzato per sfruttare le ore al massimo, gli imprevisti e il traffico che purtroppo non possiamo controllare, ma quando è possibile pretendere uno spazio di cura verso noi stessi dobbiamo farlo perché non possiamo essere schiavi di un lavoro e non vedere quando invece possiamo rallentare un minimo.

Quali sono le sue impressioni del mondo dell’autotrasporto?

Io penso sia un settore che ha tantissimo da dare, quando ho iniziato ho incontrato davvero persone di tutti i tipi e ho trovato molta umanità, non solo nei colleghi ma anche in magazzinieri, piccoli artigiani, ho lavorato anche con i banchi alimentari. È un settore che lavora con tante realtà e ti può dare davvero molto, ti insegna a stare da sola e ad arrangiarti, ma è un settore che si è un po’ arreso.

Arreso a cosa?

Si lamenta tanto ma quando è ora di fare quella cosa difficilissima che è guardarsi da fuori per capire cosa non funziona, non lo fa mai, c’è sempre qualcun altro che deve risolvere i problemi senza mai voler capire dove sono le nostre responsabilità. Faccio un esempio pratico: l’azienda che aspetta che il governo tagli le accise, cosa giusta, non si unisce per alzare le tariffe; oppure due aziende di autotrasporti vicine non si uniscono per avere maggior potere contrattuale solo perché uno non vuole lavorare con l’altro o perché è convinto di farlo meglio. Noi siamo ancora una realtà che si ruba i viaggi per 20 centesimi di sconto e non ha senso. Tra gli autisti è lo stesso: non ci diamo una mano per arrivare prima al carico, lavoriamo in modo disumano con passione senza capire che alimentiamo un sistema che ci sfrutta. Questo per me è il senso di resa, accettare quel che c’è senza curare dignità e rispetto, ed è un peccato perché è un settore bellissimo che ha un’enorme possibilità, deve solo trovare la forza di migliorare.

Cosa consiglierebbe a un’autista per migliorare la sua formazione?

Penso che il Carta di qualificazione del conducente, che è la nostra unica formazione, vada completamente ripensata perché è insufficiente, non è possibile che sia equiparata a una patente di un’autovettura quando in realtà è un lavoro più complesso, persino l’idraulico fa una scuola professionale. Io farei un percorso più lungo, ci vorrebbe ad esempio un corso di fissaggio del carico, studiare bene le responsabilità che ha un autista perché spesso non vengono considerate: non c’è solo la normativa europea delle ore di guida, accettare di correre con il limitatore per avere quei due km in più è una responsabilità penale, non fissare bene un carico e perderlo è una responsabilità penale. Non accontentarsi della formazione pseudo tecnica che purtroppo non ci da nulla: non ci insegna a comunicare in inglese con i termini specifici, non ci dà fondamenti di logistica. E metterci del proprio, cercare le informazioni quando serve, qualcuno mi prese in giro perché non ricordavo se gli eccezionali si possono superare se sono con la scorta e per sicurezza ho chiamato la polizia e l’ho chiesto a loro.

Finiamo con una nota positiva: qual è stata la sua più grande soddisfazione lavorativa?

Ne ho tante piccole quotidiane: la manovra che non mi veniva e che ci ho messo due anni a capire e improvvisamente ci sono riuscita e mi sono detta “Vedi Laura che ce la fai!”; quando per un grosso trasporto che non avevo mai fatto tutti mi osteggiavano dicendo “Ma ti pare che una donna possa farcela, ci vuole forza, ti voglio vedere a legare tutte quelle cinghie” e invece all’arrivo la merce non si era spostata di un millimetro; il senso di avventura quando ho fatto la Sardegna e imbarcare è stato un momento incredibile; quando dovevamo fare una proposta di contratto per un’azienda e mi hanno detto “Si con lei si lavora sempre bene perché la merce non arriva mai rovinata”. Ogni volta che salgo sul camion e vedo cosa guido è una grande soddisfazione, il miglioramento continuo che mi permette di dire sempre “Sai fare il tuo lavoro”.

La storia di Fabiana

Un’altra bella storia di una giovane collega, Fabiana che guida una cisterna, sempre tratta dalla rubrica di “Uomini e trasporti – Anche io volevo il camion”, questa volta a firma di Deborah Appolloni.

