racconti

“In bilico”

 

Oggi vi parlo di un libro, un romanzo “speciale”. Nelle mie ricerche sul mondo dei camion nel web, mi sono imbattuta in questo titolo: “In bilico”. Sono andata subito a vedere: è edito da “Il mio libro”, scritto da Marco C. Roi. Sulla copertina, sotto il titolo c’è scritto “Racconto di un viaggio su quattordici ruote (due di scorta), e la foto di uno Scania bilico.

Il mio pensiero immediato è stato: “Lo voglio leggere!”

Cosi me lo sono fatta ordinare da mio fratello e in meno di una settimana è arrivato. Nel sito si potevano leggere le prime pagine e me le ero già divorate… ma appena è arrivato me le sono rilette tutte perché…perché c’erano frasi che mi appartenevano. E in questi giorni ogni minuto libero l’ho dedicato alla lettura del libro.

“Della vita del camionista non c’è nulla da temere, se non la possibilità di non poterne più fare a meno”.

Inizia cosi questo libro, ed è bello. E’ bello perché è la storia di un ragazzino, soprannominato Jonathan (come il famoso gabbiano) che viaggia in camion con Luiss.

E Luiss, prima che un camionista è un UOMO. E si prende la briga di portare in viaggio con se, ogni volta che gli è possibile questo ragazzino che ha un padre violento e alcolizzato. Lo porta con se e gli insegna tutto quello che c’è da sapere sul mestiere del camionista, tutti i trucchi e i segreti della guida, come posizionare un carico, ecc.. Ma soprattutto gli insegna a vivere. Gli insegna la STORIA, quella stessa storia che a scuola era una materia noiosa, gliela spiega portandolo in viaggio per le città europee dove la storia ha lasciato il segno. E gli fa conoscere la musica degli anni 60/70 da Jim Morrison con i Doors a Janis Joplin, dai Who ai Pink Floyd ai CCR e tanti altri. Canzoni che diventeranno la colonna sonora della sua vita.

Non vi dico altro, solo che ho pianto e riso insieme ai protagonisti, e mi è piaciuto leggerlo e ho riascoltato le stesse canzoni che ho amato in gioventù e…

E ve lo consiglio, e ringrazio di cuore l’autore per averlo scritto.

Buona strada Marco C. Roi !

Questo è il link:

https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/383520/in-bilico-4/#commenti

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“The Trucker” Hannah Lee

 

 Non sono un’amante degli ebook, sono all’antica, i libri mi piace averli tra le mani, sentire il fruscio delle pagine, l’odore della carta… ma non sempre si può.

Alcuni romanzi si trovano solo in formato ebook e ci si deve accontentare se si vuole leggerli.

Cosi è stato per questo breve romanzo con protagonista Linda, una ex camionista. 

La scrittrice si chiama Hannah Lee, di più non so.

L’ho preso su ibs.it, ma si trova anche in altre librerie on line.

Questo è il link:

https://www.ibs.it/the-trucker-ebook-hannah-lee/e/9788827859537 

E questa è una breve presentazione:

 Il Natale è prossimo. Due donne stanno attraversando un periodo di
profondo disagio, per motivi differenti. Una vive il fallimento della
vita lavorativa e, dopo alcune vicissitudini, la drammatica discesa
nella condizione di senza tetto, l’altra ha appena perso il marito, dopo
una vita matrimoniale non sempre idilliaca. Entrambe sono determinate a
non soccombere e a tornare ad una vita migliore. La speranza le
sostiene. 

Buona lettura… e buona strada sempre!

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La “Regina rosa”

 

La “Regina rosa” non è una camionista, è… la mortadella!

Cosa c’enta con noi?

Ho trovato un sito “Libri su misura” in cui si parla di un ebook…

Questo ebook contiene tutti i racconti finalisti del concorso letterario dedicato alla mortadella proposto all’interno della manifestazione Mortadella Please di Zola Predosa.

Il primo racconto, quello che apre la raccolta, ha come protagonista una camionista!

Questo è il link del sito, se qualcuna è interessata all’acquisto dell’ebook:

https://www.librisumisura.it/index.php/entra-in-libreria/item/c-era-una-volta-e-c-e-una-regina-rosa

E questo è il racconto:

 

L’AUTOSTRADA… IN FUGA!

Simona Aiuti

L’autostrada è un mondo magico è misterioso, fatto di sacrifici, grandi avventure, sogni da coltivare e un pizzico di poesia, che prende vita di notte, quando ogni colore si diluisce nel buio tra le luci dei fari, o dei mezzi di soccorso che sfrecciano spezzando il silenzio. Si scivola via tutti sul nastro nero d’asfalto, sentendosi più leggeri, là dove a volte è possibile vivere emozioni e sogni incredibili e qualche disillusione. In molti credono che ogni autista sia chiuso nella sua solitudine, ma non è affatto così. Esiste una grande solidarietà tra noi e guai a lasciare un amico in difficoltà sul nastro nero.

Io sono qui, sulla mia bestia, con un carico di mortadelle, sul mio treno di gomme a macinare chilometri in attesa di un autogrill, che sembra lontanissimo quando la stanchezza si fa sentire dopo tante ore al volante, e darei il mio braccio destro per un caffè e qualche frittella calda.

Quando il freddo si fa più pungente e magari nevica che Dio la manda, o la nebbia è come un mare di latte freddo e infido, fanno male gli occhi, la vista si sforza, ma non si può abbassare la guardia, perché bisogna portare a casa la pelle.

Ho viaggiato molto in giro per l’Europa io, e ho trovato paesaggi diversi, pessimi caffè, e lontano dall’Italia non si mangia nemmeno tanto bene, ma il cuore e la fratellanza di noi camionisti è sempre grande ovunque, non cambia mai.

