Mi piacciono sempre le interviste a Laura, questa è di qualche mese fa, ma l’ho trovata adesso, è sul sito “Euromerci”, ed è stata realizzata da Furia Berti.
Di Furia Berti
La prima donna con licenza di autista di camion si chiamava Luella Bates, aveva 21 anni, viveva nel Wisconsin e nel 1918, quando gli uomini andarono al fronte della Prima guerra mondiale, venne assunta dalla Four Wheel Drive. Trent’anni dopo, in Italia la piemontese Teresina Bruno fu una delle prime a prendere la patente C. Da allora molte altre donne hanno scelto la professione di autiste di mezzi pesanti e oggi, secondo i dati del Ministero del Lavoro, rappresentano il 2,6% dei lavoratori del settore, una percentuale più bassa di Francia e Spagna, dove superano il 3%, mentre dietro di noi ci sono Germania (2,3%) e Gran Bretagna (meno dell’1%). Laura Broglio è una di loro: veneta, 35 anni, minuta, da più di 10 anni guida mezzi da 26 tonnellate di carico e attraverso i suoi canali social cerca di contrastare questo gap e combattere lo stigma e gli stereotipi di genere che pesano sulle donne camioniste.
Laura come ha iniziato, è stata passione o necessità?
Entrambe le cose. io sono di Rovigo e nella mia realtà non c’erano grandi opportunità per la mia generazione, i ragazzi di periferia si radunavano spesso dove c’erano motorini, camion, trattori. Un giorno con gli amici, tutti ventenni, siamo andati a Milano a un raduno per appassionati di camion e io, dopo 8 ore di caldo devastante, decido di salire su una cabina per capire come mai questi tir piacessero cosi tanto. L’impressione è stata così forte che ho capito che era quello che volevo fare. Era anche una sfida, volevo dimostrare che ero in grado di farcela, ma questo l’ho capito solo dopo. È stata certamente anche necessità, io vivo da sola dai 18 anni, ho fatto tutti i lavoretti precari possibili: insegnare danza ai ragazzini nei patronati o servire nei bar. Quel lavoro mi dava uno stipendio sicuro, persino alto perché nel 2015, l’anno del mio primo contratto di assunzione, portavo a casa 2.000 euro: avevo 24 anni e nessuno dei miei coetanei guadagnava altrettanto.
I suoi genitori come hanno reagito a questa scelta?
Mio papà voleva buttarsi giù dalla finestra! Lui è un consulente aziendale, da piccola mi immaginava in tutù e io invece ho preferito il karatè; da adulta mi vedeva in tailleur in un ruolo aziendale di prestigio mentre io non ho finito l’università e ho scelto di guidare un camion. Mia mamma è una giornalista per quotidiani locali, ha reagito meglio, mi ha detto “Vabbè è la ribellione dei 20 anni, fai quest’esperienza per 4 o 5 anni poi cambierai”. Adesso l’idea che la loro figlia abbia un lavoro stabile, sia indipendente e si mantenga da sola li ha rincuorati.
Ricorda le prime impressioni mentre guidava da quell’altezza in cabina?
In realtà ho iniziato con un camioncino più piccolo, che per me era già enorme, consegnavo ortofrutta con un due assi, ma dopo qualche mese mi avevano già dato una motrice tre assi. È bello, da quell’altezza è un altro mondo, anche a quella velocità, perché siamo più lenti di una macchina. Io viaggiavo di notte e mi godevo il tramonto, vedevo il cambio di ritmo sulle strade: prima tutta l’umanità che tornava a casa dal lavoro alle cinque, poi di colpo la strada si liberava lasciandomi sola con il mio camion, la musica, i pensieri e la percezione più autentica del mio lavoro, del viaggio lungo di un camionista. E poi ho sempre sentito fortemente il senso di utilità di quel che faccio, mi capita soprattutto con i piccoli artigiani, ogni volta che vado in consegna è come se fossi consapevole di essere un tassello importante nella catena di produzione, so che sembra molto filosofico ma il fatto stesso di portare la merce a destinazione mi fa sentire bene e posso dire che dopo 10 anni il mio lavoro è ancora appagante nonostante le difficoltà.
Ci sono ancora poche donne in questo settore, lei come viene vista dai suoi colleghi?