Questo è il link dell’articolo:

:https://www.uominietrasporti.it/rubriche/anche-io-volevo-il-camion/fabiana-la-penna-aiutatemi-a-capire-se-sono-la-prima-e-lunica-cisternista-in-campania/

E questa la sua storia:

Fabiana La Penna: «Aiutatemi a capire se sono la prima (e l’unica) cisternista in Campania»

Tutto inizia nell’esercito dove si arruola come volontaria. È là che la Tankerqueen napoletana per la prima volta sale su un mezzo pesante. Passano gli anni, vive di musica, fino a ritrovarsi a Barcellona alla guida di un autobus. Il patentino ADR preso in spagnolo e il lavoro a Napoli in un’azienda che si chiama MD. Ma sui piazzali sempre e solo l’unica donna. Allora Fabiana si affida ai social: “Voglio trovare donne che come me ogni giorno affrontano queste sfide”

Su TikTok si chiama Tankerqueen, regina delle cisterne. Di giorno ne guida una sulle strade della Campania, ma di sera fa la Dj e non rinuncia all’altra sua passione: la musica. Grandi occhi celesti e capelli rosso fuoco, spesso viene scambiata per polacca o russa. Invece lei è «napoletana doc», nata con l’obiettivo preciso di stupire. Lo dice lei stessa cercando di spiegare la grande attrazione per i “bestioni” che vorrebbe condividere con altre donne. Ecco perché da qualche mese è impegnata a scoprire se veramente – come dicono molti – è lei, proprio lei, la prima cisternista donna in Campania. Obiettivo? Creare una rete, sentirsi meno sola, ma anche abbattere insieme pregiudizi e paure perché «le donne hanno una precisione e un’attenzione ai dettagli che in questo mestiere fanno la differenza. Quindi testa alta e via». Parola di Fabiana La Penna.

Quando hai preso le patenti? Cosa ti ha spinto?

Ho sempre avuto un’anima artistica. Per 13 anni ho vissuto di musica. A 18 anni mi sono arruolata nell’esercito come volontaria. E lì mi hanno affidato l’incarico di conduttrice e così presi le mie prime patenti. Da quando sono salita sui mezzi pesanti ho capito subito che quella era la mia strada. Mi piaceva tantissimo.

Quando hai cominciato a lavorare? Come sei arrivata all’ADR?

Questo lavoro è cominciato tre anni fa. Ho iniziato con gli autobus a Barcellona. Mia mamma vive là da tanti anni. Dopo questa esperienza, ho capito che i pullman mi stavano stretti: i giri erano ripetitivi e poi le persone che hai a bordo in un certo senso ti limitano. E così sono arrivata all’ADR: forse perché sono cresciuta con proprio con l’obiettivo di stupire. Volevo fare qualcosa fuori dal normale, che fosse allo stesso tempo più professionale possibile e insolito per una donna. Così la prima immagine che mi è venuta in mente è stato il camion cisterna…

Dove hai preso il patentino?

In Spagna. Non è stato facile perché ho dovuto imparare la lingua, studiare tantissimo, ma volevo raggiungere questo obiettivo a tutti i costi. Ci sono riuscita anche nel migliore dei modi: ho fatto zero errori, molto contenta di questo.

In quale azienda lavori oggi?

Si chiama MD del Gruppo Malinconico. Ci lavoro da poco perché sono tornata in Italia da circa un mese. Quando dico che lavoro all’MD, molti pensano che faccia la cassiera, un lavoro più probabile per una donna. Ho scelto questa azienda perché ne parlano bene tutti, autisti e aziende chimiche. Ho grandi aspettative che in parte si stanno realizzando e poi non essendo molto grande tende ad avere più cura del personale. E questo è davvero molto importante.

Com’è la tua giornata tipo?