Sono una donna in fuga io, con il mutuo troppo grande da pagare, un ex marito più attaccato alla bottiglia che alla famiglia, i bambini che mi mancano da morire, e questo mestiere che amo, ma che mi porta sempre lontano, tanto lontano e in fuga, appunto.

Mio nonno era camionista durante la guerra, facendola sotto il naso ai tedeschi con scaltrezza, aiutando i partigiani nascondendoli dentro un intercapedine del mezzo, e ci sapeva fare davvero il nonno Gino!

Mio padre ha speso tutta la vita su questo camion, consumando le strade in un’epoca dura, e io ho imparato a conoscerlo solo quando ha iniziato a portarmi con lui. Portava la mortadella in Francia, che combinazione! Ricordo i primi viaggi con il batticuore e le prime donne camioniste viste oltralpe, e l’odore meraviglioso che spandevamo!

La mamma non voleva che partissi con il babbo, non voleva che prendessi quella strada, ma il nastro d’asfalto nero è stato il destino prima dei miei tre fratelli più grandi e poi anche il mio, ma non lo rimpiango.

Sono sempre stata la “pulce” in famiglia, la più piccola, eppure il babbo è sempre stato molto fiero di me, poiché non mi sono mai risparmiata sul lavoro. Ho imparato presto a guidare i mezzi pesanti, quando non arrivavo nemmeno ai pedali, ma credo d’aver prima appreso a guidare e a domare questi bestioni su gomma che ad aver a che fare con la gente. Lavoro più dei miei fratelli maschi, e se loro fanno un viaggio, io ne faccio due e la fatica non mi ha mai spaventata. Tuttavia io non sono un’eccezione: di donne come me è pieno l’ambiente e gli uomini ci rispettano.

È dura, è vero, ma non cambierei questa vita con un’altra, non lo farei davvero!

Questa è la mia vita, e viaggiando ho conosciuto Lilly, la mia migliore amica: gestisce un pub, ha un’enorme testa di ricci rossi perennemente scompigliati, dei vestiti a fiori appariscenti e una grassa risata contagiosa che mette allegria a tutti; sarà una deformazione la mia, ma Lilly sembra sul serio una grande mortadella!

Io dentro il camion di mio padre ho dato il primo bacio a un suo lavorante, un ragazzino come me di cui ero cotta. Dentro il camion ho quasi partorito il mio secondo figlio, e mancava poco che arrivassi in ospedale con il mezzo pesante da sola, invece mi ci portò il “Bestia”, un caro amico che captò la mia disperata richiesta d’aiuto, perché mio marito era già latitante!

Dicono che dove ci fermiamo noi camionisti si mangi molto bene, e accidenti se è vero! Non dimenticherò mai quella volta dalle parti di Brescia, quando festeggiammo il matrimonio di “Gianni l’orso” nel locale della Rosa, mangiando e bevendo fino all’alba con frittelle al miele, marmellate ai lamponi fatte dalla padrona e vino novello: a momenti ci portò via l’ambulanza. Si stava così bene che non saremmo mai andati via, e forse nessuno aveva il coraggio d’alzarsi per primo, perché sentivamo che stava cambiando qualcosa. Un amico ci stava lasciando per sposarsi, cambiare lavoro, e il nostro cuore si stava spezzando. È dura la vita sul camion, e alcuni cambiano lavoro, scegliendo un mestiere con meno rischi, ma che consenta di stare più a casa con la famiglia, ma poi nell’anima resta sempre la nostalgia.

È gente sana e generosa quella dell’autostrada, fatta di camionisti, pendolari, svincoli e paesi facili da raggiungere; basta poco e ci si aiuta tutti, specie nelle difficoltà, come quando nevica.

Nel ‘93 mio fratello Bruno si ritrovò bloccato con un guasto al motore, senza niente da mangiare e rischiava grosso, perché aveva un carico deteriorabile, ma io smossi mari e monti con il babbo, e i colleghi non esitarono. Con un piccolo aiuto non solo lo salvammo dal congelamento, ma aiutammo anche una mamma che era rimasta nella neve e non poteva dare la poppata al bambino, e noi eravamo là sulla strada come sempre, e come sempre un po’ in fuga; inutile dire che mangiarono tutti le nostre mortadelle!

Ci sono pure le prostitute sulla strada, però quelli che le sfruttano stanno al caldo, mentre quelle donne rischiano la pelle, si gelano d’inverno e per lo più sono povere disgraziate con dei figli da crescere, un sacco di guai e la loro autostrada non finisce mai.

Dodici anni fa su questo nastro d’asfalto ho conosciuto il mio ex marito.

Ricordo che era pressappoco la prima volta che ero scesa dal camion perché volevo essere e comportarmi da donna per entrare in una discoteca con Lilly. Mi hanno guardata dall’alto in basso, e piuttosto male perché avevo gli scarponi, e lui, quel bel tipo, faceva lo splendido con tutte: avrei dovuto capirlo subito che genere era!

Avevo poca esperienza con gli uomini, e lui riuscì facilmente a conquistare il mio cuore semplice con i suoi modi da latin lover. La testa mi girò così tanto che mi ritrovai completamente imbambolata e con le fette di salame sugli occhi. I miei mi dissero da subito che quel ragazzo dai modi da bullo non faceva per me, ma naturalmente non li ascoltai e, innamorata com’ero, ignorai che non era affidabile, che aveva poca voglia di lavorare e che non aveva la vocazione da marito e tanto meno quella da padre.

Fu una doccia gelata a farmi svegliare da quell’ubriacatura d’amore. Nonostante alcune avvisaglie a cui mi ostinavo a non dare peso, dopo tre anni di matrimonio mio marito mi lasciò il cane, il mutuo da pagare, i bambini che tanto aveva voluto ma a cui non aveva mai cambiato un pannolino, alcuni debiti che aveva fatto a mio nome, alcune multe da pagare, la vergogna per delle risse in cui si era prima ubriacato e poi fatto arrestare.