L’esperienza non è mai abbastanza, c’è sempre quel viaggio che non hai percorso o quel tipo di trasporto che non hai fatto che ai loro occhi non ti legittima ancora. Non ti perdonano gli errori, mai. Negli ultimi anni, con la carenza di autisti tutti hanno accettato di buon grado di assumere anche le donne, ma la vera barriera è il carico di cura della famiglia che di default grava solo sulle spalle femminili. Mancano servizi adeguati, se un nido costa un rene non tutti possono permetterselo, e questo porta tante a rinunciare. Le camioniste che lavorano tanto o hanno figli grandi o hanno scelto di restare single. Io ne conosco tante, nel mio gruppo saremo una cinquantina e tra noi c’è molta umanità e molto ascolto, il legame con le colleghe è davvero forte ma c’è ancora tanta strada da fare.
C’è molta disparità?
Quando sono rimasta incinta la mia azienda mi ha fatto capire che non mi avrebbe reintegrata come autista e sono rimasta a casa. Poi a un certo punto mio marito, che fa il mio stesso mestiere, tramite conoscenze mi ha trovato dei lavori industriali e io ora carico alle otto e al massimo alle sei di sera sono a casa. Certo capita il giro più lungo, ma non è la prassi e non essere vincolata alle grandi corse mi permette di gestire la famiglia e un bambino di sette anni. Ci si immagina che una madre non possa fare la camionista perché un autista deve lavorare 12 ore ma non è sempre così. Non è semplice, certo, ma si potrebbero ripensare le tratte o chi ha aziende solide e numerose potrebbe organizzare diversamente la flotta, altrimenti sarà sempre un lavoro per chi è disposto a sacrificare le proprie giornate.
Un lavoro che richiede capacità di risolvere problemi velocemente, occuparsi di più cose contemporaneamente e di mettere cura e attenzione particolare nel trasporto sembra fatto apposta per una donna.
È così, è un lavoro che non ha barriere reali per le donne, oramai non è un ostacolo neppure lo sforzo fisico, che poteva essere un reale limite per la conduzione di mezzi pesanti, e per molte di noi è un riscatto personale, ci dà soddisfazione e indipendenza economica, che non è così banale. Una volta capita la tecnica , tutta questa fatica dà grande soddisfazione. Questo è un lavoro che richiede ascolto, perché quando ti ritrovi con il cliente che ha dei problemi non è la forza ma la mediazione che serve e le donne sono sempre state educate a questo. Siamo molto attente alla parte legale, non ci devono ripetere di metterci il gubbino o di legare il carico, ci prendiamo sempre la massima cura della merce e siamo così apprezzate professionalmente che spesso riusciamo a farci accreditare in posti dove altrimenti non si riuscirebbe ad andare. C’è anche un problema di percezione di questo lavoro, le bambine non crescono pensando “da grande voglio fare la camionista”, non è nella lista dei lavori che una donna può immaginare, per questo la divulgazione on line può aiutare molto.
Lei è molto presente sui social, ha un profilo su Facebook, Instagram, Tik Tok, compare sul blog Buona strada- Lady truck driver team, che come l’americano womenintrucking.org raccoglie informazioni e testimonianze di camioniste per sensibilizzare l’opinione pubblica. Quello di content creator è praticamente un secondo lavoro
Si è un grosso lavoro che faccio nelle pause. Le immagini delle donne che guidano i camion favoriscono la percezione di questo lavoro, aiutano a demolire lo stereotipo di questo mestiere come di qualcosa di grezzo, pesante, sporco. Da fuori l’immagine del camionista è ferma a Stallone in Over the top, i media non ne hanno mai fatto un personaggio normale. Recentemente è uscito un film sulla Rai, La voce di Cupido con Chiara Francini, e ho pensato “finalmente mostreranno una vera camionista”, l’ultima donna era Serena Grandi nel film di Risi Teresa. E invece il risultato è stato deludente, hanno calcato ancora lo stereotipo del camionista arrogante e presuntuoso, che supera e suona il clacson di continuo. I social sono accessibili a tutti e possono modificare quest’immagine. All’inizio ho mostrato che era era un lavoro accessibile anche alle donne, adesso preferisco parlare di temi che riguardano la parità e soprattutto la possibilità di vivere meglio questo lavoro.
Come si migliora il suo lavoro?
I miei colleghi dicono che siamo tutti sempre strozzati con le ore ma non è sempre così. I dati dicono che la metà delle merci viaggia per 300 km al giorno, quindi probabilmente non tutti i viaggi sono al limite delle ore. Certo, se noi stessi saltiamo il pasto per essere i primi davanti al cancello anche quando il viaggio non lo richiede, è chiaro che arrivi a sera stressato.