La mia giornata tipo è che non è mai una giornata tipo. Non so mai che cosa mi aspetta e ogni giorno vivo un percorso diverso. Faccio operazioni di carico e scarico di prodotti chimici nelle aziende. Attualmente sto lavorando con tank container – i contenitori cisterna per il trasporto intermodale – quindi vado anche al porto a fare operazioni di ritiro. Prima lavoravo di più con cisterne autostradali. Ovviamente non mancano lunghissime ore di attesa… Ma a me piace molto dover studiare la mappa per arrivare nei luoghi di scarico. È una cosa che mi dà adrenalina, come guidare questo bestione nel caos totale du Napoli, la mia città. È una sfida continua che mi fa sentire ancora più fiera di me stessa.

Amo l’adrenalina di non sapere mai che cosa ti aspetta, il senso di libertà, l’orgoglio di riuscire a muovere il mezzo e soprattutto lo stupore delle persone quando vedono una donna scendere dalla portiera. Le cose che odio sono sicuramente le lunghissime ore di attesa

E come vivi il momento in cui ti trovi da sola sui piazzali con tutti uomini?

All’inizio può sembrare una situazione particolare, ma in realtà mi trovo benissimo. Ci sono molti lati positivi: quando vedono che sei una donna, i colleghi hanno un approccio più gentile rispetto a come interagiscono tra loro. Spesso ti offrono una mano, per esempio con le manovre. E se poi capiscono che sai lavorare, conquisti il loro rispetto. Si sa che noi donne dobbiamo sempre dimostrare di saper fare le cose dieci volte meglio degli uomini per guadagnare un minimo di considerazione. Se fossimo al loro livello, saremmo considerate un po’ inferiori. Quindi tengo sempre a dimostrare la massima professionalità, proprio per abbattere questo pregiudizio. Non so se hai fatto caso, anche sui social, spesso si leggono commenti in cui uomini consigliano alle donne camioniste di cambiare mestiere… Scrivono: «È facile girare col camion col cambio automatico». Cose assurde. Ci tengo a dire che la mia prima esperienze è stata con una cisterna autostradale con cambio manuale!

A proposito di social, hai chiesto di aiutarti a capire se sei l’unica donna cisternista in Campania. Perché è tanto importante?

Da quando sto a Napoli mi sento un pesce fuor d’acqua. Non ho mai incrociato una donna, per non parlare di una donna con cisterna chimica. Volevo capire se fossi davvero l’unica in tutta la zona o se ci fosse qualcun’altra nascosta da qualche parte… Per me è importante per una questione di confronto, per trovare una persona che vive le mie stesse sfide quotidiane. Quando sei l’unica ti senti un po’ isolata: ho creato un profilo per fare rete e sentirmi meno sola. Sarebbe molto bello anche sapere di essere la prima donna cisternista, ma per il momento non ho avuto riscontri….

Cosa diresti a una donna che vuole seguire il tuo esempio?

Le direi di non farsi frenare mai da pregiudizi o dalle paure né dalle sue né quelle degli altri: se si sente dentro la scintilla della passione bisogna buttarsi perché questo lavoro è duro e richiede tanto sacrificio e determinazione. Soprattutto all’inizio devi dimostrare quanto vali, ma ti dà anche un’indipendenza e delle soddisfazioni immense. Le direi di non porsi limiti solo perché è un ambiente storicamente maschile: le donne hanno una precisione e un’attenzione ai dettagli che in questo mestiere fanno la differenza. Quindi testa alta e via!

… Mancano servizi igienici o docce dedicate esclusivamente alle donne. Se ci sono, spesso sono in condizioni inaccettabili. Per esempio, nelle aziende chimiche non ho mai trovato servizi per le donne

Quali sono le cose che ami del tuo lavoro e quali quelle che odi?

Amo l’adrenalina di non sapere mai che cosa ti aspetta, il senso di libertà, l’orgoglio di riuscire a muovere il mezzo e soprattutto lo stupore delle persone quando vedono una donna scendere dalla portiera. Le cose che odio sono sicuramente le lunghissime ore di attesa: non sai mai quando ti liberi. Io amo l’operatività quindi per me stare ferma è tempo perso, ma comunque purtroppo bisogna farlo. Questo lavoro dà tantissimo, ma – non lo possiamo negare – ti toglie anche tanto, soprattutto a livello personale.  Per una donna fare questa vita e pensare di costruire una famiglia è complicatissimo. Non sai mai a che ora finisci, lunghe ore sui piazzali, ritmi folli e incastrare tutto diventa una sfida enorme. Ma ci tengo a far passare il messaggio che, nonostante i sacrifici, non bisogna rinunciare a sé stesse: io guido la cisterna, ma allo stesso tempo faccio la Dj, mi prendo cura di me: chi guida un camion non deve essere per forza un maschiaccio.