Tutto questo per via di una bionda ossigenata in tubino leopardato e zeppa trampolata dai “facili costumi”!

Forse i soldi pagati per l’avvocato per separarmi sono stati tra i meglio spesi nella mia vita e non li rimpiango.

Il mio ex marito non si fa mai vedere, non cerca i figli nonostante io abbia tentato di fare da tramite e da ponte tra lui e i bimbi, non è mai servito a nulla. Solo Dio sa la fatica che ho fatto e che continuo a fare per crescerli con serenità senza mai fargli mancare nulla; forse ci sto riuscendo, ma non lo sto facendo da sola, bensì con l’aiuto della mia famiglia che non è mai mancato.

I primi tempi della separazione sono stati duri perché non ero consapevole di potercela fare. È passato tanto tempo da allora, ma i miei figli restano e resta pure questo mestiere che è sempre più difficile, specie se incontri di notte qualche giovane automobilista impasticcato e ubriaco, eppure è la mia vita. Ce la faccio da sola, e sono sempre le mortadelle a farmi sbarcare il lunario, e siano benedette!

La gente non si rende conto dei pericoli che ci sono sul nastro d’asfalto. C’è un sacco di gente che non conosce o meglio ignora il Codice della strada, che beve una birra dopo l’altra come se fosse acqua fresca, mettendo consapevolmente in pericolo gente che lavora e che ha a casa una famiglia e dei figli ad aspettare. Ci sono genitori incoscienti che mettono nelle mani di figli neopatentati automobili potenti e mi domando con quale criterio lo facciano. Le persone che non vivono la realtà là fuori non hanno idea di quanta droga ci sia. Si tratta di acidi, pasticche, cocaina e mi è capitato più volte d’andare in bagno in un autogrill e vedere ragazzine, che potrebbero essere mie figlie, farsi.

Mi domando perché a tredici o quindici anni si desideri così tanto essere considerate già donne, perché il cuore è ancora bambino e, se ti feriscono, fa ancora più male. Essere madre mi fa provare una stretta al cuore, poi leggo la cronaca locale e vedo che non tutti quei ragazzini che entrano ed escono da locali di notte, poi tornano a casa all’alba da madri come me.

Noi camionisti siamo amici delle forze dell’ordine, cerchiamo di collaborare con loro, e vediamo quanto sia duro anche il loro mestiere, forse anche più del nostro. Con quale cuore un poliziotto dopo la chiamata che non vorrebbe mai ricevere si trova costretto a raccogliere sulla strada un ragazzo che non tornerà a casa, e pupazzetti e oggetti vari che fanno pensare a bambini, da dover riconsegnare ai genitori? Eppure il nastro d’asfalto corre nonostante tutto e ingoia storie, lacrime, passioni e speranze.

Corre e corre il nastro d’asfalto, e con lui mille vite che s’incontrano e a volte non si ritrovano per anni.

La vita sull’autostrada può essere dura, ma può riservare anche delle belle sorprese, direi inaspettate.

Circa due mesi fa, mentre ero ferma a un parcheggio, quasi senza motivo mi sono messa a litigare con un collega, un tipo che davvero mi ha fatto salire il sangue alla testa, poi però ci siamo chiariti e fatti un sacco di risate davanti a una cioccolata calda che ha voluto offrirmi subito dopo al bar.

Qualche volta può servire litigare per un parcheggio.

C’ho messo un po’ a capirlo, forse perché ero in jeans, con i capelli legati e senza trucco, anche perché non ho mai imparato a truccarmi, ma quel collega mi stava proprio corteggiando.

Sarà che non sono abituata a certe cose, anche se mia madre da tempo cerca di spingermi a uscire un po’, dicendo che dovrei pensare a rifarmi una vita, ma io ho già una vita, ed è anche molto piena.

Si chiama Antonio il tale, mi è risultato simpatico e avevo bisogno di farmi due risate, e credo anche d’essere diventata rossa quando m’ha chiesto il numero del cellulare. Il bello è che poi mi ha pure chiamata e mi ha chiesto d’uscire con lui a cena, e io mi sono messa a ridere per telefono. Ho un po’ paura di rimettermi in discussione, ma è vero che ho anche voglia di vivere e di sentirmi oltre che madre e camionista, anche di nuovo donna.

Che imbarazzo se penso che mi ha vista in abiti da lavoro, senza messa in piega, anche perché io non ho mai fatto dei colpi di sole in vita mia, non sono mai andata dall’estetista e non ho idea di come si depilino le sopracciglia, ma almeno mi ha vista così come sono, senza maschere e sovrastrutture. Antonio in dieci minuti mi ha conosciuta con camion, figli, fratelli camionisti e tutto, e sembra che io gli piaccia con tutto il pacchetto formato famiglia.

Sembra un tipo a posto Antonio, ed è gentile, carino ed è un anche un buon collega che sa quanto sia dura questa vita. Lui trasporta latticini, un carico altamente deperibile, e dice d’avere degli sconti sulla merce; non so se sia vero, ma da un po’ a casa mia i fior di latte si sprecano, e io li preferisco alle rose se devo dire la verità.

Poi alla fine sono uscita con lui ed è stata anche una bella serata. Ora ci vediamo ogni tanto, mi chiama spesso, ed è diventato una presenza nella mia vita.

Io che sono sempre stata abituata a cavarmela da sola, io che devo aggiustare il lavandino se si rompe, io che devo pagare le bollette, io che devo fare il lavoro della donna e poi anche quello dell’uomo, per la prima volta ho visto un “tizio” che mi ha detto: “tranquilla me ne occupo io”!