“Ogni mattina un camionista si sveglia e sa che dovrà correre per sopravvivere”, lo ha detto lei tempo fa…
Sì, perché in parte è così, tra il sistema che è organizzato per sfruttare le ore al massimo, gli imprevisti e il traffico che purtroppo non possiamo controllare, ma quando è possibile pretendere uno spazio di cura verso noi stessi dobbiamo farlo perché non possiamo essere schiavi di un lavoro e non vedere quando invece possiamo rallentare un minimo.
Quali sono le sue impressioni del mondo dell’autotrasporto?
Io penso sia un settore che ha tantissimo da dare, quando ho iniziato ho incontrato davvero persone di tutti i tipi e ho trovato molta umanità, non solo nei colleghi ma anche in magazzinieri, piccoli artigiani, ho lavorato anche con i banchi alimentari. È un settore che lavora con tante realtà e ti può dare davvero molto, ti insegna a stare da sola e ad arrangiarti, ma è un settore che si è un po’ arreso.
Arreso a cosa?
Si lamenta tanto ma quando è ora di fare quella cosa difficilissima che è guardarsi da fuori per capire cosa non funziona, non lo fa mai, c’è sempre qualcun altro che deve risolvere i problemi senza mai voler capire dove sono le nostre responsabilità. Faccio un esempio pratico: l’azienda che aspetta che il governo tagli le accise, cosa giusta, non si unisce per alzare le tariffe; oppure due aziende di autotrasporti vicine non si uniscono per avere maggior potere contrattuale solo perché uno non vuole lavorare con l’altro o perché è convinto di farlo meglio. Noi siamo ancora una realtà che si ruba i viaggi per 20 centesimi di sconto e non ha senso. Tra gli autisti è lo stesso: non ci diamo una mano per arrivare prima al carico, lavoriamo in modo disumano con passione senza capire che alimentiamo un sistema che ci sfrutta. Questo per me è il senso di resa, accettare quel che c’è senza curare dignità e rispetto, ed è un peccato perché è un settore bellissimo che ha un’enorme possibilità, deve solo trovare la forza di migliorare.
Cosa consiglierebbe a un’autista per migliorare la sua formazione?
Penso che il Carta di qualificazione del conducente, che è la nostra unica formazione, vada completamente ripensata perché è insufficiente, non è possibile che sia equiparata a una patente di un’autovettura quando in realtà è un lavoro più complesso, persino l’idraulico fa una scuola professionale. Io farei un percorso più lungo, ci vorrebbe ad esempio un corso di fissaggio del carico, studiare bene le responsabilità che ha un autista perché spesso non vengono considerate: non c’è solo la normativa europea delle ore di guida, accettare di correre con il limitatore per avere quei due km in più è una responsabilità penale, non fissare bene un carico e perderlo è una responsabilità penale. Non accontentarsi della formazione pseudo tecnica che purtroppo non ci da nulla: non ci insegna a comunicare in inglese con i termini specifici, non ci dà fondamenti di logistica. E metterci del proprio, cercare le informazioni quando serve, qualcuno mi prese in giro perché non ricordavo se gli eccezionali si possono superare se sono con la scorta e per sicurezza ho chiamato la polizia e l’ho chiesto a loro.
Finiamo con una nota positiva: qual è stata la sua più grande soddisfazione lavorativa?
Ne ho tante piccole quotidiane: la manovra che non mi veniva e che ci ho messo due anni a capire e improvvisamente ci sono riuscita e mi sono detta “Vedi Laura che ce la fai!”; quando per un grosso trasporto che non avevo mai fatto tutti mi osteggiavano dicendo “Ma ti pare che una donna possa farcela, ci vuole forza, ti voglio vedere a legare tutte quelle cinghie” e invece all’arrivo la merce non si era spostata di un millimetro; il senso di avventura quando ho fatto la Sardegna e imbarcare è stato un momento incredibile; quando dovevamo fare una proposta di contratto per un’azienda e mi hanno detto “Si con lei si lavora sempre bene perché la merce non arriva mai rovinata”. Ogni volta che salgo sul camion e vedo cosa guido è una grande soddisfazione, il miglioramento continuo che mi permette di dire sempre “Sai fare il tuo lavoro”.