Durante il lavoro che mangi?

Ecco tra le cose che odio c’è la frenesia che non mi dà tempo di fermarmi per mangiare. È anche una questione di carattere perché vedo che ci sono autisti che si fermano e vanno anche al ristorante. Però io non riesco, forse sbaglio, ma è vero che sono agli inizi. Per me mangiare è l’ultima cosa e non sono un esempio da seguire. A volte mi porto della pasta del giorno prima o mangio schifezze. Vado avanti a energie e carboidrati.

Che cosa hanno detto i tuoi genitori quando hai iniziato questo lavoro?

Non si stupiscono più perché conoscendomi si aspettavano di tutto. Mia madre è molto molto fiera di me. Me ne accorgo quando la sento parlare con le sue amiche: racconta sempre del mio lavoro, continua a stupirsene ogni giorno. A me fa piacere questa sua reazione.

E quando dici che lavoro fai?

Quando le persone mi chiedono che lavoro faccio, inizio con un sorrisino. Effettivamente non so mai come la prenderanno, di solito la prima reazione è lo stupore, inevitabilmente.

Quali sono le cose da migliorare per le donne sul camion?

Questa è la domanda più importante. Parliamo di cose pratiche, come la dignità dei servizi nei piazzali, nei terminal, nei porti, nelle aree di sosta. Spesso qui mancano servizi igienici o docce dedicate esclusivamente alle donne. Se ci sono, spesso sono in condizioni inaccettabili. Per esempio, nelle aziende chimiche non ho mai trovato servizi per le donne, a volte sono andata in quelli per gli uomini e ogni volta prima di uscire dalla toilette dovevo chiedere se ci fosse qualcuno negli orinatoi. Insomma, per niente comodo…

Che cosa possiamo insegnare agli uomini al volante?

Sicuramente la calma, la gestione dello stress, l’ordine e la pulizia per il proprio mezzo. Credo che la marcia in più di una donna è proprio la combinazione tra la cura del mezzo, la precisione e la pazienza.

 

 

Una camionista centenaria!!

 

Che bella notizia: una camionista centenaria!

Tantissimi auguri a Bruna Carli per il traguardo raggiunto ieri 13 giugno, lei una delle prime donne camioniste italiane!

Ho trovato l’articolo che racconta la sua storia su “Il dolomiti”a questo link:

https://www.ildolomiti.it/cronaca/2026/tra-le-prime-donne-camioniste-in-italia-e-per-30-anni-dietro-al-volante-nonna-bruna-carli-compie-un-secolo-la-sua-storia-due-gare-storiche-corse-insieme-alla-nipote

Vi riporto solo la parte che riguarda la sua vita sul camion, l’articolo completo al link qui sopra:

“Tra le prime donne camioniste in Italia e per 30 anni dietro al volante”. ‘Nonna’ Bruna Carli compie un secolo, la sua storia: “Due gare storiche corse insieme alla nipote”

Il 13 giugno a Opicina “nonna” Bruna Carli ha compiuto 100 anni: ecco la sua (incredibile) storia, tra camion e presepi

TRIESTE. Grande festa alla “Mario Capon” di Opicina, nel Triestino, per i 100 anni di “nonnaBruna Carli: tra le prime camioniste in assoluto in Italia, è stata festeggiata da ben 5 generazioni, con la presenza anche dell’amministrazione comunale. Il compleanno infatti si è tenuto sabato 13 giugno, alla struttura in via Sant’Isidoro, e a portare il suo saluto è arrivato anche l’assessore comunale alle Politiche sociali Massimo Tognolli..

A presentare la biografia di “nonna Bruna” è il Consorzio centro in via Insieme a Opicina: Bruna Carli è nata il 13 giugno del 1926 a Divaccia San Canziano, all’epoca Italia. “Ad augurarle buon centesimo compleanno – scrivono – sono le 4 figlie, gli 8 nipoti, i 14 pronipoti e i 2 trisnipoti, generi e familiari tutti: di fatto, 5 generazioni”.