Non credevo alle mie orecchie, giuro che per uno così potrei imparare a fare le torte di mele, e forse lo farò sul serio.

Tuttavia il momento in cui Antonio mi ha conquistata è stato quando è venuto a trovarmi a casa mia una sera. Ero nervosa, non ero sicura che i miei figli fossero pronti per conoscere un “amico della mamma”, però dovevo tentare. Finalmente ha conosciuto i bambini e quando ha visto che il grande, Marco, stava facendo i compiti di matematica con scarso successo, si è messo là a spiegargli le espressioni: un uomo così si merita l’applauso! Non batte ciglio se la merenda è pane e mortadella che per me costa poco, e ragazzi, non è poco!

Antonio mi ha proposto di fare un fine settimana fuori e io ci sto pensando e sto rimuginando molto sulla cosa, perché non m ricordo cosa sia una vacanza o un fine settimana fuori. Preferisco passare più tempo che posso con i miei figli, ma è un secolo che non mi prendo un po’ di tempo per me, davvero tanto tempo, quindi ci penserò.

Non so ancora se ho voglia di mettermi di nuovo in gioco con gli uomini, ho qualche timore, ma la vita continua, i bimbi crescono e io ho tempo di riflettere, di pensare a mia madre che vorrebbe vedermi serena accanto a un uomo che mi ama e che io possa riamare, di riflettere sulle bollette, su Marco che ha bisogno della macchinetta per i denti e il piccolino che forse soffre d’asma e ha bisogno di mare, insomma i pensieri e le questioni da risolvere non mancano mai.

La mamma ha alzato gli occhi al cielo quando gli ho detto che anche Antonio è camionista, ma credo che sia comunque rassegnata, e poi l’importante per lei è vedermi felice e da un po’ forse lo sono o almeno comincio a vedere un pizzico di sereno in fondo al tunnel. Probabilmente sto iniziando a vivere di nuovo come donna, anche se lo sto facendo timidamente e soppesando le mie azioni e le mie emozioni.

Magari potrei prendere un appuntamento dal parrucchiere, e magari farmi la manicure e comprarmi un paio di scarpe con il tacco, chissà!

Già, ho tempo di riflettere quando guido, specie di notte, quando i pensieri si diluiscono, le storie e ogni cosa si fanno più fluide, intense, illuminate solo dai fari e io ascolto la solitudine che ho nel cuore e guido, corro sempre in fuga. Riflettevo che Antonio porta sacchi di farina, e con la farina si fa il pane, io ho la mortadella, quindi, se non è destino, non so cosa sia!

Anno pubblicazione

2019

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“Gardel”, un libro

 

Si intitola Gardel – la mia vita sulla strada” questo piccolo libro di Francesca Ivol, lo sto leggendo ed è molto poetico, lo è come solo i racconti di un camionista che ha vissuto la strada con passione possono essere. E’ tutto li il segreto, amare quello che si fa e ricordarsi soprattutto le cose belle relegando i brutti ricordi in un angolo. La stada fa vivere una vita che altrimenti ci sarebbe preclusa, ma sta a chi la vive capirla.

Io leggo tutti i libri di camionisti che riesco a trovare, anche questa è una passione!

Se vi interessa questo è il link dell’editore:

https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/387759/gardel-6/

E questa la presentazione “ufficiale”:

Gardel è un camionista argentino, figlio e nipote di camionisti, nato sul camion e cresciuto tra i motori. Ha una passione: scrivere le straordinarie avventure che vive sulla strada. Leggendo il suo diario ci perderemo in un mondo meraviglioso, sogneremo davanti ai paesaggi unici dell’Argentina degli anni Settanta, fuggiremo dagli alieni, cercheremo punte di frecce indiane sulle montagne, vedremo balene, pinguini e fantasmi, guideremo per migliaia di chilometri ridendo, piangendo e amando con lui ed il suo camion.

 

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Un libro…on the road

Un amico, istruttore di scuola guida,  mi dice spesso che “La strada unisce chi la sa rispettare”.

Penso che dovrebbe essere  un fondamento da insegnare a chi prende la patente. Imparare a condividere le strade con rispetto.

Detto questo vi voglio presentare e consigliare un libro che ho letto di recente, scritto da una ragazza che fa la tassista di notte  a Milano.

Psicotaxi

Il titolo è “Psicotaxi”, come il nome del blog che tiene da diversi anni  ( http://www.psicotaxi.it/ )   e che ho sempre seguito con piacere. Anche perché quello del tassista è un lavoro molto simile al nostro, solo che loro trasportano persone per le vie delle città. Ma le problematiche da affrontare, soprattutto se si è donne, sono molto simili. Una cosa che lei cita spesso è una domanda che le rivolgono di continuo: “Ma non hai paura a fare questo lavoro?”… credo che ognuna di noi si sia sentita rivolgere la stessa domanda decine di volte…

Lei è Sofia Corben, è uno pseudonimo con cui firma i suoi scritti. Il libro si legge tutto d’un fiato, è un misto tra realtà e fantasia, tra noir e sentimenti. Emozioni on the road e notti milanesi. Bello davvero.

Per conoscerla meglio, questo è il primo di una serie di video che Max TV le ha dedicato:

 

 

Psicotaxi“Psicotaxi”, io ve lo consiglio…. e auguro Buona Strada di cuore a Sofia e al suo libro!!!