Nel corso della sua lunga e intensa vita, ha collezionati numerosi primati: “Bruna è stata infatti la prima donna a Trieste e la seconda in Italia a conseguire la patente di guida per i camion (all’autoscuola Mambrini) per poter affiancare nella sua attività il marito, che purtroppo nel 1970 si era momentaneamente ammalato. Ad incoraggiarla per proseguire in una strada, allora, più unica che rara in Italia è stato proprio il marito: così, grazie alla determinazione di Bruna Carli, un momento triste si è trasformato in un’occasione di lavoro e sostegno alla famiglia“.

“Il primo camion che Bruna ha guidato era un Leoncino – scrivono dal Consorzio – è seguito poi un Autobianchi Scaligero della portata di 120 quintali, al quale hanno fatto seguito un 130 e, per ultimo, un 190 scarrabile, ribaltabile su tre lati e con tre cassoni scambiabili, di cui uno dotato di gru che lei abilmente manovrava. Bruna ha guidato camion per ben 30 anni, fino all’età di 65 anni, senza mai prendere una multa e non facendo nemmeno un incidente. Sebbene non avesse più condotto mezzi pesanti, la passione per i motori le è rimasta: ha guidato l’automobile fino a 97 anni e, in coppia con la nipote, Margot Gerzeli, ha partecipato a due edizioni (2016 e 2018) della Trieste Opicina Historic”.

 

 

Perché il trasporto è sempre stato un mestiere maschile?

E’ la domanda che si pone Laura nel primo episodio di “Strade Pari” dedicato alle donne nel mondo dell’autotrasporto. Un mondo nato maschile che ha sempre faticato ad accogliere le donne. Cambierà qualcosa? Noi speriamo di si!

Buona visione e buona strada a tutte!

 


LA DESCRIZIONE DEL VIDEO SU YOU TUBE:

«Ho preso le patenti per camion un anno fa, quando ero incinta del mio secondo figlio. Oggi però faccio fatica a trovare lavoro: ho due bambini e ho bisogno di orari compatibili con la famiglia. Per alcune aziende questo è ancora un problema». È una delle testimonianze con cui si apre «Strade Pari – Viaggio nell’equità di genere nel trasporto», una miniserie in quattro episodi scritta da Laura Broglio e prodotta da K44, in collaborazione con AEV. In questo primo episodio partiamo dalle storie di chi avrebbe voluto guidare un camion ma non l’ha fatto: sogni rimasti nel cassetto, opportunità mancate, ma anche l’idea – diffusa per anni – che quello del camionista non fosse un lavoro «da donne». Attraverso testimonianze, dati e ricostruzione storica, raccontiamo come il mestiere del camionista si sia costruito nel tempo come professione maschile: dalla divisione dei ruoli nel dopoguerra fino alla nascita dell’immaginario dell’«eroe solitario della strada», passando per gli stereotipi che hanno plasmato l’accesso al lavoro e il linguaggio stesso del settore. E i numeri parlano chiaro: in Europa solo il 22% dei lavoratori dei trasporti sono donne, mentre tra i camionisti la percentuale scende fino al 3%. In Italia ancora meno: 2,6%. Eppure ogni storia raccontata, ogni esempio visibile, ogni donna che sceglie di entrare in questa professione contribuisce lentamente a cambiare prospettiva. Perché cambiare questi numeri significa prima di tutto cambiare il racconto. Significa riconoscere come un lavoro sia stato costruito culturalmente come «maschile»… e come oggi possa tornare a essere semplicemente un lavoro per chi ha voglia di farlo. ———————

🎬 «Strade Pari – Viaggio nell’equità di genere nel trasporto» è una serie documentaria prodotta da K44, in collaborazione con AEV. Testi: Laura Broglio Coordinamento editoriale e post-produzione: Daniele Di Ubaldo, Gennaro Speranza Musiche su licenza Envato Elements

incontri in rosa

Era da un po’ che vedevo questa collega allo scarico ortofrutta della Migross di Verona e, finalmente, venerdì siamo riuscite a scambiare due parole proprio durante la registrazione alla guardiola. Finora ci eravamo solo salutate dai mezzi, sempre in corsa tra un andare e un venire, ma sapevo che prima o poi sarebbe arrivata l’occasione giusta per conoscerci!