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“The Winner Take it All”

Chi è figlio di camionista può capire e trovarsi nelle parole di questo racconto autobiografico… 
Un ringraziamento a Edo Van Axel per il consenso alla pubblicazione nel blog…

 

“Sono quasi le nove di una calda serata estiva.
Le stelle, da quello che vedo dal parabrezza, sono alte e brillanti, come diamanti buttati sopra un manto di velluto nero.
Chiudo il diario di mio papà, che porto sempre con me, compagnia e spunto per i momenti meno buoni di questo mestiere.
Resto per qualche minuto ad osservare la copertina ormai logora di pelle, le pagine ingiallite dal tempo, eppure cosi indelibili al ricordo.
Purtroppo non gli ho mai perdonato del tutto la sua assenza durante quel Natale, ci speravo, ci credevo, eppure non arrivò.
Attesi invano davanti alla finestra che dava sulla strada tutta la vigilia, ma nulla.
Mi ricordo che gli comprai, o meglio, mia mamma comprò, una giacca a vento per lui, era bella, di colore scuro, con tante tasche per metterci quello che gli serviva.
Lo rividi che era quasi finito Gennaio.
Non mi parlò mai dei suoi viaggi, almeno, fino a quando non ebbi quattordici, quindici anni, sino ad allora sapevo solo che guidava un camion, ma il dove e il come no.
Forse non gli interessava parlarne, o forse, a suo modo, voleva mettermi in guardia dalle insidie di questo mestiere, tenermi fuori insomma, sperando per me in un futuro migliore.
Invece no. Ero quasi sul punto di dar retta a lui, di credere alla canzone dello “studiare e farmi una posizione”.
Eppure non ci riuscii.
Il sera prima di iniziare la mia esperienza di autista, andai da lui per un caffè e mi diede una busta di carta gialla con dentro questo diario, dicendomi “ Adesso sei grande abbastanza per capire cosa vuol dire fare il camionista. Ricordati solo una cosa: giusti o sbagliati che siano, sulla strada incontrerai sempre uomini veri.”

Mi accendo una sigaretta, mentre controllo nuovamente il foglio di viaggio che mi hanno appena consegnato. Due scarichi ed un ritiro in Olanda. Poi si ritorna a scaricare a Reggio Emilia e Ravenna.
Certo, nulla a che vedere con i viaggi di cui ho appena letto per l’ennesima volta la storia.
Ma a modo mio sono fiero di ciò che faccio, a metà strada tra lo zingaro e l’ordinario, saltello da un posto all’altro dell’Europa con il peso e la consapevolezza di fare un lavoro che ho io stesso scelto, adottato quasi.
Mio padre mi ha lasciato in eredità una strada, un semplice strato di catrame con delle strisce bianche sopra.
Pur avendo vissuto poco con lui, pur non avendo mai fatto le cose comuni che padri e figli farebbero, mi sento come in debito con lui, e ripago i sacrifici che ha fatto per me con la stessa moneta, facendoli a mia volta.
La nebbia è sempre la stessa, la fatica pure, anche se con camion diversi e sicuramente migliori, e so che non approverebbe le mie personalizzazioni a base di cromature e scarichi verticali!
Mi piace ricordarlo cosi, burbero, ma con un cuore grande, quando arrivava a casa stanco morto, io scendevo di corsa e gli andavo incontro, ricordo il motore ancora caldo, l’odore, quell’odore di olio, nafta, gomme che ti rimane addosso come una seconda pelle, mentre mi arrampicavo in cabina e mi mettevo al volante.
Quanti anni sono passati, e alla fine poco o nulla è cambiato in me.
Ieri mi ha chiamato il milanese,l’Ernest, è invecchiato anche lui, ma quando glielo ricordo scherzosamente lui, sbuffando il fumo della sigaretta, mi fa “ Ricordati che per essere vecchio devi prima essere stato giovane, te capì?!”. Adesso è dietro una scrivania, da anni oramai, ma ogni volta che parliamo mi sembra di rivederlo sul suo Scania, pronto a domare le piste desertiche.
Parliamo tanto, ricordando le sue imprese e quelle del mio vecchio, e quando gli dico che ho dovuto cambiare una gomma scoppiata mi risponde “ Fiulet, il routier dell’impossibile ahaahaha”!
Il Gianni e suo papà invece sono ancora in pista. Gianni l’ho incontrato una sera in Francia, a Macon, carico di legna, e abbiamo cenato assieme. Anche lui tiene botta, anche lui rimpiange quei tempi la, e tutte le volte che gli parlo di papà, beh, mi fissa con i suoi occhi chiari e mi dice “ Sei la sua fotocopia”.
Michelle non lo ferma nessuno invece. Sempre uguale, imponente, simpatico, brusco.
Ah, ovviamente porta sempre le zoccole ai piedi.
Gli altri uomini di questa storia purtroppo non ci sono più, tutti scomparsi, solo il loro ricordo nelle nostre voci, adesso stanno facendo l’ultimo viaggio, il più lungo ed impegnativo.
Quante vite spezzate, di loro ho purtroppo un vago ricordo, qualche fotografia sbiadita, e una tabella metallica circolare con disegnato sopra un cammello, che mi hanno regalato quando papà se n’è andato, e da allora la porto sul camion con me, anche se è fuori luogo, va bene, ma è come se fossero tutti li assieme, come se dicessi “ tranquilli ragazzi, che non vi dimenticheremo”.

Va bene, dai, è ora di andare, che per i ricordi c’è sempre tempo.
Metto in moto, gli otto cilindri cantano al minimo per me.
Esco piano dal piazzale dove ho appena caricato, sollevando piccole nuvole di polvere al mio passaggio.
Questa notte è per me.
Tra me e me penso” Vecio, dammi un occhio tu se puoi, va ben?” , mentre fisso la volta stellata.
“Anche se distanti, siamo sempre sotto lo stesso cielo”, mi disse una volta.
E adesso ti credo, sai?
Riparto, le luci che illuminano la strada, e per tetto lo stesso cielo che mio padre, quasi quarant’anni fa, vide nella sua notte raminga, mentre alla radio le note di “ The winner take it all” degli Abba tentano di illuminare una notte cosi scura.”

Edo Van Axel  (dedicato a mio padre Carlo)

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Invito al Truck Festival di San Bonifacio, Verona

Si svolge anche quest’anno  il  Truck Festival Datacol giunto alla 10^ edizione, raduno di camion e di camionisti da tutta Italia e dall’estero, una occasione di incontro, dibattito, intrattenimento; la manifestazione si svolge nei giorni 10,11 e 12 maggio a San Bonifacio (VR), nel piazzale della Datacol, a Nord della SS 11, nei pressi del nuovo complesso, in direzione di Vicenza.

 

Tra le varie iniziative, come di consueto, la presentazione di un libro che raccoglie e divulga memorie, ricordi e foto di trasportatori e documenta dunque la loro attività nel nostro territorio e in altre regioni, un appuntamento fisso, un’occasione per arricchire il Truck Festival Datacol e per invitare ad una riflessione sul lavoro e sullo sviluppo;sarà presentato sabato 11 maggio alle ore 18 presso la sala convegni della Datacol; al tavolo degli ospiti d’onore, l’on. Alessia Rotta, il Presidente della Sez. Trasporti della Confindustria di Verona sig. Bruno Bommartini, oltre al direttore della rete televisiva 7 Gold dott. Fabrizio Stelluto.

 

Il titolo di quest’anno, “Tra polvere e cieli puliti”, sembra voler affiancare la fatica, le difficoltà, i disagi del trasportatore, e in definitiva di qualsiasi altro tipo di lavoro, agli obiettivi che ciascuno si propone, che brillano lassù e fanno continuamente da richiamo. Ecco allora il rapido excursus sull’economia del nostro territorio, imperniata prima sulla coltivazione della terra (fino a tutto l’ ‘800 riso, poi barbabietole, infine viti, oltre ai soliti grano, mais, frutta ecc.), poi sulla produzione artigianale ed industriale, oggi alla ricerca di una nuova dimensione; e al centro di tutto i trasporti, col treno, il tram e soprattutto con carri e cavalli prima, poi con i camion; e i trasportatori, impegnati in Africa tra il ’36 e il ’40 in quella che fu la nostra grande avventura coloniale, il sogno di un futuro luminoso infrantosi troppo presto. I Tosadori, i Colla, gli Zarattini, Perlini, Crestani e tanti altri. Il sogno africano finisce e si torna a testa bassa ma con la volontà di riprendere, con nuovo slancio, e qui balzano in primo piano i Tessari, Gigi Pavan, Mario Carradore, gli Stevanin, una lunga dinastia di trasportatori, e ancora Ugo Magnabosco di Soave, Natalino Vezzari di Costeggiola, i Brizzi di Santo Stefano e tanti altri, da altre regioni, come i Bettega dal Trentino e i Demartini da Pavia: correre a tutte le ore e con qualsiasi stagione per garantire benessere e servizi alla gente in un paese che cresce vorticosamente.

 

Ma quest’anno c’è un nuovo elemento, e lo indica il sottotitolo che l’autore del libro, Gianni Storari, ha voluto evidenziare: “In viaggio con Federico”.

Nuovo libro di Gianni Storari

Nuovo libro di Gianni Storari

Lavora a San Bonifacio un giovane originario di Vestena. Ama viaggiare ed ha già visitato molti paesi nel mondo.

 

Gli manca l’Africa: “E’ lì appena oltre il Mediterraneo – ha sempre pensato – prima o dopo ci vado”. Ora però una terribile malattia l’ha colpito, non gli dà scampo, gli toglierà autonomia ed autosufficienza… e con l’Africa, come la mettiamo? Ha deciso di andarci, è già partito, accompagnato dal fratello perchè già il corpo non risponde appieno, ma l’Africa non poteva mancargli, per conoscerla, per mettersi alla prova, per poter dire: “Ce l’ho fatta”. Chilometri e chilometri di strade più o meno buone, di piste misteriose, di polvere, di tempo buono o cattivo, di genti diverse, di ambienti sconosciuti, di terra, fango, foreste, savane, deserti, di tutto quello che l’Africa, la parte più primitiva e difficile del nostro mondo, può presentare ad un viaggiatore, che non è sicuro della sua autonomia fisica, ma vuole mettersi alla prova. Vuole capire se oltre quella ruggine, la polvere, la sabbia, la terra, il fango, la sporcizia, le miserie, nelle quali sarà immerso tra breve, ci sia un cielo chiaro verso il quale alzare gli occhi.  Un cielo che dia coraggio, per far sognare, lui e noi.

 

Forse è l’ultimo viaggio, durerà mesi, si porterà dietro la sua malattia, il suo coraggio, la sua determinazione, e noi saremo con lui, per capire cosa è questa voglia tremenda che si muove dentro di noi e ci spinge ad andare. Federico sarà, inevitabilmente, il nostro ambasciatore, il nostro rappresentante, si porterà dietro tutto quello che ha raccolto negli anni intensi della sua giovane vita, e in ogni suo gesto, in ogni pensiero, in ogni parola in terra africana, ci sarà lui come si è formato qui, nell’ambiente di provenienza. “Detto tra parentesi, anche i nostri trasportatori, carrettieri e camionisti, quelli che abbiamo raccontato e descritto in tutti questi anni, erano testimoni, ambasciatori del nostro territorio e della nostra gente. E anche noi saremo malati come lui, a pensarci bene lo siamo già. Tanti nostri giovani che cercano, che vogliono trovare, che guardano lontano, non testimoniano di una malattia che serpeggia dentro e non lascia pace? Ma chi ha detto che, come Federico che sembra l’anello debole, non possa essere questo l’anello forte della storia?”
Per chi fosse interessato all’acquisto del libro può contattare il prof. Gianni Storari a questi recapiti:
indirizzo: Gianni Storari, via Nino Bixio 37, 37047 San Bonifacio (VR)
cell.: 335/5234350
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Quelli che….