Andrea è di Pontevico, guida la motrice e trasporta insalate. Era davvero entusiasta quando le ho consegnato la nostra tabella, e mi ha detto che ci conosceva già grazie al nostro blog e al nostro gruppo storico!

Bene Andrea, come promesso ecco la foto di rito. Non vediamo l’ora di rincontrarti on the road. Ancora benvenuta nella nostra community! 🚛💛

28-29/03/26 TRUCK DAY BOLZANO

Ad aprire la stagione dei camion raduni ci ha pensato il gruppo del South Tyrol Trucker, che in occasione del 10° anniversario l’edizione è stata a dir poco spettacolare. Sono arrivati mezzi da molte regioni d’Italia e pure oltre confine come Austria Svizzera Germania!

Per l’occasione abbiamo allestito anche un social point dove sono venute a trovarci le camioniste presenti:

Un incontro che per me è stato molto importante riguarda aver conosciuto una ragazza alto atesina che la vidi per la prima volta all’Esselunga di Limito.. nei primi anni 2000 non era comune vedere ragazze camioniste e quando si aveva la fortuna di incontrarle nei piazzali o strada facendo per me erano facilmente riconoscibili. Il suo nome BIGGY sulla tabella color bianco era l’unico su un bilico Renault frigo che poi mi confermò di averlo guidato dal 99 al 2004. Le consegnai la tabella di benvenuto e come di rito la nostra foto insieme.

Ecco alcune foto dei mezzi guidate dalle nostre lady truck presenti al raduno: Eleonora Luisa e Gloria!

Un ringraziamento va allo staff dell’ottima riuscita del raduno, credo che ce lo ricorderemo per molto tempo! ci vediamo fra due anni!

La storia di Elena

 

Sempre in occasione della festa della donna, ecco un’altra intervista, questa volta apparsa sulla rivista “araberara” . E’la storia della nostra collega Elena di Artogne,a cui  auguriamo una buona strada sempre!

Questo è il link dell’articolo:

https://www.araberara.it/2026/03/06/elena-che-guida-i-camion-quando-hai-locchio-ti-viene-tutto-naturale-e-come-guidare-la-macchina-e-questione-di-misure/130277/

E questa la sua storia:

“Capelli corti e brizzolati, un metro e settanta di altezza, 60 anni da compiere ad ottobre, di professione autotrasportatore.
A balzare giù dai gradini di un gigante d’acciaio da 12 metri è Elena Fontana, artognese dal carattere frizzante e una naturalezza di chi abita la strada come fosse il salotto di casa. Un mestiere, il suo, che femminile diciamo che non è.
Sono le 17:30 di un pomeriggio dal sapore primaverile, il turno di lavoro è finito ed Elena mi regala un po’ di tempo prima di fare rientro a casa.
Quando è nata la passione per i camion? “Fin da giovanissima, quando ho fatto la patente della macchina, mi piaceva tantissimo guidare e avevo il desiderio di fare la patente del camion, ma è solo una ventina di anni fa che la mia vita lavorativa è cambiata ed è arrivata l’opportunità. Il mio titolare aveva un camion e mi ha proposto di conseguire la patente superiore, la C/E”.
Non guidi solo la macchina e il camion: “La passione per i motori è davvero forte, ho guidato fino a pochi anni fa anche la moto di mio fratello, una moto da strada… Stai pensando che sono matta? Lo sono davvero”, sorride.
Che emozioni dà guidare un camion? “La penso come i camionisti, mi piace essere il bisonte della strada, ti senti grande. Adesso sto guidando un camion 12 metri, il massimo che puoi guidare con la patente C, però ho anche quella per il bilico o per la macchina rimorchio anche se per adesso non la uso. Quando sono giù e guardo il mio camion mentre lo stanno caricando e scaricando con il carrello elevatore mi dico ‘ma ti rendi conto che sei tu che lo porti in giro?’, quando invece sto guidando proprio non ci penso, sono attenta alla guida, anche perché oggi a guidare ci vogliono otto occhi per guidare la macchina, figuriamoci per noi”. ”

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