Ciao a tutti/e!
Il nostro amico Vincenzo mi ha scritto ancora, e siccome è un bel testo voglio condividerlo anche questa volta con voi in questo blog!
E’ sempre un ricordo del passato, ma visto in un elenco di gesti che forse non si fanno più…un elenco di gesti faticosi…ma quanta passione nelle sue parole… allora buona lettura!!! E grazie di cuore a Vincenzo per il tempo che ci dedica e per le belle fotografie d’epoca!!!

Vincenzo_a

 

quelli che…il sabato pomeriggio

quelli che …. la nafta era un profumo

quelli che …. si cambiava l’olio ogni 10000 km

quelli che …. s’ingrassava tutto a mano, ( il 690 quanti ingrassatori! )

quelli che …. trilex, crik, leve, gomme da smontare o rimontare, altro che palestra!

quelli che …. si ricostruivano le gomme anche due volte

quelli che …. d’inverno si scaricava l’acqua del radiatore quando gelava

quelli che …. d’inverno dopo le lunghe salite si scendeva a coprire il radiatore

quelli che …. si smontava il sollevatore del quarto asse prima della revisione

quelli che …. si rimontava il sollevatore del quarto asse dopo la revisione

quelli che …. i freni del rimorchio si regolavano a mano

quelli che …. chissà cos’era il CB (la provincia di Campobasso?)

quelli che …. l’aria condizionata ce l’aveva solo la Rolls Royce

quelli che …. dalla terza normale alla quarta ridotta non bastava la doppietta

quelli che …. con la guida a destra; oh! come fai a cambiare con la sinistra?

quelli che …. con la guida a sinistra; oh! attento! sei sempre troppo a destra!

quelli che …. per ripiegare il tendone ci voleva un geometra

quelli che …. srotolare il tendone era un divertimento

quelli che …. il sabato pomeriggio non era proprio un divertimento

quelli che …. il sabato pomeriggio gli giravano di brutto perché voleva uscire con le ragazzette della sua età

quelli che …. tifavano per l’Esagamma, il Titano o il 690 (io tifavo Esagamma)

quelli che …. Italia Germania 4-3, che nottata!

quelli che …. la tuta era sempre troppo grande per me

quelli che …. come me amano i Beatles e i Rolling Stones!…e pure i Pink Floyd etc. etc.

quelli che …. amici camionisti cinquantenni o giù di lì aiutatemi anche voi a ricordare qualche altra bella cosa!                                 

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quelli che….tifavano Esagamma!

 

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quelli che…la tuta era sempre troppo grande per me

 

 Vincenzo Corsi

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Un libro da leggere tutto d’un fiato…

libri 18 2 2013 (1)

 

“EQUILIBRIO”

Diario di un camionista

Di Antonio Sarcina

 

Ho trovato questo libro su Ibs. L’ho ordinato. E’ arrivato e l’ho letto tutto d’un fiato.

Perché questo è un piccolo grande libro. Piccolo perché dura (purtroppo) poche pagine, grande per il contenuto. La storia vissuta di un camionista. Le conclusioni di chi è arrivato in fondo al viaggio. Di chi ha terminato la carriera e ricorda. Sono ricordi di un’altra epoca, quella degli autotreni, quella in cui c’erano più strade statali che autostrade. Quella in cui il camionista, forse, era ancora visto come persona e non come ingranaggio di un sistema che va troppo di corsa, di un sistema che stritola.

Di un epoca diversa eppure in tanti casi, simile alla nostra…

Ve ne riporto una pagina:

“(…) vorrei far conoscere i nemici del camionista, quelli che contrastano e minacciano il regolare svolgersi del suo lavoro.

Il nemico più grande è la neve. Non si possono enumerare le insidie, le sventure che questo elemento bianco può procurare, nuocendo all’attività.

Il guidatore di un colosso di cinquecento quintali di peso è gravato da forti responsabilità, mentre gira e rigira per le arterie stradali frequentate da automezzi di tutti i tipi, con tanti ostacoli per la strada, che possono procurare incidenti di ogni tipo.

La neve, che rappresenta per tutti, grandi e piccini, uno spettacolo gioioso, per gli autisti invece procura solo grattacapi.

Sulla Firenze – Bologna, un anno siamo rimasti tre giorni bloccati in un ristorante di Barberino e i mezzi sull’autostrada sotto la neve.”

Per la serie “il passato non ritorna, ma può far rima”… niente di cosi diverso da ciò che capita ancora in questi giorni…

Questo è un piccolo grande libro, scritto con parole semplici e con il cuore, perché la semplicità forse è alla base dell’equilibrio del titolo, quell’equilibrio che, come dice l’autore,  serve per fare questo mestiere.

A me è piaciuto molto e ve lo consiglio.

Buona strada all’autore, Antonio Sarcina, e a tutti i blog-lettori!

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“Schilpario!!” Un’altra storia d’epoca!!

Ciao a tutti!
Il nostro amico Vincenzo ha di nuovo “interrogato” il suo papà, si è fatto raccontare di un viaggio un pò particolare da sud a nord negli anni ’50! Da leggere tutto d’un fiato!!! Grazie Vincenzo per continuare a condividere con noi i racconti di tuo papà, un abbraccio a tutti e due e …aspettiamo sempre nuove storie! Buona strada!!

vincenzo corsi 1 r

Il Lancia Esatau, Giulio (a destra) e Umberto

SCHILPARIO!

Da qualche tempo mi capita di vedere sulla tv digitale un reality dal titolo “ Gli Eroi del ghiaccio”,
camionisti che operano sulla “ice road”, le strade ghiacchiate dell’Alaska o del Canada durante l’inverno polare.
Gli episodi sono molto belli, gli americani sono bravissimi a enfatizzare e a rendere eroiche vicende anche difficili ma che certamente molti di voi qualche volta si sono trovati ad affrontare.
M piacerebbe l’idea che anche in Italia a qualcuno venisse in mente di realizzare qualcosa di simile sui nostri “Eroi della strada”, fanno tante fiction solo per Carabinieri, commissari di Polizia e altro.
Il mio pensiero va soprattutto a quella generazione di camionisti che sono i nostri padri o nonni che percorrevano l’Italia in lungo e largo su automezzi e su strade impensabili ai giorni nostri, a volte sento delle storie che anch’io stento a credere ma sulla cui veridicità ho sempre avuto conferme da più parti, e siccome non posso realizzare un reality provo almeno a scriverle.
Negli anni 50, il mio vecchio, Giulio, con suo fratello Umberto faceva viaggi verso il nord dell’Italia,
spesso con carichi di legna proveniente dai monti Ernici, in Ciociaria, al confine con l’Abruzzo. Chissà che avevano di particolare questi legnami da portare al nord, anche sulle alpi, dove evidentemente ne hanno da vendere loro a noi, ma questo non era importante, il viaggio e la consegna si sa è la prima cosa.
Il loro camion non era un Kenworth, un Peterbilt o un Freightliner da 400 o 500 CV degli “Eroi del ghiaccio”, ma un bellissimo Lancia Esatau che io chiamavo “il musetto” perché come quelli americani aveva il muso e per me era anche più bello; il nostro era rosso e giallo, lo ricordo appena come in un sogno, ero troppo bambino. All’epoca del racconto, nel 1955, era nuovo di zecca con un rimorchio Viberti 3 assi, la destinazione del viaggio era Schilpario (BG), con un carico di legna per circa 25 ton.
Schilpario! Ho cercato sulle mappe, ricostruendo il tracciato che percorrevano allora, erano circa mille chilometri! Nella Val di Scalve sulle alpi, lontanissimo da noi, da Frosinone.
La partenza fu nel primo pomeriggio, dopo una mattinata dedicata al carico in quel di Guarcino (FR) sulla strada per Campocatino, a 1200 metri s.l.m.

Vincenzo corsi 2 r

Il valico di Forca Caruso sulla Tiburtina Valeria, d’inverno sempre soggetto a violente bufere di neve.

La strada in Abruzzo è subito tortuosa e a Forca Caruso, il passo appenninico tra il Tirreno e l’Adriatico, si scollina 1100 metri, sulla SS Tiburtina Valeria. E’ l’alba, sull’Adriatico si ammira il sole nascente e sullo sfondo alcuni pescherecci che escono in mare, una cartolina! La strada adesso dopo Pescara è sempre in pianura. Pausa pranzo di solito in Emilia Romagna, il papà ricorda con più precisione un ristorante a Ponte Taro (PR), subito a sinistra dopo il ponte sull’omonimo fiume, chissà se c’è ancora?
La mattina dopo a Milano ritrovo in piazzale Corvetto con altri due amici camionisti con lo stesso carico su un’Alfa 900. Appuntamento con il mediatore con il quale si convenne di ritrovarsi in una località dopo Darfo (BG), era necessario trasferire parte del carico su di un altro mezzo al fine di limitare l’altezza poiché per Schilpario erano presenti tratti di strada e gallerie scavate nella roccia così basse che avrebbero potuto impedirne il transito.
I problemi quel giorno erano già cominciati fuori Milano, per una deviazione dalla statale i nostri si sono ritrovati a transitare in un paese dove in una curva tra le case il rimorchio stringeva troppo e non riusciva a passare, detto fatto lo sganciano dalla motrice e sterzano il timoneSi giunge a Darfo e superata la cittadina, si prosegue sulla statale per Schilpario, questa strada, la SS 294 mi dicono fosse chiamata “la Via Mala” che è tutto dire; strettissima in alcuni tratti, incastonata tra pareti di montagne e fiume, uno spettacolo della natura! Gli amici con l’Alfa 900, anch’esso con rimorchio, procedevano lentamente davanti all’Esatau, la strada era stretta e la pendenza evidentemente elevata, l’Alfa arranca e a un certo punto si ferma senza avere lo spunto e la potenza per ripartire.

vincenzo corsi 3 r

La “Via Mala” per Schilpario negli anni ’50

 
Strada bloccata, non era possibile procedere nemmeno nell’altro senso e in poco tempo si forma una coda di autoveicoli fermi ad aspettare. Si cerca di ripartire ma l’Alfa potrebbe rompere il differenziale e il camionista desiste da altri tentativi. Passano i minuti e tutti si guardano attorno pensando a una soluzione, non era possibile trainare il camion con altri mezzi, sganciare il rimorchio o altro. Chissà come commenterebbe il cronista di “Eroi del ghiaccio” questo momento!
Un pullman con turisti svizzeri era lì ad aspettare come altri automobilisti, ed eccola la soluzione! Forza ragazzi, se non si spinge il camion, possiamo mettere su le tende, cosi gli svizzeri, forse 40 o più si mettono in riga e insieme con altri automobilisti con grande coraggio spingono con tutta la loro forza il camion e il rimorchio, ed ecco che l’Alfa supera sullo spunto la pendenza e si rimette in marcia!
Che tempi, che strade, che camion! L’Esatau, una limousine per i camionisti di allora, era, come altri camion, senza servosterzo e con soli 132 CV in salita era così lento che il secondo autista poteva scendere, controllare le gomme e risalire con il mezzo sempre in marcia! Il leone che lo guidava oggi è un po’ acciaccato e un po’ appannato, qualche giorno fa gli dissi, papà vediamoci questo film americano sugli “Eroi sul ghiaccio”, lui se lo guarda e dopo un po’ mi dice: ma questi che stanno facendo? Una gita sulla neve?

Vincenzo Corsi

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